Alessandro Cicognani 28/08/2026
Debito, la Francia è la nuova Italia. Perchè i mercati premiano Roma e temono Parigi
Per anni il copione sembrava scritto una volta per tutte: quando sui mercati tornava la paura per i debiti pubblici europei, era l’Italia a finire sotto i riflettori. Oggi, secondo il Financial Times, quel ruolo sta passando alla Francia. Il quotidiano britannico sintetizza il cambiamento con una formula molto netta: Parigi ha sostituito Roma come principale fonte di preoccupazione degli investitori obbligazionari europei. Un ribaltamento certificato dal mercato: per buona parte dell’estate il rendimento del Btp decennale è rimasto sotto quello dell’Oat francese, cioè gli investitori hanno chiesto alla Francia un premio maggiore per prestarle denaro (lo stesso sta avvenendo negli Stati Uniti, ne abbiamo parlato qui). Rohan Khanna, responsabile della strategia sui tassi europei di Barclays, la spiega in questo modo: “Se chiedete a chiunque nei mercati quale sia oggi l’anello debole dell’Europa, la maggior parte indicherà la Francia”. Il sorpasso è diventato ancora più evidente nelle ultime sedute: oggi (28 agosto) il decennale francese rendeva circa il 4,10%, contro il 4,07% del Btp italiano. Una differenza minima in termini assoluti, ma molto significativa simbolicamente: oggi il mercato chiede alla Francia un interesse leggermente superiore a quello richiesto all’Italia per prestarle denaro a dieci anni. E la tensione non riguarda più soltanto i titoli di Stato. Nella seduta di ieri (27 agosto) la Borsa di Parigi ha perso l’1,7%, registrando l’undicesimo ribasso in tredici sedute. A pagare soprattutto sono state banche e società più sensibili ai conti pubblici e ai tassi. Tradotto: il rischio Francia inizia a trasferirsi anche nel mercato azionario.
Perché la Francia preoccupa
Il problema francese non è tanto il livello assoluto del debito – che resta inferiore a quello italiano – quanto soprattutto la direzione in cui si stanno muovendo i conti pubblici. Alla fine del primo trimestre 2026 il debito francese era pari a circa il 117,6% del Pil, contro poco meno del 139% dell’Italia. Ma mentre Roma ha riportato il bilancio primario in avanzo (è il saldo tra tutte le entrate e tutte le spese dello Stato prima di considerare gli interessi pagati sul debito pubblico) e sta riducendo il deficit complessivo (differenza tra entrate e uscite, ma questa volta comprendendo anche gli interessi sul debito), Parigi continua a spendere molto più di quanto incassa. Le previsioni della Commissione europea indicano per la Francia un deficit ancora superiore al 5% del Pil nel 2026 e destinato a rimanere molto elevato anche nel 2027 in assenza di nuove misure. Di conseguenza, il rapporto debito/Pil rischia di continuare a salire verso e oltre il 120%. A rendere il percorso ancora più difficile c’è il crescente costo degli interessi, che assorbe una quota sempre maggiore delle entrate pubbliche. E c’è un ulteriore problema: l’economia non offre molto aiuto. La crescita francese resta debole e nel secondo trimestre del 2026 il Pil ha sostanzialmente ristagnato.
L’Italia cambia ma pecca sulle riforme
Il paradosso è che l’Italia resta uno dei Paesi più indebitati d’Europa e con una crescita modesta, nell’ordine di pochi decimi di punto percentuale. Parlare quindi dell’Italia come di un “modello” sarebbe improprio. Tuttavia, agli occhi degli investitori, Roma sta facendo oggi ciò che Parigi non riesce a fare: rendere credibile un percorso di controllo dei conti. Il deficit italiano è sceso in prossimità del 3% del Pil e il saldo primario è tornato positivo. In termini semplici significa che, interessi esclusi, l’Italia oggi incassa più di quanto spende. La Francia si trova ancora nella situazione opposta. A questo si aggiunge un fattore che i mercati valutano molto: la stabilità politica. Il governo Meloni è in carica dal 2022 e ha mantenuto una linea di bilancio più prudente di quanto molti investitori temessero inizialmente. In Francia, invece, le elezioni legislative del 2024 hanno prodotto un Parlamento frammentato, i governi hanno incontrato crescenti difficoltà nell’approvare le manovre e all’orizzonte ci sono le presidenziali del 2027. Il timore dei mercati è che il ciclo elettorale renda ancora più complicato approvare tagli alla spesa o aumenti delle entrate. Gli investitori cominciano inoltre a interrogarsi sulla possibilità che l’approvazione del bilancio 2027 possa trasformarsi in uno scontro politico ancora più difficile di quelli già vissuti sul 2025 e sul 2026. Il plauso all’Italia finisce però qui, perché come sottolineato in più occasioni dalle grandi agenzie di rating come S&P e Moody’s, il Bel Paese continua a mancare sotto il profilo delle riforme e il sostegno alla crescita. Un Governo stabile, insomma, non basta.
Il vero test per Roma arriva adesso
In ogni caso, il seppur lieve cambio di percezione ha riportato sui Btp una platea di investitori internazionali che negli anni della crisi dell’euro si era progressivamente ridotta. Secondo Tomasz Wieladek di T. Rowe Price, è in corso una vera “riallocazione dai titoli francesi verso quelli italiani”. Ancora più esplicito Adam Posen, presidente del Peterson Institute: “L’Italia è ormai il fiore all’occhiello dei mercati obbligazionari del G7”. Ma proprio qui sta il rischio. La fiducia conquistata può essere persa rapidamente. Il debito italiano resta infatti molto elevato e vulnerabile a shock sui tassi. Questo perché quando la Bce aumenta i tassi di interesse, i nuovi titoli di Stato emessi sul mercato pagheranno interessi più elevati agli investitori per rimanere competitivi. E maggiori interessi pagati vuol dire un debito che diventa via via più oneroso. Inoltre, ogni deviazione dal percorso di consolidamento fiscale verrebbe probabilmente letta con attenzione dagli investitori.
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