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04/08/2026
Dai chatbot ai robot umanoidi: la nuova frontiera degli investimenti nell’AI fisica

Dai chatbot ai robot umanoidi: la nuova frontiera degli investimenti nell’AI fisica

I robot stanno imparando a vedere, comprendere e agire nel mondo reale. Per gli investitori si apre un mercato potenzialmente enorme, ma ancora costoso, selettivo e ricco di rischi.

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Dopo aver imparato a scrivere testi, creare immagini e rispondere alle domande, l’intelligenza artificiale sta cercando un corpo. È questa la promessa della cosiddetta “AI fisica”: software capaci non soltanto di elaborare informazioni, ma anche di guidare robot che si muovono, afferrano oggetti e prendono decisioni nel mondo reale. La differenza è semplice. Un chatbot può spiegare come preparare un pacco; un robot deve riconoscere la scatola, calcolare la presa, sollevarla senza romperla e reagire se incontra un ostacolo. Secondo Jeffrey Cleveland, chief economist della società americana di gestione degli investimenti Payden & Rygel, i programmi di conversazione potrebbero essere soltanto la prima fase della rivoluzione (della “battaglia” tra i chatbot ne abbiamo parlato qui). “La prossima ondata dell’AI sarà probabilmente quella fisica” osserva. I nuovi modelli collegano immagini, linguaggio e movimento, permettendo alle macchine di apprendere anche osservando video di esseri umani. Ma il salto dal laboratorio alla vita quotidiana resta enorme, perché una casa, un ospedale o un cantiere sono ambienti molto meno prevedibili di una catena di montaggio.

 

Il mercato e il debutto boom di Unitree

Il mercato ci crede a tal punto che oggi (19 agosto) i robot della startup cinese Unitree hanno festeggiato un debutto boom a Shanghai. Le azioni sono balzate fino al +629% nel primo giorno di negoziazione, per poi chiudere la giornata con un netto +500%. L’azienda fondata Wang Xingxing ha raccolto 6,1 miliardi dalla quotazione ed è diventata il simbolo dello sviluppo dei robot umanoidi.

La robotica industriale non è una scommessa futuristica. Nel 2024 sono stati installati nel mondo 542 mila robot, più del doppio rispetto a dieci anni prima, e l’Asia ha assorbito il 74% delle nuove installazioni. Gli umanoidi, però, sono ancora agli inizi. Morgan Stanley stima che il mercato potrebbe raggiungere i 5 mila miliardi di dollari entro il 2050, con oltre un miliardo di macchine in funzione. L’adozione dovrebbe comunque procedere lentamente almeno per altri dieci anni circa. “L’accelerazione dovrebbe arrivare tra la fine degli anni Trenta e gli anni Quaranta” spiega Adam Jonas, responsabile della ricerca globale sull’auto della banca americana. Il principale ostacolo è economico. Oggi un umanoide avanzato può costare tra 150 mila e 500 mila dollari e, secondo le stime citate da Payden & Rygel, il prezzo dovrebbe scendere dell’80-90% per consentire una diffusione industriale di massa. Anche l’affidabilità è decisiva: svolgere correttamente un compito nove volte su dieci può sembrare un buon risultato per un software sperimentale, ma non basta per una macchina che lavora accanto alle persone. I primi impieghi su larga scala arriveranno quindi probabilmente in fabbriche e magazzini, dove gli spazi possono essere organizzati intorno ai robot. Amazon, dopo l’acquisizione di Kiva Systems, ha seguito proprio questa strada e utilizza ormai oltre un milione di macchine nei propri centri logistici.

 

Dove può nascere il rendimento

Per chi investe, la partita non riguarda soltanto i produttori di umanoidi. Come durante una corsa all’oro, spesso guadagna anche chi vende pale e picconi. Nella robotica questi fornitori sono le aziende che producono semiconduttori, sensori, telecamere, motori, batterie, software di simulazione e infrastrutture cloud. Nvidia, per esempio, sta sviluppando modelli che funzionano come una sorta di cervello digitale: interpretano ciò che il robot vede e traducono le istruzioni ricevute in movimenti concreti.  La domanda di potenza di calcolo potrebbe diventare persino superiore a quella generata dai chatbot. Un assistente virtuale lavora quando riceve una domanda; un robot deve invece analizzare continuamente immagini e segnali, pianificare le azioni e reagire in pochi millisecondi. Payden & Rygel stima che un’ora di funzionamento di un robot autonomo possa richiedere una capacità di calcolo equivalente a circa mille richieste a ChatGPT. La crescita della robotica potrebbe quindi sostenere non solo i costruttori di macchine, ma anche data center, produttori di chip e reti elettriche.

 

La promessa non è ancora un profitto

Il potenziale non deve però essere confuso con un rendimento garantito. Molte società del settore non producono ancora utili, dipendono da finanziamenti continui e possono accumulare ritardi nello sviluppo. Le americane Serve Robotics, Richtech Robotics e Nauticus Robotics, per esempio, continuano a registrare perdite mentre investono nello sviluppo dei prodotti e nell’espansione commerciale. Si tratta di una dinamica tipica delle economie giovani. Tra le big Tesla mostra bene il dilemma: gli investitori attribuiscono grande valore ai robotaxi e all’umanoide Optimus, ma gli investimenti nell’AI fisica stanno aumentando il fabbisogno di cassa. Nel 2026 la società potrebbe spendere circa 25 miliardi di dollari in investimenti, più della liquidità generata dalle attività automobilistiche ed energetiche. Per un risparmiatore, dunque, la strada più prudente non è tentare di indovinare quale umanoide vincerà la corsa, ma diversificare lungo l’intera filiera e valutare ricavi, margini, debito e quotazioni. La robotica potrebbe davvero rappresentare la seconda vita dell’intelligenza artificiale. Prima di diventare una fonte stabile di rendimento, però, dovrà dimostrare di saper uscire dalle presentazioni spettacolari e lavorare in modo affidabile, economico e continuo.



 

Credits: Immagine generata con Chatgpt

Tags:
AIrobotumanoidi

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