Bucks 21/08/2026
Cina, un’economia sempre più squilibrata: export e tecnologia volano, ma il mercato interno rallenta
In una fabbrica grande quanto decine di campi da calcio, i bracci robotici lavorano senza sosta per produrre fino a 5.000 materassi al giorno. È lo stabilimento di DeRucci, azienda cinese di arredamento e sistemi per il sonno (il nome richiama il design italiano ed europeo, ma il gruppo è nato in Cina nel 2004), dove l’automazione ha permesso di ridurre quasi della metà il numero dei lavoratori necessari alla produzione). L’azienda rappresenta uno dei simboli della nuova Cina industriale: una potenza manifatturiera sempre più tecnologica, capace di utilizzare robot e intelligenza artificiale per aumentare efficienza e competitività internazionale, ma dietro questo successo si nasconde il principale problema dell’economia cinese attuale. Il mercato interno, che per anni ha rappresentato il motore della crescita, è in difficoltà. Le vendite domestiche di DeRucci stanno diminuendo a causa della crisi immobiliare che ha ridotto gli acquisti di nuove abitazioni e quindi anche la domanda di mobili. I ricavi dell’azienda in Cina sono scesi dell’8,8% nel 2025 e il gruppo prevede un calo degli utili complessivi di circa il 40% nella prima metà del 2026 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. È questa la contraddizione che caratterizza oggi l’economia cinese: da una parte una potenza tecnologica che conquista mercati globali, dall’altra un’economia interna frenata da consumi deboli, crisi immobiliare e minore fiducia di famiglie e imprese.
L’export sostiene la crescita, ma la domanda interna rallenta
La fotografia di questa economia a due velocità emerge anche dai dati macroeconomici. Il prodotto interno lordo cinese è cresciuto del 4,3% nel secondo trimestre rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Si tratta del ritmo più lento dalla fine del 2022, quando il Paese stava ancora affrontando le conseguenze economiche della pandemia. Il dato mostra la crescente dipendenza della Cina dalle esportazioni. A giugno l’export è aumentato del 27%, contribuendo a sostenere la crescita, ma questo risultato non è stato sufficiente a compensare la debolezza degli altri componenti dell’economia. Nella prima metà dell’anno gli investimenti in attività fisse, cioè la spesa destinata a infrastrutture, impianti e immobili, sono diminuiti del 5,7%, mentre le vendite al dettaglio hanno registrato una crescita molto debole. “L’economia cinese rimane fortemente squilibrata”, ha spiegato Frederic Neumann, responsabile economista per l’Asia di Hsbc. “Negli ultimi mesi questa divergenza è diventata ancora più evidente”. Il principale peso sull’economia resta il settore immobiliare. Per anni il mattone è stato uno dei pilastri della crescita cinese, contribuendo ad alimentare ricchezza delle famiglie, investimenti e consumi. Il rallentamento del comparto ha però avuto l’effetto opposto: meno nuove costruzioni, minore valore delle abitazioni e una riduzione della propensione delle famiglie a spendere. Gli investimenti immobiliari sono diminuiti del 18% nella prima metà dell’anno rispetto allo stesso periodo del 2025, aggravando una crisi che ormai dura da diversi anni.
Le aziende cercano crescita all’estero
La debolezza della domanda interna sta spingendo molte aziende cinesi a guardare oltre i confini nazionali. Un esempio arriva dal settore automobilistico. A giugno le esportazioni mensili di automobili cinesi hanno superato per la prima volta quota 1 milione di veicoli, mentre le vendite interne sono diminuite del 23%, segnando il nono mese consecutivo di calo. Una dinamica simile riguarda il settore tecnologico. A Shenzhen, uno dei principali centri dell’innovazione cinese vicino a Hong Kong, la società di robotica Elephant Robotics sta aumentando le vendite internazionali: circa il 70% del fatturato arriva oggi dall’estero. L’azienda produce bracci robotici industriali utilizzati anche nel settore educativo, per esempio nei corsi di automazione di università come Harvard e Stanford. Il successo delle aziende tecnologiche cinesi sta però creando nuove tensioni commerciali con altri Paesi, in particolare con l’Unione europea, preoccupata per l’aumento delle esportazioni cinesi in settori strategici come auto elettriche, batterie e tecnologie avanzate.
Il dilemma di Pechino: consumi o supremazia tecnologica?
Da anni molti economisti chiedono alla Cina riforme profonde per ridurre la dipendenza dalla manifattura e dalle esportazioni e costruire un modello basato maggiormente sui consumi interni. Pechino ha recentemente presentato il primo piano quinquennale dedicato proprio al rafforzamento della domanda domestica (delle incognite chiave per l’economia cinese nel 2026 avevamo parlato anche qui). Secondo alcuni economisti, però, le misure adottate finora non sarebbero sufficienti. “Non stanno prendendo provvedimenti per aumentare i consumi perché non è il modello che vogliono seguire”, ha spiegato Alicia García-Herrero, capo economista per l’Asia-Pacifico di Natixis. Secondo l’esperta, la priorità del governo cinese è “salire rapidamente nella scala tecnologica e dominare le nuove tecnologie”. In questa strategia, ha aggiunto, il fatto che i cittadini consumino di più o spendano per attività come cinema e servizi “non è realmente l’obiettivo principale”. Questa scelta ha però conseguenze sull’economia quotidiana. Con una domanda interna debole, molte aziende cinesi sono state costrette ad abbassare i prezzi per attirare clienti, riducendo i margini di profitto e avviando programmi di contenimento dei costi. Anche alcune delle maggiori società tecnologiche del Paese, tra cui Alibaba e Baidu, hanno ridotto il numero dei dipendenti nell’ultimo anno.
Il mercato del lavoro mostra le fragilità nascoste
La debolezza dei consumi è legata anche alle difficoltà del mercato del lavoro. Il tasso ufficiale di disoccupazione urbana cinese è rimasto stabile intorno al 5%, ma alcuni economisti ritengono che il dato non rappresenti completamente la situazione reale. Li Daokui, economista cinese e professore alla Tsinghua University, ha stimato recentemente che il tasso di disoccupazione complessivo potrebbe essere in realtà del 10,2%, considerando anche le persone escluse dalle statistiche ufficiali perché senza lavoro da almeno due anni. Secondo Li, i disoccupati di lungo periodo sarebbero circa 24 milioni, di cui 13 milioni tra i 16 e i 24 anni, una situazione che potrebbe avere effetti anche sulla stabilità sociale. Molte persone si stanno quindi spostando verso lavori più precari nella cosiddetta gig economy, cioè attività senza contratto permanente come consegne a domicilio e servizi di trasporto. Secondo il China New Employment Forms Research Center, il numero di lavoratori con forme di occupazione flessibile potrebbe raggiungere 320 milioni nel 2026, oltre il 40% dell’occupazione urbana.
Credits: immagine da Magnific






