Alessandro Cicognani 23/10/2026
India, perché la rupia sta perdendo valore? Nuova Delhi spende miliardi per difenderla
Novanta miliardi di dollari. È la cifra che la banca centrale indiana avrebbe già impiegato da giugno per difendere la rupia, la moneta nazionale, dalla pressione dei mercati finanziari. Una battaglia che sta diventando sempre più costosa e che rischia di mettere in difficoltà una delle economie più importanti e dinamiche del pianeta. Secondo il Financial Times, la Reserve Bank of India sta ricorrendo anche a interventi straordinari per impedire che la valuta continui a perdere valore. Dall’inizio del 2026 la rupia si è svalutata di circa il 5% rispetto al dollaro, collocandosi tra le monete asiatiche con le performance peggiori. Dopo essere risalita giovedì 22 ottobre ai massimi di sei settimane, oggi (venerdì 23) è tornata a indebolirsi, scambiando intorno a 94,96 rupie per dollaro. Per capire cosa significhi basta un esempio: se prima occorrevano 90 rupie per acquistare un dollaro, oggi ne servono quasi 95. Una differenza apparentemente contenuta, ma che diventa enorme quando un Paese deve acquistare all’estero miliardi di dollari di petrolio, materie prime e tecnologie.
Il petrolio alimenta la crisi
Il principale problema dell’India è proprio il petrolio. Il Paese è uno dei maggiori consumatori mondiali di greggio e dipende fortemente dalle importazioni per soddisfare il proprio fabbisogno energetico. La guerra in Iran e le tensioni in Medio Oriente hanno fatto impennare le quotazioni internazionali, con il Brent ritornato proprio questa mattina intorno a 114 dollari al barile (del perché il prezzo stia aumentando nonostante dal Golfo Persico passi più petrolio rispetto a prima della guerra ne abbiamo parlato qui). Gli attacchi degli Houthi contro l’Arabia Saudita hanno ulteriormente alimentato i timori di interruzioni delle forniture. Il meccanismo che penalizza l’India è semplice: il petrolio viene acquistato sui mercati internazionali prevalentemente in dollari. Quando il greggio rincara, le compagnie indiane devono procurarsi più valuta americana per pagarlo. Questa maggiore domanda di dollari contribuisce a indebolire la rupia, rendendo le importazioni ancora più costose. Si crea così un circolo vizioso: petrolio caro, moneta debole, nuovi rincari. E le conseguenze possono arrivare fino alle famiglie, attraverso l’aumento dei prezzi dei carburanti, dei trasporti e dei prodotti di consumo.
Gli investitori stranieri lasciano il Paese
Al caro energia si aggiunge un secondo problema: la fuga dei capitali internazionali. Gli investitori stranieri stanno vendendo azioni indiane in quantità record, contribuendo ad aumentare la pressione sulla valuta. Quando un fondo internazionale vende titoli alla Borsa di Mumbai e decide di riportare il denaro negli Stati Uniti, deve convertire le rupie incassate in dollari. Anche questa operazione aumenta la domanda di valuta americana, che continua così a rafforzarsi, alimentando al contempo la svalutazione della valuta indiana. A peggiorare il clima sono arrivati i timori sulle valutazioni eccessive delle società legate all’intelligenza artificiale, che stanno spingendo gli investitori a ridurre gli investimenti considerati più rischiosi. Persino il ridimensionamento delle aspettative di un rialzo dei tassi americani, scese secondo Reuters dal 70% di un mese fa a meno del 10%, non è bastato a sostenere stabilmente la rupia. Normalmente, infatti, la prospettiva di tassi più bassi negli Stati Uniti rende meno attraenti gli investimenti in dollari (questo perché i nuovi Treasury emessi sul mercato avrebbero un rendimento minore, allineandosi al mercato) e favorisce le valute dei Paesi emergenti. Questa volta, però, l’effetto positivo è stato annullato dal rincaro del petrolio, che costringe le compagnie indiane ad acquistare sempre più dollari, e dalla fuga degli investitori stranieri dai mercati considerati più rischiosi.
La banca centrale schiera le riserve
Per contrastare queste pressioni, la Banca centrale indiana sta utilizzando le proprie riserve valutarie, cioè le disponibilità in dollari e altre attività estere accumulate negli anni. Il funzionamento è relativamente semplice: quando vende dollari e acquista rupie, la banca centrale aumenta la domanda della propria moneta, cercando di sostenerne il valore. Ma queste operazioni hanno un costo. Secondo le stime più aggiornate, le riserve indiane sono scese di circa 60 miliardi di dollari giovedì 22 ottobre rispetto al picco di 785 miliardi raggiunto all’inizio di settembre. Per difendere la rupia, la banca centrale ha fatto ricorso anche ai risparmi degli indiani residenti all’estero. Da giugno ha infatti incentivato le banche nazionali a raccogliere depositi in dollari e altre valute straniere dei numerosi indiani che vivono oltre confine, offrendo condizioni agevolate. Attraverso particolari operazioni finanziarie, questi dollari vengono messi temporaneamente a disposizione della Reserve Bank of India, rafforzandone le riserve valutarie. L’iniziativa ha mobilitato oltre 140 miliardi di dollari, ma la banca centrale avrebbe già impiegato circa 90 miliardi in interventi per sostenere la moneta locale. Una strategia efficace nel breve periodo, ma costosa e difficile da mantenere indefinitamente, anche perché le risorse raccolte comportano obblighi futuri di restituzione.
Le misure straordinarie per fermare la caduta
Nuova Delhi non si sta però limitando a vendere dollari. La banca centrale ha aperto uno sportello speciale attraverso il quale le compagnie petrolifere pubbliche possono procurarsi valuta americana senza acquistarla direttamente sul normale mercato dei cambi. La misura riguarda anche grandi operatori come Indian Oil, Hindustan Petroleum e Bharat Petroleum e serve a evitare che i loro acquisti concentrati di dollari facciano precipitare ulteriormente la rupia. L’altra leva a disposizione della è l’aumento dei tassi d’interesse. Rendere più remunerativi gli investimenti in rupie può attirare capitali e sostenere la valuta, ma significa anche rendere più costosi i prestiti per famiglie e imprese. Il 7 ottobre la banca centrale ha alzato il tasso di riferimento dal 5,25% al 5,50%, il primo aumento dal 2023. Una decisione arrivata mentre l’inflazione indiana raggiungeva il 5,5% a settembre. Il problema è che l’economia, pur continuando a crescere rapidamente, sta rallentando: il Pil è aumentato del 7,8% nel trimestre terminato a giugno, contro l’8,6% del trimestre precedente. Aumenti troppo aggressivi dei tassi potrebbero frenare consumi, investimenti e occupazione. È il difficile equilibrio che il governatore Sanjay Malhotra deve trovare: difendere la moneta senza soffocare la crescita.
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