Alessandro Cicognani 03/07/2026
Da oltre 5 mila a 4 mila dollari in sei mesi. Cosa è cambiato per l’oro
Per mesi l’oro è sembrato l’asset perfetto per attraversare un mondo instabile. Guerre, tensioni geopolitiche, petrolio in rialzo, dubbi sulla tenuta dei conti pubblici, banche centrali meno prevedibili: tutto sembrava spingere nella stessa direzione. E infatti a gennaio il metallo giallo aveva superato i 5 mila dollari l’oncia, fino a toccare un massimo storico vicino ai 5.600 dollari il 28 gennaio. Poi però è accaduto qualcosa che a prima vista sembra controintuitivo: proprio mentre il mondo restava complicato, l’oro ha iniziato a scendere. E ieri, 2 luglio, è finito sotto quota 4 mila dollari l’oncia per la prima volta da novembre 2025, arrivando a perdere oltre il 20% dai massimi. La correzione, del resto, non è stata marginale. Nel trimestre chiuso a giugno il lingotto ha perso il 14%, registrando la peggiore performance trimestrale dal 2013. Il movimento si è concentrato soprattutto nell’ultima parte del semestre, quando l’idea di una Federal Reserve ancora aggressiva ha preso il posto della narrativa più favorevole dei mesi precedenti. L’oro è arrivato a scivolare fino a 3.960 dollari l’oncia, vicino ai minimi degli ultimi otto mesi, prima di rimbalzare questa mattina ( 3 luglio) sopra i 4.080 dopo le parole del presidente della Fed, Kevin Warsh, secondo cui i rischi di inflazione si sarebbero attenuati. La domanda, quindi, è semplice: com’è possibile che il bene rifugio per eccellenza scenda in una fase ancora ricca di rischi? La risposta è che l’oro non sale soltanto quando aumenta l’incertezza. Tende a beneficiare soprattutto quando i mercati si aspettano un calo dei tassi d’interesse, un indebolimento del dollaro o politiche monetarie più espansive (perché con tassi più bassi il fatto che l’oro non paghi interessi diventa meno importante agli occhi degli investitori). Negli ultimi mesi, invece, la narrativa si è ribaltata. Il rischio geopolitico non è scomparso, ma è stato interpretato anche come un possibile fattore di nuova inflazione. E se l’inflazione resta elevata, la Federal Reserve ha meno margine per tagliare i tassi. Anzi, potrebbe essere costretta a mantenerli alti più a lungo. In questo scenario, detenere oro diventa relativamente meno conveniente rispetto ad attività che offrono un rendimento, contribuendo a ridurne l’attrattiva.
I nemici dell’oro: tassi e inflazione
Per capire la discesa dell’oro bisogna partire da una cosa molto semplice: l’oro non paga interessi. Un lingotto resta un lingotto. Non distribuisce cedole, non stacca dividendi, non genera un flusso di cassa. Quando i tassi sono bassi o stanno scendendo, questo è un problema relativo, perché anche le obbligazioni rendono poco (questo perché i titoli di Stato di nuova emissione vengono collocati sul mercato a rendimenti più bassi). Ma quando i rendimenti restano alti, il confronto diventa più difficile. Perché un investitore dovrebbe tenere oro, che non remunera, se può comprare titoli di Stato che offrono un rendimento interessante?
C’è poi un secondo elemento, forse ancora più interessante. La guerra, da sola, non è stata sufficiente a sostenere l’oro. In teoria, nei momenti di crisi geopolitica gli investitori cercano protezione e comprano beni rifugio. È una reazione nota e spesso automatica. Ma il conflitto tra Stati Uniti e Iran ha avuto anche un altro effetto: ha riacceso il timore di una fiammata del petrolio e quindi dell’inflazione. E quando il mercato teme più inflazione, non pensa soltanto al rischio geopolitico. Pensa anche alla reazione delle banche centrali. Qui sta la differenza rispetto alla narrativa dei mesi precedenti. A inizio anno l’oro era salito perché veniva visto come protezione contro un mondo instabile, contro il possibile indebolimento del dollaro che tende a sostenere il prezzo dell’oro – e contro politiche fiscali e monetarie troppo espansive, che aumentano il timore che il valore della moneta si riduca nel tempo. Ma con l’arrivo di Kevin Warsh alla guida della Federal Reserve, il messaggio è diventato più complesso. Da un lato il mercato ha temuto una Fed pronta a restare dura sull’inflazione, dall’altro ha reagito subito quando Warsh ha parlato di rischi inflazionistici in attenuazione. Il risultato è stato un mercato molto più nervoso, in cui bastano poche parole sui tassi per spostare il prezzo dell’oro.
È finita la corsa? Non necessariamente
La correzione delle ultime settimane non basta, però, a cambiare completamente il quadro. Alcuni dei fattori che hanno sostenuto l’oro negli ultimi anni continuano infatti a essere presenti. Sarebbe un errore concludere che il caso d’investimento dell’oro sia venuto meno. Più corretto dire che oggi convivono forze contrastanti: alcune frenano il prezzo nel breve periodo, mentre altre continuano a sostenerlo nel lungo termine. La domanda di oro delle banche centrali, per esempio, continua a essere solida (ne abbiamo parlato qui). Il World Gold Council, infatti, ha segnalato acquisti netti per 244 tonnellate nel primo trimestre del 2026, nonostante prezzi già molto elevati. Questo significa che molti Paesi continuano a voler diversificare le proprie riserve, riducendo la dipendenza dal dollaro e aumentando la quota di oro nei bilanci delle banche centrali. È una tendenza strutturale, non un movimento speculativo di poche settimane. La correzione, inoltre, non ha cancellato del tutto l’interesse degli investitori professionali. Secondo Swisscanto, il 57% dei chief investment officer svizzeri continua a mantenere un’esposizione all’oro superiore alla media, anche se con minore convinzione rispetto alla fine del 2025. E c’è chi ha approfittato del calo per tornare a comprare. La discesa sotto i 4 mila dollari racconta soprattutto un cambiamento negli equilibri di mercato. L’oro non viene più acquistato a qualsiasi prezzo solo per la sua funzione di bene rifugio. Continua a rappresentare una forma di protezione nei momenti di incertezza, ma il suo prezzo resta fortemente influenzato anche dalle aspettative su inflazione, tassi d’interesse e dollaro. La correzione delle ultime settimane suggerisce che, in questa fase, gli investitori attribuiscono più peso alla prospettiva di tassi elevati più a lungo che ai rischi geopolitici.Se queste aspettative dovessero cambiare, l’oro potrà tornare a brillare.
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