Salta al contenuto principale

Finanza in Page

02/10/2026
“Breturn”: dieci anni dopo il referendum, una retromarcia sulla Brexit è sul tavolo in Gran Bretagna. Cosa c’è in gioco

“Breturn”: dieci anni dopo il referendum, una retromarcia sulla Brexit è sul tavolo in Gran Bretagna. Cosa c’è in gioco

Dal mercato unico all’unione doganale fino al possibile rientro: Londra valuta quanto riavvicinarsi a Bruxelles. Ma a quale prezzo?

Ascolta l'articolo Sintesi vocale browser

Dieci anni dopo il referendum che ha cambiato la storia britannica, la Brexit non è più un tabù. Nel 2016 il 51,9% dei britannici scelse di lasciare l’Unione europea. Oggi il premier laburista Andy Burnham ha rimesso sul tavolo tutte le opzioni: mantenere l’assetto attuale, entrare in un’unione doganale, riavvicinarsi al mercato unico oppure, in prospettiva, tornare pienamente nell’Ue. Un nuovo referendum non è imminente, ha precisato, ma potrebbe comparire in un futuro programma elettorale. Non sarebbe però un ritorno al 2016. La Gran Bretagna godeva di eccezioni costruite in decenni di negoziati. Un nuovo ingresso dovrebbe essere discusso da zero con i ventisette paesi dell’Eurozona e la posizione britannica potrebbe essere meno favorevole. James Smith di ING, intervistato da Cnbc, osserva che Bruxelles potrebbe essere poco incline a concedere condizioni speciali. Fra i nodi ci sarebbero la libera circolazione dei lavoratori e, nello scenario di piena adesione, la questione dell’euro: secondo Steve Nolan, della Liverpool John Moores University, sono elementi che potrebbero entrare nel negoziato, non condizioni già definite.

 

Il vero conto della Brexit

Il motivo per cui il tema è tornato d’attualità è soprattutto economico. L’Ue resta il principale mercato britannico: nel 2025 gli scambi di beni e servizi con i Ventisette hanno raggiunto circa 859 miliardi di sterline. Uscire dal mercato unico e dall’unione doganale ha reintrodotto controlli, regole d’origine e costi amministrativi proprio negli scambi con il partner più vicino. Misurare quanto sia costata la Brexit non è semplice, perché bisogna confrontare l’economia reale con quella ipotetica di un Regno Unito rimasto nell’Ue. L’Office for Budget Responsibility stima una riduzione di circa il 4% della produttività potenziale di lungo periodo e volumi di import-export inferiori del 15% rispetto allo scenario senza Brexit. Altre ricerche collocano il Pil britannico fra il 4 e l’8% sotto il livello che avrebbe potuto raggiungere. Non significa che l’economia abbia perso materialmente il 5 o il 6% del Pil: significa che è cresciuta meno di quanto avrebbe potuto.

 

Perché i mercati guardano alla “Breturn”

È qui che la possibile retromarcia diventa una storia finanziaria. La sterlina non è mai tornata stabilmente ai livelli precedenti al referendum e il mercato britannico tratta da anni con valutazioni inferiori rispetto ad altri listini. Nigel Green, amministratore delegato di deVere Group, ha detto ai microfoni di Cnbc che una relazione più stabile con l’Ue potrebbe sostenere la valuta e aiutare soprattutto le azioni britanniche più esposte all’economia domestica a ridurre parte dello “sconto” accumulato nell’ultimo decennio. Meno ostacoli commerciali possono migliorare le prospettive degli utili, una crescita potenziale più alta può rendere più sostenibili i conti pubblici e una maggiore prevedibilità normativa può attirare capitali esteri. Green avverte però che il riavvicinamento a Bruxelles non basterebbe: pressione fiscale e instabilità delle politiche economiche continuano, a suo giudizio, a spingere imprenditori e professionisti a valutare l’uscita dal Paese. E Nolan sottolinea che la sola riapertura formale del dossier Brexit aumenterebbe l’incertezza, con possibili effetti su investimenti e flussi di capitale.

 

Tornare indietro, ma fino a dove?

Il punto, quindi, non è soltanto se il Regno Unito tornerà nell’Ue, ma quanto vicino all’Europa deciderà di tornare. Un’unione doganale eliminerebbe parte delle frizioni sulle merci, ma lascerebbe fuori molti servizi. Il mercato unico offrirebbe un’integrazione più profonda, ma comporterebbe maggiore allineamento alle regole europee e libera circolazione. La piena adesione riaprirebbe invece i dossier più sensibili, compresi bilancio e moneta. C’è poi il fattore tempo. Gli esperti ricordano che sono serviti più di cinque anni per costruire il rapporto post-Brexit e che un nuovo assetto richiederebbe comunque anni (un percorso talmente complesso e travagliato che il Regno Unito ha cambiato sei primi ministri dopo la Brexit, ne abbiamo scritto qui). Inoltre, la Brexit oggi pesa meno fra le priorità degli elettori: un paradosso che può rallentare qualsiasi nuova svolta. Nigel Farage, l’euroscettico leader del partito Reform UK, ha già annunciato la sua opposizione, mentre i sondaggi mostrano un maggiore favore per rapporti più stretti con Bruxelles, anche se il consenso cambia a seconda che si parli di pieno rientro o di forme intermedie di integrazione. Dieci anni dopo, insomma, la Brexit non è più soltanto una questione di sovranità. È una domanda concreta su crescita, commercio, sterlina, Borsa e capacità del Regno Unito di attirare capitali. Ed è su questi numeri, più che sugli slogan del 2016, che potrebbe giocarsi l’eventuale seconda partita europea.

 

 

Credits: Foto Pexels



Tags:
BrexitEuropaLondra

Scopri le soluzioni di investimento che potrebbero interessarti

Iscriviti alla Newsletter

Non perderti gli articoli più interessanti della settimana. Ricevili tutti direttamente via mail!

Altri approfondimenti che potrebbero interessarti

Tutte le notizie di attualità
che non devi perderti e…