Alessandro Cicognani 20/08/2025
Dal caos dei dazi alla Fed: perché l’oro può volare a 3.850 dollari
Non è un invito a fiondarsi a comprare oro, né tantomeno un consiglio a prendere quello che si possiede e chiuderlo in cassaforte. Ma una cosa è certa: il metallo giallo è tornato sotto i riflettori. Da quando la guerra commerciale di Donald Trump si è fatta più intensa, specie negli ultimissimi giorni con gli annunciati dazi al 100% sui semiconduttori e il raddoppio delle tariffe all’India (pari al 50%), il bene rifugio per eccellenza è tornato ad essere un porto sicuro per gli investitori di tutto il mondo. E stante la situazione macroeconomica ancora molto incerta – che solo nei prossimi mesi metterà in mostra il reale effetto delle imposizioni della Casa Bianca – è presumibile pensare che l’oro possa continuare a crescere.
Fino a che punto? Secondo Nitesh Shah, a capo del dipartimento sulle materie prime della società di investimento WisdomTree, la cavalcata è solo all’inizio e “entro il secondo trimestre del 2026 – sostiene –, sulla base dei dati macroeconomici di consenso, prevediamo che potrebbe raggiungere i 3.850 dollari l’oncia”. Un notevole balzo in avanti dai 3.394 di oggi, che porterebbe il metallo giallo su cifre mai viste prima (e forse nemmeno mai immaginate).
L’incertezza dei dazi spinge in alto l’oro
“Consideriamo il periodo attuale come una fase di caricamento della molla – afferma Shah –, che prepara il terreno per un potente movimento al rialzo dei prezzi dell’oro”. Sembra infatti ormai lontano il capitombolo che il prezzo della materia prima dovette affrontare ad aprile, quando fu colpito dall’ondata di paura che colpì tutto il mercato, subito dopo l’annuncio della politica dei dazi targata Trump. In quei giorni il prezzo del metallo giallo perse più del 4% in pochissimi giorni, portandosi sotto la soglia dei 3 mila dollari. Una discesa rilevante per un asset celebrato per la sua stabilità, che nei decenni è quasi sempre salito, subendo davvero pochi scossoni al ribasso (negli anni della crisi del 2007 o durante la bolla delle dot com del 2000).
Per il resto, l’oro ha sempre assolto la sua funzione di bene rifugio; e adesso che le nubi dell’incertezza sono tornate a farsi vedere sopra i cieli del mondo, con il mondo in attesa di capire come si tradurrà nel concreto la politica commerciale di Washington sull’economia globale, il metallo giallo ha riacceso la sua luce. Al punto che i grafici previsionali degli analisti parlano appunto di crescite anche piuttosto sostenute da qui a un anno. “Sebbene le tariffe finali del presidente Trump siano inferiori alle previsioni iniziali (alcune), i livelli rappresentano comunque un notevole allontanamento dal precedente quadro commerciale” mette in luce l’esperto di WisdomTree. In questo contesto, l’oro continua a svolgere un ruolo di copertura contro questi sviluppi sul fronte tariffario.
Gli effetti dell’inflazione e della Fed
C’è di più. L’inflazione persistente negli Stati Uniti, a giugno risultata pari al 2,7% (dato superiore alle previsioni), e il deterioramento del mercato del lavoro Usa che potrebbe spingere la Federal Reserve a intervenire taglia i tassi di interesse a settembre (ne abbiamo parlato qui), sono altri due elementi che non potrebbero fare altro che dare ancora maggiore forza alla corsa dell’oro.
Guardando al primo aspetto, bisogna ricordare come in periodi di inflazione elevata il prezzo metallo giallo tenda ad aumentare, perché grazie alla sua stabilità protegge gli investitori dalla perdita di potere d’acquisto della moneta.
Inoltre, l’oro tende ad avere una correlazione inversa rispetto ai tassi di interesse. Ciò vuol dire che se questi vengono abbassati, allora il prezzo del prezioso tendono a salire. In periodi di bassi tassi di interesse, il costo opportunità di detenere oro è infatti basso perché non matura interessi. Ciò significa che le persone preferiscono acquistare questo bene, invece di lasciare i propri soldi su conti che non fruttano nulla.
Torna in auge il ruolo di bene rifugio
Instabilità e incertezza economica americana (oltre che geopolitica), unita all’inflazione Usa ancora elevata e all’ipotesi tagli della Fed formano la ricetta di queste aspettative più che ottimistica verso l’oro. Ci sono ricerche che ipotizzano addirittura una volata anche oltre i 4 mila dollari l’oncia, qualora lo stress per la prima economia mondiale dovesse diventare insostenibile, portandola verso il rischio di una reale recessione.
Intanto, al di là di gravi scossoni, i grandi nomi della gestione patrimoniale mondiale, da Schroders a Pictet, continuano a considerare l’oro un prezioso strumento di diversificazione strategica all’interno di un portafoglio di investimenti. “In un contesto di fragilità fiscale, imprevedibilità delle politiche e volatilità dei mercati – sottolineano gli analisti di entrambe le società –, il suo ruolo di copertura del portafoglio rimane intatto”.
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