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24/07/2026
Dal Treasury al Btp: perché i rendimenti dei titoli di Stato stanno salendo in tutto il mondo

Dal Treasury al Btp: perché i rendimenti dei titoli di Stato stanno salendo in tutto il mondo

Il petrolio torna a correre e i mercati cambiano scenario. Ecco quali fattori stanno spingendo i rendimenti e perché il fenomeno riguarda anche le Borse.

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La nuova fiammata della guerra in Medio Oriente è arrivata fino al mercato obbligazionario. Il Brent, spinto dai timori per la sicurezza delle rotte petrolifere nel Golfo e nel Mar Rosso, ha superato nuovamente la soglia dei 100 dollari al barile, con un aumento vicino al 40% nel solo mese di luglio. La conseguenza è stata una vendita generalizzata di titoli di Stato: quando molti investitori vendono obbligazioni, il loro prezzo scende e il rendimento sale. È il meccanismo fondamentale da tenere presente per comprendere ciò che sta accadendo. Detto diversamente, quando molti investitori cercano di vendere obbligazioni nello stesso momento, aumenta l’offerta sul mercato e, se la domanda non cresce allo stesso ritmo, i prezzi scendono. È qui che entra in gioco il meccanismo fondamentale: quando il prezzo di un’obbligazione scende, il suo rendimento sale. Il motivo è semplice. Le cedole pagate dal titolo restano le stesse, ma chi lo acquista a un prezzo più basso incassa la stessa cedola avendo speso meno. Di conseguenza, il rendimento percentuale dell’investimento aumenta.

 

Normalmente, durante una guerra i titoli di Stato più sicuri vengono acquistati come beni rifugio. Questa volta, però, sta prevalendo un’altra paura: quella dell’inflazione. Un petrolio più caro aumenta i costi dei trasporti, dell’energia e della produzione industriale (sulle conseguenze della crisi nello stretto di Hormuz ne abbiamo parlato qui). Le imprese possono trasferire questi rincari sui prezzi finali e le banche centrali, per evitare una nuova spirale inflazionistica, sono costrette a mantenere i tassi elevati più a lungo. Se l’inflazione aumenta, il guadagno reale di un’obbligazione a tasso fisso diminuisce, per questo gli investitori vendono. Tra l’altro, se l’inflazione aumenta, le banche centrali possono alzare i tassi. I nuovi titoli di Stato vengono quindi emessi con cedole più generose, rendendo meno attraenti quelli vecchi.

 

Treasury e Bund ai massimi da anni

L’ondata di vendite è partita soprattutto dagli Stati Uniti. Il rendimento del Treasury decennale ha, così, raggiunto il 4,70% oggi (venerdì 24 luglio), il livello più alto da oltre 18 mesi, guadagnando circa 17 punti base in una settimana. Il trentennale ha superato stabilmente il 5%, tornando su valori che non si vedevano da molti anni. 

 

Oltre al petrolio, pesano la solidità del mercato del lavoro americano, i nuovi dazi e i timori per l’aumento del deficit e delle spese militari: più debito deve essere collocato sul mercato, più elevato può diventare il rendimento necessario per convincere gli investitori ad acquistarlo. 

 

La stessa dinamica attraversa l’Europa. Il Bund tedesco a dieci anni ha toccato il 3,21% giovedì 23 luglio, massimo dal 2011, per poi arretrare oggi (24 luglio) poco sotto il 3,2%. Anche i rendimenti francesi sono saliti ai livelli più elevati da oltre un decennio, aggravati dai dubbi sulla sostenibilità dei conti pubblici e dalla grande quantità di obbligazioni che i governi dovranno emettere.

