Alessandro Cicognani 22/06/2026
Dentro i mercati privati: perché il private equity si è fermat
La ripresa del private equity può attendere. È questo, in sintesi, il messaggio che arriva dagli ultimi dati di Bain & Company(società di consulenza strategica americana) secondo cui il mercato globale delle acquisizioni di aziende realizzate dai fondi ha rallentato di nuovo nella prima parte del 2026. Da due anni ormai il comparto sta vivendo una situazione abbastanza complessa. Il motivo è questo: negli anni del denaro a costo quasi zero, fino al 2021, il private equity aveva vissuto una fase molto favorevole: i fondi compravano aziende, si finanziavano a tassi bassi e riuscivano spesso a rivendere con buoni guadagni. Poi è cambiato tutto: inflazione, rialzi dei tassi, credito più caro, Borse instabili. Con il denaro più costoso, comprare aziende è diventato più difficile e rivenderle a prezzi interessanti ancora di più. Si sperava dunque che l’inizio del 2026 potesse essere quello giusto per voltare pagina. L’idea era: se i tassi iniziano a scendere e i mercati si stabilizzano, allora i fondi possono tornare a fare acquisizioni e soprattutto a vendere le società che hanno in portafoglio da anni.
In realtà, dopo qualche segnale di ottimismo, il settore si è trovato davanti a tre nuovi ostacoli: il calo delle valutazioni nel software legato ai timori sull’intelligenza artificiale, le tensioni nei fondi di private credit e l’impennata del petrolio causata dal conflitto in Iran. I numeri raccontano bene il cambio di passo.
Il valore delle operazioni
Secondo Bain, il valore globale delle operazioni di buyout (quando una società acquisisce la maggioranza o il controllo totale di un’altra azienda) è sceso a 173 miliardi di dollari nel primo trimestre 2026, con una stima di 145 miliardi nel secondo trimestre: il livello più basso dal 2023. Anche il numero di operazioni è in frenata, intorno a 700 nel secondo trimestre. Sergio Iardella, senior partner e responsabile italiano private equity di Bain & Company, ha sintetizzato così la situazione: “Il mercato globale stenta a decollare”. E anche in Italia il quadro è simile: poche grandi acquisizioni di valore e investitori molto più selettivi rispetto al passato. La notizia, quindi, non è che il private equity sia entrato in crisi definitiva. Ma che la grande ripartenza attesa da mesi non è ancora arrivata. I fondi hanno ancora capitali da investire, ma faticano a trovare operazioni al prezzo giusto. Chi vende non vuole abbassare troppo le valutazioni, chi compra non vuole pagare come negli anni del denaro facile. Il risultato è un mercato più lento, più prudente e più complicato.
Cosa sono private equity, private debt e mercati privati
Per capire perché questa frenata conta, bisogna fare un passo indietro. I mercati pubblici sono quelli che conosciamo meglio: la Borsa, dove si comprano e vendono azioni e obbligazioni quotate. I mercati privati, invece, riguardano investimenti che non passano dai listini. Sono meno visibili, meno immediati da vendere, ma negli ultimi anni sono diventati sempre più importanti per grandi investitori come fondi pensione, assicurazioni, fondazioni e patrimoni familiari. Il private equity è uno dei pilastri di questo mondo. Funziona così: un fondo raccoglie denaro da investitori professionali, compra quote di aziende non quotate, prova a farle crescere e poi le rivende dopo qualche anno. L’obiettivo è guadagnare dalla differenza tra il prezzo di acquisto e quello di vendita. Per esempio, un fondo può comprare una società industriale, aiutarla ad aprire nuovi mercati, migliorarne i margini e poi venderla a un altro investitore o portarla in Borsa. L’altro grande pilastro dei mercati privati è il private debt, o private credit. In questo caso il fondo non acquista quote dell’azienda, ma le presta denaro a fronte di un interesse. È una forma di credito alternativa alle banche. Una società che ha bisogno di finanziarsi può rivolgersi a un fondo specializzato, che concede il prestito in cambio di interessi spesso più alti rispetto a una banca, ma con tempi minori.
Il nodo delle uscite: i soldi restano bloccati più a lungo
Il private equity vive di un ciclo abbastanza semplice: raccogliere capitale, comprare aziende, migliorarle, venderle e restituire denaro agli investitori. Oggi però questa ruota gira più lentamente. Il vero nodo sono le exit, cioè le vendite delle società che i fondi hanno in portafoglio. Se un fondo non riesce a vendere, non realizza il guadagno e non restituisce liquidità agli investitori. Reuters ha recentemente segnalato che il backlog, cioè l’insieme delle società ancora ferme nei portafogli dei fondi, è arrivato a circa 33 mila aziende. Un numero enorme, che mostra quanto capitale sia ancora fermo. Il problema nasce dal contesto: molte società sono state acquistate dai fondi nel 2021 o prima. In cinque anni l’economia è completamente mutata, tra inflazione, rialzi dei tassi, tensioni geopolitiche, dazi, guerra in Medio Oriente e ora anche l’incognita dell’intelligenza artificiale. Quello che allora valeva dieci oggi potrebbe dunque valere molto meno.
I timori, tra l’altro, non riguardano solo il private equity. Anche il private credit è tornato sotto osservazione. Era accaduto già all’inizio dell’anno, quando il gigante americano Blu Owl aveva bloccato i rimborsi (ne avevamo parlato qui). Sta riaccadendo di nuovo. Nelle ultime due settimane nomi come Cliffwater e Blackstone hanno ricevuto domande di rimborso oltre il 10% del patrimonio dei loro fondi di private credit (pari ad alcune decine di miliardi di dollari), costringendole a bloccare i rimborsi. Lo stesso ha fatto Monroe Capital venerdì 5 giugno. Il motivo è semplice: alcuni fondi hanno promesso agli investitori la possibilità di chiedere periodicamente il rimborso delle quote. Ma se tanti chiedono di uscire nello stesso momento e il fondo ha in portafoglio prestiti difficili da vendere rapidamente, la tensione aumenta. È la classica crepa degli investimenti illiquidi: funzionano bene finché i flussi sono ordinati, ma diventano più fragili quando cresce la richiesta di denaro.
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