Alessandro Cicognani 11/09/2026
BCE alza i tassi ma i mercati lo avevano previsto: ecco cosa può muovere i mercati nei prossimi 10 giorni
La Banca centrale europea ha alzato ieri di 25 punti base i tre tassi ufficiali: quello sui depositi è salito al 2,50%, il rifinanziamento principale al 2,65% e quello sui prestiti marginali al 2,90%, con effetto dal 16 settembre. Gli analisti di mercato lo avevano ampiamente previsto, e la ragione è soprattutto l’energia: il conflitto in Medio Oriente sta mantenendo elevate le pressioni sui prezzi e Francoforte teme che il rincaro di petrolio e gas finisca per trasferirsi anche su beni, servizi e salari. Le nuove stime vedono l’inflazione media al 3% nel 2026, al 2,5% nel 2027 e al 2,1% nel 2028, mentre il Pil dell’area euro è atteso crescere dello 0,9% quest’anno e dell’1,4% nel 2027. L’inflazione dovrebbe tornare intorno all’obiettivo del 2% solo verso la fine del prossimo anno. La Bce non ha promesso altri rialzi e continuerà a decidere “riunione per riunione”, ma sui mercati è aumentata l’attesa di un’ulteriore stretta: un altro quarto di punto entro fine anno è ormai uno scenario concreto, soprattutto se energia e inflazione di fondo resteranno elevate.
10-11 settembre: prima i prezzi
La prima miccia è già accesa. Il 10 settembre è arrivato il Ppi, Producer price index, cioè l’indice dei prezzi alla produzione negli Stati Uniti: misura come cambiano i prezzi ricevuti dalle imprese per beni e servizi prima di arrivare al consumatore. Ad agosto è salito dello 0,4% sul mese e del 5,4% su base annua. È importante perché un aumento persistente dei prezzi “a monte” può, almeno in parte e con qualche ritardo, arrivare sugli scaffali. Oggi, 11 settembre, tocca invece al Cpi, Consumer price index, l’indice dei prezzi al consumo, ossia il termometro dell’inflazione pagata direttamente dalle famiglie americane. A luglio era al 3,4%; per agosto il consenso indica ancora circa il 3,4%, con la componente core (che esclude le più volatili voci di cibo ed energia) attesa intorno al 2,4%. Un dato superiore alle previsioni rafforzerebbe l’idea che la Federal Reserve debba alzare i tassi; uno più morbido potrebbe invece riportare prudenza.
15-16 settembre: crypto e soprattutto Fed
Il 15 settembre il Senato americano affronterà poi un passaggio importante sul Digital asset market Clarity act. Non sarà ancora il voto finale sulla legge: si voterà sulla cosiddetta cloture, la procedura necessaria per superare l’ostruzionismo e procedere con l’esame del provvedimento, per la quale servono 60 voti. Il Clarity act punta a costruire finalmente un quadro federale più definito per le criptovalute e a chiarire competenze e regole del settore: per questo il risultato potrebbe muovere soprattutto Bitcoin e l’intero universo crypto. Ma il vero appuntamento arriva il giorno dopo. Il 16 settembre decide il Fomc, il comitato della Federal Reserve che stabilisce i tassi americani, oggi al 3,50-3,75%. Dopo il Ppi di ieri, i future attribuiscono circa il 70% di probabilità a un rialzo di 25 punti base (è stato lo stesso presidente Warsh ad aprire il caso rialzi al simposio di Jackson Hole, ne abbiamo parlato qui), mentre tra gli economisti resta forte il partito dell’attesa. È proprio questa incertezza a rendere la riunione particolarmente delicata: insieme alla decisione arriveranno inoltre nuove previsioni economiche sull’economia a stelle e strisce. In pratica, non conterà soltanto cosa farà la Fed il 16 settembre, ma soprattutto cosa dirà sul dopo.
18 settembre: il rischio arriva dal Giappone
A chiudere la sequenza sarà la Bank of Japan. Il 18 settembre il mercato si aspetta con grande convinzione un rialzo del tasso all’1,25%: in un recente sondaggio Reuters 66 economisti su 68 indicavano questa scelta. Ma perché una decisione presa a Tokyo dovrebbe interessare Wall Street o le Borse europee? Perché per anni lo yen è stato una delle principali valute utilizzate per finanziarsi a bassissimo costo: gli investitori prendevano denaro a prestito in yen e lo impiegavano in attività più redditizie in altri Paesi, una strategia chiamata carry trade. Se i tassi giapponesi salgono e lo yen si rafforza, queste operazioni diventano meno convenienti e possono essere smontate rapidamente, costringendo a vendere azioni, bond o altre attività. È per questo che, in meno di dieci giorni, si racchiudono una serie di appuntamenti a cui tutto il mondo guarda con particolare attenzione.
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