Alessandro Cicognani 20/08/2025
Dalla “bolla dell’AI” di Sam Altman, al report del Mit, fino all’accordo sui chip cinesi. Cosa succede al tech?
Sono ore difficili per il mondo del tech. Il mercato che sembrava destinato a non smettere mai di salire ieri è crollato a Wall Street, con un effetto a catena che si è propagato per tutto il pianeta, mettendo sottosopra anche i listini asiatici. Apple fino ad ora è stata la meno colpita dall’emorragia di vendite, avendo perso appena lo 0,14%, ma colossi del calibro di Palantir, Nvidia e Amd hanno dovuto archiviare negativi pesanti, dal meno 3,5% di Nvidia al meno 5,4% di Advanced Micro Devices fino al picco di Palantir, scivolata quasi del 10% (9,35% per l’esattezza) in un solo giorno di contrattazioni. In Giappone è stata SoftBank a pagare lo scotto, con uno scivolone del 9% ieri, che si aggiunge al meno 5% del giorno precedente. Ora bisognerà attendere la nuova giornata di contrattazioni in Usa per capire se questi ribassi andranno o meno avanti (la Borsa al New York ha aperto alle 15.30 ora italiana), ma intanto il fatto rimane. Ed è lecito chiedersi il perché.
L’intelligenza artificiale “è una bolla”, parola di Sam Altman
Mettendo insieme i pezzi del mosaico, è evidente che il comparto si sta trovando da alcuni giorni a dover affrontare bordate che arrivano da tutte le parti. Una delle più pesanti è probabilmente quella arrivata tramite la voce di Sam Altman, il guru dell’intelligenza artificiale che ha fondato OpenAI. Per intendersi, si tratta della società che ha sviluppato e lanciato sul mercato ChatGpt. Ebbene, due giorni fa Altman ha dichiarato in un’intervista che l’Ia è a rischio bolla, più o meno sulla falsariga di quanto avvenne nel 2000 con le dot-com, quando all’apice della crisi ci furono tante aziende che finirono gambe all’aria e molti investitori rimasero con un pugno di mosche in mano.
Il crollo delle dot-com nel 2000: la storia può ripetersi?
Venticinque anni dopo la storia può ripetersi? La domanda se la stanno ponendo in tanti. Primo tra tutti proprio il ceo di OpenAI, che al giornalista di The Verge che gli ha chiesto se “siamo in una fase in cui gli investitori nel loro complesso sono troppo entusiasti dell’Ia?”, ha risposto nettamente con: “la mia opinione è sì!”. Secondo gli esperti di Janus Henderson, società britannica di gestione del risparmio, “il settore tecnologico si è evoluto rispetto al 2000”. Le aziende del settore sono più solide, basti pensare che “nel primo trimestre di quell’anno circa il 36% delle società tecnologiche statunitensi era in perdita, contro il 21% del primo trimestre 2025”. I rischi però ci sono, se non fosse altro perché il peso raggiunto dalle società tecnologiche è diventato enorme, al punto che oggi le Magnifiche Sette – Apple, Microsoft, Alphabet, Amazon, Nvidia, Tesla e Meta – valgono il 30% dell’indice azionario più importante al mondo, lo S&P500, con un potere di direzionare il mercato impressionate (ne abbiamo parlato qui).
Secondo il Mit il 95% dei progetti di Ia non genera valore
A metterci lo zampino ci ha poi pensato anche il Massachusetts Institute of Technology, una delle più prestigiose università del mondo. Nel report “State of AI in Business 2025” appena pubblicato, i ricercatori dell’ateneo statunitense hanno messo in luce dei dati non certo rassicuranti per il comparto. Nonostante gli investimenti tra i 30 e i 40 miliardi di dollari nelle iniziative di intelligenza artificiale, infatti, solo il 5% delle organizzazioni registra dei ritorni in termini economici. Mentre la stragrande maggioranza, ovvero il restante 95%, non produce valore sui conti delle aziende.
Questo avviene perché la maggior parte dei dipendenti delle società che spendono nell’Ia, stando ai sondaggi del Mit, preferisce utilizzare strumenti consumer più semplici come ChatGpt o Copilot nello svolgimento del loro lavoro (pagandone autonomamente l’abbonamento), bypassando così le difficoltà di integrare nuovi prodotti complessi. Un danno non da poco per le aziende, considerando che i costi di sviluppo di un’intelligenza artificiale sono enormi. E non solo in termini di software e di programmazione, ma anche di spazi di archiviazione, come i data center, di cui bisogna dotarsi.
L’accordo per versare agli Usa il 15% dei profitti fatti in Cina
A completare il quadro che ha messo il tech alle strette ci pensa poi il rapporto Usa-Cina, disteso solo all’apparenza. L’accordo per esentare il Dragone dai dazi per altri 90 giorni non nasconde “guerra” tecnologica in corso tra le due potenze. Nvidia e Amd, ad esempio, hanno siglato qualche settimane fa un’intesa per tornare a vendere chip in Cina, ma pochi giorni dopo la firma sono iniziati i problemi. Intanto di fiducia, visto che il governo di Pechino ha sconsigliato alle sue imprese di acquistare quei prodotti, ritenendoli rischiosi per la sicurezza nazionale. Oggi Nvidia ha fatto sapere che esporterà nel Paese i nuovi e più sicuri AI B30A invece dei precedenti H20.
Un altro carico da novanta sulle spalle delle big tech lo ha messo l’amministrazione Trump, imponendo loro di versare nelle casse dello Stato il 15% di tutti i profitti ricavati dalla vendita di semiconduttori in Cina. Ad avviso del membro della Camera statunitense Don Beyer, rappresenta dello Stato della Virginia, questo però non basta. Sentito dalla Cnbc ha infatti dichiarato quanto segue: “lasciare che Nvidia venda chip davvero buoni alla Cina è un errore strategico”. “Siamo in competizione con loro – ha detto –, eppure li stiamo aiutando”. Insomma, anche la politica sta agendo da freno.
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