 

Il Btp italiano decennale, che a inizio luglio rendeva circa il 3,66%, si è progressivamente avvicinato e poi ha superato sempre oggi il 4%. Il movimento, tuttavia, non rappresenta una crisi specificamente italiana: anche il Bund è salito molto e lo spread, cioè la differenza tra il rendimento decennale italiano e quello tedesco, è rimasto nell’area di 80 punti base. In altre parole, oggi l’Italia paga interessi maggiori soprattutto perché si è alzato il livello generale dei tassi europei, non perché sia improvvisamente aumentata la sfiducia verso Roma. Nel frattempo, però, nonostante i rendimenti in rialzo i titoli europei si trovano a doversi confrontare anche con la concorrenza dei governativi dell’Est Europa, che garantiscono cedole elevate a fronte di economie che si sono via via stabilizzate sempre di più (ne abbiamo parlato qui). 

 

Le banche centrali cambiano nuovamente rotta

A rendere più nervosi i mercati sono soprattutto le banche centrali. La Bce, nella riunione di ieri, 23 luglio, ha lasciato il tasso sui depositi fermo al 2,25%, dopo l’aumento deciso a giugno. Christine Lagarde ha però mantenuto aperta la porta a nuovi interventi, spiegando che molto dipenderà dalla durata dello shock energetico. I mercati sono arrivati a “incorporare” altri due rialzi entro l’inizio del 2027 (cioè considerano ormai probabili altri due rialzi)mentre la prossima riunione di settembre potrebbe già diventare decisiva. 

 

In pratica significa che molti investitori ritengono ormai probabile questo scenario e comprano o vendono titoli come se quei rialzi dovessero davvero verificarsi. Per questo le aspettative finiscono per riflettersi già oggi nei prezzi di mercato.

 

Anche negli Stati Uniti lo scenario è cambiato rapidamente. La Federal Reserve si riunirà il 29 luglio e lo scenario principale resta quello di tassi invariati, ma una parte del mercato ha cominciato a “scommettere” su un possibile aumento già in estate o, comunque, entro settembre. È una svolta importante: fino a poche settimane fa il dibattito riguardava soprattutto quando sarebbero arrivati i tagli, mentre ora gli investitori si domandano se la Fed sarà costretta a rialzare il costo del denaro per contenere l’inflazione energetica.

 

Il caso del Giappone e le eccezioni asiatiche

Il cambiamento più evidente in Asia riguarda il Giappone, per decenni il Paese dei tassi vicini allo zero. Il rendimento del titolo decennale giapponese ha raggiunto il 2,90% ieri, massimo da trent’anni, prima di ripiegare intorno al 2,8% questa mattina. La Bank of Japan ha già portato il tasso ufficiale all’1% il 16 giugno, il livello più alto dal 1995, e potrebbe aumentarlo ancora entro la fine dell’anno. Sul mercato pesano il petrolio, la debolezza dello yen e i timori che l’inflazione importata diventi più persistente.  Non tutta l’Asia, però, si muove nella stessa direzione. In Cina il decennale resta intorno all’1,7%, frenato dalla crescita debole e da una politica monetaria più accomodante. In India, invece, gli acquisti degli investitori stranieri hanno contribuito a riportare il rendimento decennale verso il 6,7%, in controtendenza rispetto alla vendita globale di obbligazioni.

 

Perché conta anche per le Borse

Il rialzo dei rendimenti non riguarda solo chi investe in obbligazioni. Quando i titoli di Stato offrono interessi più elevati, diventano un’alternativa più attraente rispetto alle azioni e una parte degli investitori può decidere di spostare lì i propri capitali. Allo stesso tempo, tassi più alti rendono più costoso finanziarsi per imprese e famiglie, frenando investimenti e consumi. È anche per questo che un aumento dei rendimenti può mettere sotto pressione le Borse; inoltre, tassi più alti rendono più costoso finanziare nuovi investimenti e tendono a penalizzare soprattutto le società tecnologiche e quelle che puntano sulla crescita futura, il cui valore dipende in larga parte dagli utili attesi nei prossimi anni.

 

Credits: Foto Pexels



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btpobbligazionitreasury

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