Salta al contenuto principale

Finanza in Page

10/06/2026
Come lo zolfo è diventato il nuovo termometro della crisi in Medio Oriente

Come lo zolfo è diventato il nuovo termometro della crisi in Medio Oriente

Dal blocco di Hormuz passa anche la paura per fertilizzanti e cibo: lo zolfo corre, l’urea sale dell’85% e l’Italia prepara aiuti per 100 milioni.

Ascolta l'articolo Sintesi vocale browser

Nel grande tabellone delle materie prime non ci sono solo petrolio, gas, oro o rame. Da alcune settimane anche lo zolfo è finito sotto i riflettori dei mercati. Il motivo è semplice: dall’inizio del conflitto in Medio Oriente, una parte importante delle forniture mondiali è diventata più difficile da far arrivare a destinazione. E quando una merce indispensabile passa da una zona geopoliticamente instabile, il prezzo reagisce subito. Secondo le ultime rilevazioni il prezzo dello zolfo è cresciuto del 37% solo nell’ultimo mese e quasi del 165% da inizio anno, arrivando a superare gli 800 euro per tonnellata. Sono numeri enormi per una materia prima di cui si parla poco, ma che entra in molte filiere essenziali. Lo zolfo serve soprattutto per produrre acido solforico, uno dei prodotti chimici più utilizzati al mondo. E l’acido solforico serve a sua volta per fertilizzanti, metalli, batterie, carta, pigmenti e molti altri prodotti industriali. Per capire perché il mercato si è acceso bisogna guardare alla geografia. Dallo Stretto di Hormuz, il passaggio tra Golfo Persico e Oceano Indiano, non transitano solo petrolio e gas. Secondo i dati richiamati dalla Fao, da Hormuz passano il 30% dei fertilizzanti e addirittura il 50% dello zolfo. È per questo che la crisi non è più soltanto energetica: sta diventando anche agricola, industriale e alimentare.

 

Dal porto al campo: il legame con i fertilizzanti

Lo zolfo non finisce direttamente nel carrello della spesa, ma può arrivarci in modo indiretto. Il passaggio chiave sono i fertilizzanti. Per produrre fertilizzanti fosfatici, cioè quelli usati per migliorare la resa agricola dei terreni, serve acido solforico. Se lo zolfo costa molto di più, aumenta anche il costo di produrre concimi. E se i concimi diventano più cari, gli agricoltori devono scegliere: spendere di più, usare meno prodotto o rinviare investimenti. I numeri danno la misura del problema. Come evidenzia un’analisi realizzata da Coldiretti, la crisi di Hormuz ha fatto salire non solo lo zolfo, anche l’urea ha toccato gli 870 euro a tonnellata, contro i 470 euro di maggio dell’anno scorso: un aumento dell’85%. Nello stesso periodo il nitrato ammonico è passato da 369 a 510 euro a tonnellata, con un rialzo del 38%. Sempre Coldiretti segnala che la chiusura di Hormuz avrebbe ritardato la disponibilità fino a 3 milioni di tonnellate di fertilizzanti al mese, mettendo a rischio la produttività agricola. È qui che una tensione geopolitica si trasforma in un problema economico concreto. Il caro-zolfo e il caro-fertilizzanti possono pesare sui margini delle aziende agricole, spingere al rialzo i costi di produzione e, nei casi peggiori, ridurre le semine. Il direttore generale della Fao, Qu Dongyu, ha riassunto il punto con una frase molto netta: “La chiusura dello Stretto di Hormuz non è una questione regionale, è un rischio per la sicurezza alimentare globale”.

 

Perché governi e mercati si stanno muovendo

La tensione sui fertilizzanti è diventata abbastanza seria da arrivare sul tavolo del G7 Agricoltura. Dopo la riunione straordinaria dei ministri a Parigi di lunedì scorso (8 giugno), l’Europa ha deciso la sospensione dei dazi sui principali fertilizzanti azotati usati in agricoltura. L’Italia, invece, ha previsto uno stanziamento da 100 milioni di euro sotto forma di credito d’imposta per aiutare le aziende agricole ad acquistare fertilizzanti e carburanti. Il sottosegretario all’agricoltura Luigi D’Eramo ha spiegato che serve una strategia capace di unire “interventi di risposta immediata” e “politiche strutturali”. Tradotto: nell’immediato bisogna abbassare il costo dei concimi e sostenere gli agricoltori; nel medio periodo bisogna ridurre la dipendenza da poche rotte e da pochi fornitori. Per questo, durante il confronto internazionale, è stata sottolineata anche la necessità di diversificare le fonti di approvvigionamento e incentivare fertilizzanti innovativi, compresi quelli ottenuti dal recupero di sottoprodotti, in linea con l’economia circolare. Il punto finanziario è che il mercato non sta più guardando solo al prezzo dello zolfo di oggi, ma al rischio di una filiera più fragile domani. Se Hormuz resta bloccato o semi-bloccato, le aziende che dipendono da zolfo, acido solforico e fertilizzanti possono trovarsi davanti a costi più alti, consegne più lente e margini più stretti. Al contrario, chi produce materie prime alternative, fertilizzanti meno dipendenti da queste rotte o tecnologie per l’efficienza agricola potrebbe attirare maggiore interesse.

 

Credits: Foto Pexels

Tags:
guerraHormuzzolfo

Scopri le soluzioni di investimento che potrebbero interessarti

Iscriviti alla Newsletter

Non perderti gli articoli più interessanti della settimana. Ricevili tutti direttamente via mail!

Altri approfondimenti che potrebbero interessarti

Tutte le notizie di attualità
che non devi perderti e…