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12/11/2025

Dietro l’accusa di Michael Burry agli hyperscaler: come funziona la presunta “truffa” sugli utili dell’AI

Il protagonista de “La grande scommessa” punta il dito contro i colossi del cloud computing: secondo lui, sottostimano gli ammortamenti per gonfiare i profitti legati all’intelligenza artificiale.

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Michael Burry, l’investitore reso celebre dal film “La grande scommessa” per aver previsto la crisi dei mutui subprime del 2008, è tornato a far tremare Wall Street. In un post di lunedì 10 novembre su X (dove è noto con il nome di Cassandra Unchained), il gestore di Scion asset management ha accusato i cosiddetti hyperscaler – cioè i colossi del cloud computing come Amazon, Google, Meta e Microsoft – di “truccare gli utili”. Secondo Burry, queste aziende starebbero sottostimando gli ammortamenti dei loro investimenti in infrastrutture per l’intelligenza artificiale, un artificio contabile che consentirebbe di mostrare profitti più alti di quelli reali. Nel dettaglio, il noto investitore sostiene che i giganti tech stannoestendendo artificialmente la “vita utile” dei propri asset – cioè la durata economica dei server, dei chip e dei data center – che in realtà si usurano o diventano obsoleti nel giro di pochi anni. Se l’ammortamento è quel processo contabile che ripartisce il costo di un bene durevole su un determinato periodo di tempo, rappresentandone dunque la sua perdita di valore, “sottostimarlo estendendo la vita utile degli asset – scrive Burry – significa gonfiare gli utili”. In parole semplici, “sottostimare gli ammortamenti” significa far sembrare che un investimento perda valore più lentamente di quanto accada davvero. Se un’azienda dice che i suoi server dureranno dieci anni invece di cinque, potrà distribuire il costo su un periodo più lungo e quindi registrare spese minori ogni anno. Questo fa apparire i bilanci più solidi e i profitti più alti, anche se nella realtà i beni si stanno già deteriorando o diventando obsoleti.

Burry ha aggiunto: “questa pratica è una delle frodi più comuni dell’era moderna”.


Il valore della “truffa”: 176 miliardi di dollari

 

Le sue stime parlano di un impatto potenziale di 176 miliardi di dollari tra il 2026 e il 2028, con utili sovrastimati fino al 27% per società come Oracle e oltre il 20% per Meta. Le parole dell’esperto – da alcuni considerato come un genio, da altri come un folle – hanno incendiato i social e, in poche ore, le borse tecnologiche hanno registrato un’ondata di vendite. Non è la prima volta che l’investitore colpisce un nervo scoperto del mercato: appena pochi giorni fa aveva rivelato di aver acquistato opzioni ribassiste – strumenti finanziari che guadagnano se i titoli scendono – per oltre 1,1 miliardi di dollari su Palantir e Nvidia, due protagoniste dell’attuale corsa all’intelligenza artificiale.

Chi e cosa sono gli “hyperscaler”?

 

Ma veniamo al bersaglio di Burry: gli hyperscaler. In parole semplici si tratta di grandi fornitori di servizi di cloud, capaci di gestire su scala planetaria enormi quantità di dati e potenza di calcolo. Sono le infrastrutture digitali che alimentano non solo internet, ma anche lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. I principali attori sono Amazon Web Services, Microsoft Azure, Google Cloud e, in misura minore, Meta Platforms e Oracle. Queste aziende investono decine di miliardi di dollari l’anno in data center e supercomputer equipaggiati con i costosi chip di Nvidia, fondamentali per l’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale generativa, come ChatGpt.

 

Gli hyperscaler rappresentano oggi la “spina dorsale” del mondo digitale. Ma proprio la loro dimensione e il peso crescente nei mercati sollevano interrogativi sulla sostenibilità di un settore che, per molti analisti, sta vivendo una nuova bolla speculativa (ne abbiamo parlato qui).

Il rischio bolla e la concentrazione nei mercati

 

L’“AI boom” ha alimentato valutazioni vertiginose. Le big tech che guidano la corsa all’intelligenza artificiale – Microsoft, Alphabet, Amazon, Meta, Apple e Nvidia – rappresentano oggi circa il 35% dell’intero indice S&P 500, un livello di concentrazione mai visto prima dai tempi della bolla delle dot-com. Questa concentrazione significa che una manciata di titoli determina gran parte dell’andamento del mercato americano. In altre parole, se una di queste aziende vacilla, la volatilità si amplifica e gli indici crollano di riflesso.


Le valutazioni sono altrettanto estreme: Nvidia, ad esempio, capitalizza quasi 5 mila miliardi di dollari. Microsoft e Apple hanno superato i 4 mila miliardi ciascuna. Per molti osservatori questi numeri non riflettono più i fondamentali economici, ma aspettative quasi illimitate sul potenziale dell’AI.
Non a caso Burry parla apertamente di “bolla”: secondo lui, le aziende stanno drogando i bilanci e gli investitori si stanno comportando come nel 1999, quando la fede cieca nella rivoluzione internet gonfiò le quotazioni fino all’inevitabile scoppio.

Una nuova “grande scommessa”

 

La sfida di Michael Burry è tanto economica quanto simbolica. Come nel 2008, quando fu tra i pochi a prevedere il collasso del sistema dei mutui subprime, oggi il gestore punta contro quella che definisce una “illusione contabile” costruita sull’entusiasmo per l’intelligenza artificiale. Nel suo portafoglio ci sono posizioni short (quindi che puntano sul ribasso di un’azienda) sui titoli più esposti al boom dell’AI, un segnale che scommette su un possibile ridimensionamento del settore.

 

Naturalmente, non tutti condividono la sua visione. I sostenitori del comparto ritengono che gli investimenti negli hyperscaler non siano speculazione, ma infrastruttura necessaria per una rivoluzione tecnologica destinata a trasformare ogni industria. Tuttavia, la storia insegna che anche le rivoluzioni vere possono essere accompagnate da eccessi finanziari. Per ora, l’effetto Burry si fa sentire: i mercati tremano, i social discutono e il dibattito sulla trasparenza contabile dei giganti tech si accende. Che sia davvero l’inizio della fine della bolla dell’intelligenza artificiale, o solo un temporaneo raffreddamento, sarà il tempo a dirlo. Ma una cosa è certa: quando Michael Burry punta contro qualcosa, il mondo della finanza ascolta.

 

Credits: Foto Freepik

Tags:
AIcloud computinghyperscalerIntelligenza artificialemichael burry

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