Alessandro Cicognani 20/10/2025
Dal “panico” al rientrato allarme delle banche locali Usa. Cosa è accaduto e come si spiega?
Prima uno scivolone oltre il dieci per cento, poi una ripresa quasi fulminea, che oggi vede i titoli presi di mira aver già recuperato oltre la metà delle perdite. Tutto questo: in meno di una settimana. Come è possibile? In estrema sintesi, è quanto accaduto negli ultimi giorni alle banche regionali statunitensi. Al centro della vicenda, ancora una volta il mercato del credito subprime, ossia i crediti concessi a clienti a basso reddito e alto profilo di rischio, questa volta per finanziare l’acquisto di un’auto. È la storia che si ripete? si è domandato il mercato, ancora ben memore delle batoste ricevute durante la crisi del 2008 dei mutui immobiliari deteriorati, con il crac della banca d’affari Lehman Brothers e lo squilibrio economico-finanziario diffusosi a macchia d’olio per tutto il pianeta.
La paura ha contagiato un po’ tutti in un primo momento, facendo credere che si stesse andando incontro a una crisi del credito che sarebbe nuovamente potuta divenire globale. In fondo, si parla di finanziamenti per l’acquisto di auto che, messi tutti insieme, valgono miliardi di dollari. E così il mercato ha reagito vendendo a ritmo serrato i titoli delle banche maggiormente esposte, specialmente quelle regionali diffuse lungo tutti gli Stati Uniti. “È comprensibile che il mercato reagisca con nervosismo – aveva ben spiegato Anthony Elian, analista di JPMorgan, alla Cnbc – perché quando i problemi di credito si moltiplicano in breve tempo, anche se limitati, gli investitori preferiscono vendere subito e porsi domande dopo”. Poi venerdì sono arrivati gli ottimi conti trimestrali di tre istituti di credito regionali e l’allarme è rientrato, visto in qualche modo come una reazione esagerata di panico.
I crac Tricolor e First Brands che hanno dato origine al caos
Tutto è iniziato nei primi giorni del mese, quando Tricolor Holdings – finanziaria statunitense specializzata in prestiti subprime per l’acquisto di auto – è fallita lasciando un buco di circa 12 miliardi di dollari, e il curatore fallimentare ha parlato apertamente di “frodi potenzialmente sistemiche”: secondo le indagini, molte delle 70 mila automobili usate come garanzia per ottenere i prestiti erano state utilizzate più volte per coprire finanziamenti diversi contemporaneamente. In pratica la stessa macchina veniva “contata” come garanzia per più prestiti, una pratica illegale che ha gonfiato artificialmente il valore degli attivi dell’azienda.
Pochi giorni dopo è fallita anche First Brands, un grande produttore di componenti per auto dell’Ohio, lasciando 10 miliardi di debiti.
Il problema è che società come First Brands sono considerate emittenti “affidabili” nei mercati finanziari: molti dei loro prestiti vengono “impacchettati” dentro strumenti finanziari chiamati Collateralised Loan Obligations (CLO). I CLO sono fondi che raccolgono centinaia di prestiti aziendali di importo minore e li mettono insieme in un unico prodotto, in modo da diluire il rischio.
Assicurazioni e grandi investitori ci hanno puntato molto negli ultimi anni, perché garantivano buoni rendimenti. Ma il fallimento improvviso di alcune delle aziende alla base di questi pacchetti di prestiti ha fatto scattare l’allarme: se i debitori non pagano più, anche i CLO perdono valore. Da qui la svendita delle azioni delle banche regionali americane, che sono quelle più esposte nel mercato del credito privato, un settore noto per essere poco trasparente.
Stando ai calcoli di Morgan Stanley, First Brands ha emesso oltre 5 miliardi di dollari di prestiti, acquistati da decine di Clo gestiti da Pgim, Franklin Templeton, Blackstone, Cifc, Oaktree e Wellington. Quasi tutti questi veicoli hanno però già contabilizzato le minusvalenze.
Da Zions a Jefferies: la corsa alla svendita
Tra mercoledì e giovedì è scattata la corsa alla svendita. In particolare, quando le due banche regionalI Usa Zions Bancorporation e Western Alliance Bancorp hanno comunicato perdite complessive per 160 milioni di dollari legate a prestiti non rimborsati da alcuni clienti. La prima ha perso il 13% in una sola seduta a Wall Street, la seconda è arretrata anche lei intorno al 10%. L’ETF SPDR S&P Regional Banking, che raccoglie i principali istituti regionali americani, è sceso di oltre il 6% (ne abbiamo parlato qui).
Il contagio si è esteso anche alla nota banca d’affari americana Jefferies, che risulta esposta per oltre 700 milioni di dollari verso le due aziende fallite tramite i propri hedge fund (grandi fondi speculativi, che godono di una maggiore flessibilità nel fare investimenti rischiosi rispetto ai tradizionali fondi comuni). Il titolo della società è crollato di oltre il 10% nella sola giornata di giovedì e di più del 25% da inizio ottobre. Anche Ubs avrebbe un’esposizione di circa 500 milioni di dollari verso la stessa società.
Sofferenze “limitate”: così è rientrato l’allarme
Venerdì è arrivato il colpo di reni. Le tre banche regionali Truist Financial, Huntington Bancshares e Fifth Third Bancorp hanno annunciato utili superiori alle previsioni, facendo in qualche modo intendere al mercato che quelle posizioni deteriorate, seppur esistenti, sono però limitate.
La società di consulenza finanziaria Baird ha addirittura promosso le azioni di Zion, nonostante le sonore perdite di metà settimana e questo ha permesso al titolo della banca di risalire di un solido 5% solo nella giornata di venerdì 17 ottobre. Secondo David George, analista senior di Baird, la reazione del mercato è stata del tutto esagerata. “Sebbene il calo sia stato comprensibile” ha detto, citando l’effettiva presenza di crediti in sofferenza, a suo avviso si tratterebbe di situazioni “limitate”. George è andato addirittura oltre, raccomandando l’acquisto di azioni Zion, di cui prevede “un rialzo di quasi il 39% del prezzo delle azioni rispetto ai livelli attuali”.
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