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04/09/2026
Bill Gates sfida l’ottimismo di Zuckerberg: “Sull’AI questa volta è diverso”

Bill Gates sfida l’ottimismo di Zuckerberg: “Sull’AI questa volta è diverso”

Poche settimane dopo il manifesto di Meta sulla superintelligenza aperta e accessibile a tutti, il fondatore di Microsoft lancia l’allarme su lavoro, disuguaglianze e sicurezza.

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A distanza di poche settimane, dalla Silicon Valley arrivano due visioni quasi opposte del futuro dell’intelligenza artificiale. Mark Zuckerberg, nel manifesto The Future is for Everyone pubblicato il 10 agosto, immagina una “superintelligenza personale” accessibile a miliardi di persone. Il rischio principale, per il fondatore di Meta, non è l’AI in sé ma la sua concentrazione nelle mani di pochi governi o grandi aziende. Da qui la difesa di modelli aperti, meno vincoli allo sviluppo e una leadership occidentale capace di competere con la Cina. Bill Gates parte da una prospettiva molto più prudente. Non è “contro” l’AI, tanto che la sua fondazione continua a investirvi, ma sostiene che questa rivoluzione può essere molto più traumatica delle precedenti. “Questa volta è diverso” ha spiegato: le macchine del passato sostituivano soprattutto la forza fisica, mentre l’intelligenza artificiale può sostituire direttamente capacità cognitive come scrivere, programmare, analizzare e decidere. “L’AI sarà o il più grande strumento di uguaglianza mai inventato o la peggiore fonte di ingiustizia” avverte.

 

Il nodo è il lavoro

È soprattutto sull’occupazione che Gates prende le distanze dall’ottimismo prevalente. Le precedenti rivoluzioni tecnologiche hanno eliminato professioni, ma ne hanno create altre. Stavolta, secondo il fondatore di Microsoft, l’AI potrebbe colpire contemporaneamente molti settori, dal software alle banche, dagli studi professionali alla sanità, fino ai lavori manuali con l’avanzata della robotica. “Molti posti spariranno per sempre” teorizza. Il punto è che, se la tecnologia rende più produttiva un’impresa ma riduce drasticamente il bisogno di persone, la crescita degli utili non si traduce automaticamente in più occupazione o salari più alti. È questo il rischio sociale che Gates vuole mettere al centro del dibattito: una parte crescente della ricchezza potrebbe concentrarsi nelle aziende che possiedono i modelli, i chip e i data center, mentre una quota di lavoratori perderebbe potere contrattuale. La questione, quindi, non è soltanto quanta ricchezza produrrà l’AI, ma come verrà distribuita.

 

La “token tax” e i lavori da proteggere

La questione è anche fiscale. Oggi un’azienda che assume un lavoratore paga imposte e contributi, mentre l’acquisto di software o robot può essere contabilizzato come investimento. Per Gates questo significa che il sistema rischia di incentivare la sostituzione del lavoro umano (sulla sostenibilità anche economica dell’AI ne abbiamo parlato qui). La sua proposta è una “token tax”, cioè un’imposta sull’utilizzo dell’AI quando viene impiegata per automatizzare attività, destinando il gettito a formazione e ammortizzatori sociali. Ancora più radicale è l’idea di creare lavori “Human Reserved”, cioè professioni che dovrebbero restare affidate alle persone anche se una macchina fosse tecnicamente in grado di svolgerle. Gates cita soprattutto assistenza agli anziani, cure, educazione e attività in cui il rapporto umano ha un valore autonomo. Nelle interviste degli ultimi giorni ha persino ipotizzato che fino al 40% dei lavori attuali possa essere protetto in qualche forma.

 

Distribuire o governare

Ma il problema non riguarda solo l’occupazione. Gates teme anche cyberattacchi autonomi e l’utilizzo dell’AI per progettare agenti biologici. Per questo considera insufficiente l’autoregolamentazione dell’industria: “Autoregolamentazione sullo strumento più pericoloso mai inventato? No, grazie”. La sua proposta è una governance internazionale ispirata ai controlli sul nucleare e alle regole dell’aviazione civile, tema che intende discutere anche con il presidente cinese Xi Jinping. La distanza tra Gates e Zuckerberg, alla fine, è soprattutto filosofica. Per Zuckerberg l’AI è una tecnologia da distribuire, perché il rischio maggiore è che troppo potere finisca nelle mani di pochi. Per Gates è invece una tecnologia da governare, perché mercato e imprese potrebbero avere tutto l’interesse ad accelerarne l’adozione anche quando il costo sociale diventa elevato. La vera sfida dei prossimi anni sarà quindi capire se l’AI allargherà la ricchezza disponibile oppure se, prima ancora di farlo, cambierà radicalmente il modo in cui quella ricchezza e il lavoro vengono distribuiti.

 

Credits: Foto generata con Chatgpt



Tags:
AIbill gateszuckerberg

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