Bucks 15/04/2025
Buy the dip? Addio certezze: come i dazi di Trump hanno cambiato Wall Street
Per anni, chi investiva in Borsa – dai piccoli risparmiatori ai grandi esperti di Wall Street – si era abituato a una regola non scritta: ogni volta che i mercati calavano, era un buon momento per comprare, perché tanto si sarebbero ripresi presto. Questo approccio, noto come “buy the dip” (comprare nel calo), sembrava quasi infallibile. Ma oggi, le politiche commerciali dell’amministrazione Trump, in particolare la sua “mania dei dazi”, stanno sconvolgendo queste certezze. E chi segue il vecchio manuale dell’investitore sta subendo perdite pesanti.
Comprare nel calo? Stavolta non ha funzionato
Secondo i dati di Dow Jones Market Data, il 2025 si sta rivelando uno degli anni peggiori per chi ha provato a “comprare nel calo”. Dopo giornate con perdite importanti (oltre l’1%), l’indice S&P 500 ha continuato a calare in media dell’1,3% nella settimana successiva. Non succedeva nulla di simile dal 1920. In pratica, invece di approfittare di “sconti” in Borsa, gli investitori si sono ritrovati con perdite ancora maggiori. “È un mondo nuovo, dobbiamo imparare a navigarlo”, ha detto Christopher Marangi, gestore di fondi di investimento.
Un rimbalzo e poi di nuovo il tonfo
Quando Trump ha annunciato una pausa di 90 giorni su alcuni dazi, i mercati hanno subito reagito con un forte rialzo. Ma l’entusiasmo è durato poco: già il giorno dopo, le azioni sono tornate a perdere valore. Questa instabilità ha creato confusione e incertezza tra gli investitori.
L’America resta la terra promessa?
Fino a poco tempo fa, gli investitori credevano nella cosiddetta “eccezionalità americana”: ovvero, che gli Stati Uniti fossero sempre il posto migliore in cui investire. Ma nel 2025 anche i titoli di Stato, le azioni e persino il dollaro hanno subito forti pressioni. Il rendimento dei Treasury a 30 anni (che cresce quando i prezzi dei titoli calano) è salito al 4,849%, un aumento mai visto da marzo 2020, in piena pandemia. E l’S&P 500 sta andando peggio dell’indice MSCI mondiale di oltre 3 punti percentuali – la peggior performance rispetto ai mercati globali dal 2009.
Che fine ha fatto il “paracadute” della Fed?
Negli ultimi decenni, ogni volta che i mercati andavano in crisi, il governo americano – e in particolare la Federal Reserve (la banca centrale USA) – interveniva con stimoli economici, tagli dei tassi e acquisti di titoli per tranquillizzare gli investitori. Questo intervento era così prevedibile che a Wall Street lo chiamavano “Fed put”, come una sorta di assicurazione contro le perdite. Ma oggi, paradossalmente, è proprio il governo (con i suoi dazi) a causare i problemi. “La Fed non può più intervenire così facilmente”, spiega Rupal Bhansali, esperta di mercati globali. “Contare su un salvataggio non è una strategia”.
I coraggiosi pagano caro
Molti investitori hanno provato a comprare durante i forti ribassi, sperando in un rimbalzo. Ma chi ha acquistato durante il crollo del 5% seguito all’annuncio di Trump ha visto un altro calo del 6% già il giorno dopo. Una vera e propria montagna russa. In sei sedute consecutive, l’S&P 500 ha avuto oscillazioni giornaliere di almeno il 4,9%: un livello di volatilità che non si vedeva da marzo 2020. E nella settimana successiva a un calo giornaliero del 3%, l’indice ha perso in media il 2% – la peggiore sequenza dal 1998.
Ma gli investitori non si tirano indietro
Nonostante tutto, molti continuano a investire con decisione. Nei sei giorni di forti scambi fino a mercoledì 9 aprile, sono stati versati 43 miliardi di dollari nei fondi ETF (Exchange Traded Funds), strumenti che replicano l’andamento di indici come l’S&P 500 o il Nasdaq. I tre fondi più popolari in quei giorni? Il fondo Vanguard S&P 500, il fondo Nasdaq-100 di Invesco e perfino un ETF super-rischioso che triplica l’andamento dei titoli tecnologici. Solo il fondo di Vanguard ha ricevuto in media 10 miliardi di dollari al giorno, quattro volte più del normale. “Molti pensano che, quando il mercato crolla così tanto, è sempre stato un buon momento per entrare”, spiega David Kelly di JP Morgan. Ma poi avverte: “non fate l’errore di pensare che, con i dazi attivi, tutto tornerà normale. Se restano, ci aspetta una recessione americana, e anche una recessione globale”.
Il ricordo della crisi del 2008
Negli anni successivi alla grande crisi finanziaria del 2008, gli investitori erano traumatizzati. L’indice S&P 500 era crollato del 50% e molti americani preferivano l’oro alle azioni. Poi, grazie a tassi di interesse bassissimi, il mercato si è ripreso lentamente ma in modo continuo, crescendo del 690% dal 2009 in poi. Ma oggi la situazione è diversa. Anche se i dazi venissero eliminati, i prezzi delle azioni USA potrebbero comunque non tornare ai livelli record. “Il danno è fatto”, dice ancora Marangi. Gli investitori – e anche i partner commerciali internazionali – hanno perso fiducia.
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