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Finanza in Page

09/04/2025

Dazi al 104% per la Cina ma le Borse cinesi resistono meglio di altri all’attacco di Trump. Cosa sta accadendo?

Gli analisti riducono le prospettive di crescita per l’economia di Pechino, ma i listini del Dragone mostrano maggiore resilienza rispetto a quelli occidentali.

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Se si guarda alla performance da inizio aprile, la Borsa di Shanghai ha perso il 5% circa e Shenzhen il 7,5%. Nello stesso arco di tempo, il Nasdaq ha ceduto il 14%, l’S&P 500 il 12%, Francoforte oltre il 10% e Piazza Affari il 15%. Dunque, rispetto al momento in cui Donald Trump ha annunciato i dazi reciproci, i listini della Cina continentale hanno resistito meglio di altri. Questo nonostante l’aggravio tariffario deciso il 2 aprile verso Pechino, nell’ordine del 34% (che è andato ad aggiungersi al 20% già in vigore) e l’ulteriore balzello del 50% appena annunciato dal presidente Usa. Dunque, cosa spinge gli investitori a non lasciarsi contagiare dal panico a fronte di dazi complessivi che arrivano al 104% del valore dei beni importati negli Stati Uniti?

 

Pechino mostra sicurezza

 

“La politica macroeconomica della Cina quest’anno tiene pienamente conto di varie incertezze e ha una riserva sufficiente di strumenti politici”, ha sottolineato il premier Li Qiang alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen durante una telefonata di cui ha dato conto l’agenzia di stampa statale Xinhua. “La Cina può proteggersi completamente dalle influenze esterne avverse ed è pienamente fiduciosa di mantenere uno sviluppo economico sostenibile e sano”. Un messaggio a rivendicare la solidità dei fondamentali, che è sembrato indirizzato proprio agli investitori.

 

Ovviamente non può essere solo merito delle rassicurazioni, dato che anche i massimi esponenti istituzionali di altri Paesi hanno lanciato messaggi simili (ma non tutti possono vantare la medesima autorevolezza derivante da una coerenza tra messaggi e azioni).

“Non dimentichiamo che negli ultimi anni le imprese cinesi hanno investito direttamente in terra americana, a cominciare dal gigante delle auto elettriche Byd”, ricorda una recente analisi del Financial Times. “Se le relazioni tra i due Paesi crollano, potrebbe scattare lo stop ai nuovi investimenti e l’impatto sarebbe importante per Washington”.

 

Pesa l’interventismo politico

 

Un ruolo importante lo riveste anche l’aspettativa di interventi da parte delle autorità di Pechino, che per altro ha già annunciato un sostegno alla liquidità attraverso strumenti di rifinanziamento (ne abbiamo parlato qui). Mentre la società di investimento statale Central Huijin Investment ha dichiarato di aver nuovamente aumentato le sue partecipazioni in Etf. Intanto, si vocifera di una riunione a breve tra i più alti vertici della nomenclatura cinese per discutere di misure radicali per rilanciare l’economia e stabilizzare i mercati dei capitali. Tra le iniziative allo studio ci sarebbero strumenti per stimolare i consumi interni e sconti fiscali sulle esportazioni.

 

La prospettiva della de-dollarizzazione

 

Da tradizione, i mercati finanziari non si muovono tanto sulle notizie, quanto sulle aspettative e negli ultimi giorni c’è un tema che scalda i cuori degli investitori più di altri. Da qualche settimana la Banca centrale della Cina ha integrato il proprio sistema di pagamento transfrontaliero—basato sul renminbi (la valuta cinese) digitale con i Paesi dell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico (Asean) e alcuni stati mediorientali. Un tema tecnico, ma con ripercussioni generali, dato che un blocco economico, che rappresenta quasi il 40% del commercio globale, si sta incamminando verso un futuro prossimo di indipendenza dal dollaro. Chi adotta questa piattaforma, spiega un approfondimento dell’Economist, aderisce a un sistema che non è solo fatto di pagamenti, ma anche tecnologico, giuridico e geopolitico. Di fatto, si spostano gli equilibri di potere.

 

Crescita economica non brillante, nonostante tutto

 

Se le prospettive di grandeur sono innegabili, è pur vero che lo scenario di breve non appare propriamente entusiasmante. Gli analisti di Citi hanno tagliato le loro previsioni per il prodotto interno lordo della Cina al 4,2% quest’anno, in calo di 0,5 punti percentuali rispetto alle stime precedenti (e sette decimali in meno rispetto alle stime di Pechino), poiché ritengono che vi siano “scarse possibilità di un accordo tra Stati Uniti e Cina dopo le recenti escalation”. Una mossa simile è stata fatta nei giorni scorsi da Natixis, passata da una previsione del 4,7% per l’anno in corso a un più modesto 4,2%. Morgan Stanley e Goldman Sachs non hanno ancora tagliato le loro previsioni, ma questa settimana hanno avvertito di un aumento dei rischi al ribasso per le loro aspettative: attualmente entrambe prevedono una crescita del 4,5%.

 

Tirando le fila, siamo alle prese con uno scenario in costante evoluzione e le considerazioni di oggi rischiano di essere superate a breve. Sta di fatto che, nonostante la tempesta in corso, in tanti continuano a focalizzarsi sulle opportunità di medio periodo piuttosto che sui rischi di breve.

 

Credits

Immagine: Pixabay

Tags:
cinadazitrump

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