Alessandro Cicognani 07/11/2025AI e chip trainano i bilanci ma i mercati frenano: il contrasto dei giganti tech agita Wall Street
Le trimestrali dei giganti dell’innovazione raccontano una storia, l’andamento di Wall Street negli ultimi giorni ne racconta un’altra. Da un lato, società come Palantir, AMD, Nvidia e Meta hanno pubblicato risultati solidi, confermando la forza dei settori più caldi del momento: intelligenza artificiale, big data e semiconduttori. Dall’altro, le Borse statunitensi sono finite di nuovo in rosso, mostrando un nervosismo crescente proprio sui titoli che hanno trainato il rally degli ultimi mesi.
La fotografia della seduta di giovedì è chiara: il Nasdaq ha chiuso a -1,9%, con Nvidia in calo del 3,6% e Meta del 2,7%. L’andamento da lunedì è ancora più netto: -3% per il Nasdaq, che si appresta a chiudere la peggiore settimana da aprile (mese dell’introduzione dei dazi trumpiani), appesantito dai meno 8,5 punti percentuali di Nvidia e Amd e dal meno 15% di Palantir. Le medesime società in questi giorni hanno presentato bilanci trimestrali da record. Amd ha chiuso i primi nove mesi dell’anno con 9,2 miliardi di dollari di ricavi e 1,3 miliardi di utili, il fatturato di Palantir è cresciuto del 63%. Nvidia diffonderà i suoi conti il prossimo 19 novembre, ma ha appena chiuso un contratto da 100 miliardi di dollari con OpenAI.
Numeri più che solidi, insomma. Eppure, non sono stati in grado di tradursi in rialzi significativi sui listini. L’apparente paradosso trova spiegazione in un clima di crescente diffidenza, che attraversa sia gli investitori statunitensi che quelli internazionali.
Una bolla dell’AI? Il mercato teme valutazioni eccessive
La correzione di questa settimana si inserisce in un contesto di timori strutturali sulla possibile bolla dell’intelligenza artificiale, alimentata da valutazioni considerate sempre più straordinarie e difficilmente sostenibili (ne abbiamo parlato qui). A questo si aggiunge un altro elemento cruciale: la forte concentrazione degli indici. Le cosiddette Magnifiche 7 (Apple, Microsoft, Amazon, Alphabet, Meta, Nvidia e Tesla) rappresentano ormai oltre il 35% dell’S&P 500 e più del 45% del Nasdaq. È una composizione che amplifica ogni oscillazione dei colossi dell’AI e dei semiconduttori, trasformando movimenti tutto sommato contenuti in scosse violente sull’intero mercato.
Investitori del calibro di Michael Burry – il primo a intuire la crisi dei mutui subprime Usa nel 2007 – stanno scommettendo contro l’industria del tech. Avvertimenti molto forti sono giunti anche dagli amministratori delegati di Goldman Sachs e Morgan Stanley, due tra le più grandi banche d’affari del mondo, che stimano correzioni dei mercati tra il 10 e il 20% nei prossimi 24 mesi.
Investitori: istituzionali prudenti, retail iperattivi
Sulla Borsa a stelle e strisce si sta inoltre osservando un fenomeno particolare: il rally dei listini partito la scorsa primavera non è stato guidato dai grandi investitori professionali, ma soprattutto dai piccoli risparmiatori: persone comuni che comprano e vendono azioni tramite app o i servizi delle loro banche. Gli investitori istituzionali – come fondi, assicurazioni e gestori professionali – sono stati più prudenti. Le tensioni internazionali, i dazi commerciali e la paura di un’inflazione che torna a salire li hanno convinti a non comprare direttamente molte azioni. Per proteggersi dai rischi, i colossi finanziari hanno preferito usare uno strumento diverso: le opzioni (tipo particolare di strumento “derivato”).
Pensate di voler andare allo stadio per vedere una partita di calcio. Se comprate un’azione stato comprando un biglietto per entrare, se comprate un’opzione state prenotando un diritto per acquistare quel biglietto più tardi, pagando solo una piccola caparra. Se l’investimento va bene, eserciti il diritto e guadagni. Se va male, rinunci e perdi solo la caparra (il premio dell’opzione). I grandi investitori hanno appunto scelto questa seconda strada. Un comportamento che ha fatto impennare i volumi di opzioni: a ottobre ne sono stati scambiati per un ammontare pari a 72,8 milioni di contratti, un numero mai visto dal 1973. Il problema è che quando molta gente compra opzioni, soprattutto call (il diritto di comprare un’azione se sale), succedono tre cose: i prezzi delle opzioni salgono per l’elevato livello di domanda; aumenta la volatilità perché coloro che vendono opzioni sono costretti a comprare le azioni collegate per coprirsi dal rischio; i mercati diventano più instabili.
Il contesto macro: la frenata sugli asset americani
Il clima di tensione attorno ai titoli tech si inserisce in un quadro più ampio di riluttanza internazionale verso gli asset statunitensi, definita da alcuni osservatori come “Trump Dump”. Le politiche tariffarie dell’amministrazione Trump, ritenute troppo aggressive e potenzialmente dannose per gli equilibri commerciali globali, hanno innescato un rallentamento della domanda per titoli e bond statunitensi già ad aprile, e la tendenza non sembra essersi invertita.
Gli investitori esteri, secondo Cnbc, continuano a “diversificare lontano dagli asset americani”, preferendo strategie difensive o mercati meno esposti allo scontro commerciale in atto tra Washington e Pechino. È un elemento che complica ulteriormente lo scenario per le società tech Usa, che tradizionalmente beneficiano molto dei flussi internazionali. Ma è qui che si innesca il paradosso, perché proprio il settore che oggi soffre in Borsa rimane quello con le prospettive industriali più solide. La domanda di chip specializzati continua a crescere e Nvidia mantiene una posizione quasi monopolistica nel mercato dei processori per l’AI. Allo stesso modo, Amd guadagna quote nel settore dei data center e Palantir consolida il suo ruolo trainante nel software per l’intelligenza artificiale governativa e aziendale. Evidentemente non basta più. Il mercato vuole tornare ai fondamentali: utili sostenibili, investimenti misurati e valutazioni realistiche.
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