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08/09/2026
Fed e tassi Usa, Trump pressa Kevin Warsh: cosa sapere dello scontro in vista delle midterm

Fed e tassi Usa, Trump pressa Kevin Warsh: cosa sapere dello scontro in vista delle midterm

Trump aumenta la pressione sulla Fed per evitare un rialzo dei tassi. Warsh deve però fare i conti con un'inflazione ancora elevata.

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A una settimana dalla riunione della Federal Reserve del 15 e 16 settembre, l’amministrazione Trump sta aumentando la pressione sulla banca centrale per evitare un rialzo dei tassi. Negli ultimi giorni sono intervenuti il Presidente Donald Trump, il vicepresidente JD Vance, il segretario al Tesoro Scott Bessent e il consigliere economico Peter Navarro. Tutti hanno chiesto alla Fed di non aumentare il costo del denaro e, in alcuni casi, addirittura di ridurlo. La pressione arriva in un momento delicato. I mercati attribuiscono circa il 60% di probabilità a un rialzo dei tassi, possibilità rafforzata dai solidi dati sul mercato del lavoro pubblicati venerdì 4 settembre. E la decisione arriverà a soli due mesi dalle elezioni di metà mandato di novembre, mentre l’amministrazione deve fare i conti con il malcontento degli elettori per prezzi e interessi ancora elevati.

 

Trump aumenta la pressione

Il Presidente Trump ha finora evitato di attaccare direttamente il nuovo presidente della Fed Kevin Warsh con i toni utilizzati in passato contro il suo predecessore Jay Powell. Venerdì, però, ha alzato il livello dello scontro, minacciando di fermare gli scambi commerciali con i Paesi che vendono agli Stati Uniti più di quanto acquistano se la Fed non ridurrà i tassi. È la prima volta che Trump lega direttamente la minaccia di misure commerciali alla politica monetaria della Fed. Peter Navarro ha rincarato la dose, definendo un eventuale aumento dei tassi “sconsiderato” perché “colpirebbe proprio i settori di cui l’America ha più bisogno per prosperare”. Il consigliere economico ha definito “pagliacci” i membri del Federal Open Market Committee, il Fomc, cioè l’organismo della Fed che decide sui tassi, aggiungendo però che Warsh starebbe cercando di “fare la cosa giusta”. Anche Vance ha sostenuto che “la Fed dovrebbe abbassare i tassi”, mentre Bessent ha ricordato che normalmente la banca centrale non reagisce a uno shock dell’offerta, come un improvviso rincaro dell’energia, aumentando subito i tassi: tende prima a verificare se quell’aumento dei costi si trasmette stabilmente anche ai prezzi di altri beni e servizi.

 

Il difficile equilibrio di Warsh

La campagna della Casa Bianca riporta al centro il tema dell’indipendenza della Fed, cioè il principio secondo cui la banca centrale deve poter decidere sui tassi in base all’andamento dell’economia e dell’inflazione, senza seguire gli interessi politici del governo. Secondo il Wall Street Journal, Trump avrebbe parlato più volte con Warsh da quando quest’ultimo è diventato presidente della Fed, circostanza confermata pubblicamente da alcuni collaboratori del Presidente. Trump sostiene invece di aver parlato con lui una sola volta durante il mandato. Warsh ha assicurato che le pressioni della Casa Bianca non influenzano le sue decisioni. A luglio aveva indicato proprio la scelta della Fed di lasciare i tassi invariati, anziché tagliarli come auspicato dall’amministrazione, come prova della propria indipendenza. Allo stesso tempo, ha riconosciuto al Presidente e agli altri esponenti politici il diritto di esprimere pubblicamente la propria opinione sulla politica monetaria. Non sarebbe comunque la prima volta. Nel maggio 2019, durante il primo mandato Trump, il vicepresidente Mike Pence, il segretario al Tesoro Steve Mnuchin e il consigliere economico Larry Kudlow chiesero alla Fed di valutare un taglio dei tassi. La banca centrale non reagì immediatamente, ma li ridusse due mesi dopo.

 

Lo scontro è sull’inflazione

Dietro il confronto c’è soprattutto una diversa lettura dell’economia americana. Trump sostiene che una forte crescita non debba necessariamente produrre inflazione e venerdì ha affermato che, proprio grazie alla forza dell’economia, gli Stati Uniti dovrebbero avere “i tassi di interesse più bassi al mondo”. L’amministrazione sottolinea in particolare che l’inflazione di fondo misurata dall’indice dei prezzi al consumo, escludendo quindi le componenti più variabili, ha viaggiato negli ultimi tre mesi a un ritmo annualizzato dell’1,6%. Il dato Pce core, chiamato anche deflatore core, l’indicatore dei prezzi preferito dalla Fed, mostra però nello stesso confronto un ritmo di poco superiore al 3%, ancora distante dall’obiettivo del 2% della Fed. Ed è proprio questo a preoccupare diversi membri della banca centrale. A luglio Beth Hammack, Neel Kashkari e Lorie Logan ( alcuni membri) avevano votato per aumentare i tassi di 25 punti base, mentre la maggioranza aveva scelto di lasciarli invariati (dell’ultima riunione della Fed e dei tre dissensi abbiamo parlato anche qui). A Jackson Hole, Warsh ha inoltre ricordato che il 54% delle 199 categorie di beni e servizi comprese nell’indice Pce ha registrato aumenti dei prezzi superiori al 3% nei dodici mesi precedenti. Per la Fed, quindi, l’inflazione non sembra limitata soltanto ai dazi di Trump e al rincaro dell’energia provocato dalla guerra con l’Iran.

 

Crescita forte: perché può preoccupare la Fed

Il punto più importante dello scontro riguarda il rapporto tra crescita e prezzi. Se un’economia cresce più velocemente di quanto riesca ad aumentare la quantità di beni e servizi prodotti, la domanda può diventare troppo forte rispetto all’offerta e spingere i prezzi verso l’alto. Lo stesso vale per il mercato del lavoro. Se le aziende faticano a trovare lavoratori, possono essere costrette ad aumentare rapidamente gli stipendi e poi recuperare parte dei maggiori costi aumentando i prezzi. È, in termini semplici, il meccanismo descritto dalla curva di Phillips, la teoria economica citata nel dibattito americano per spiegare il possibile legame tra un mercato del lavoro molto forte e l’inflazione. Per questo il solido report sull’occupazione di venerdì ha aumentato le aspettative di un rialzo della Fed. I salari, tuttavia, non hanno mostrato un’accelerazione preoccupante: la paga oraria media è cresciuta dello 0,3% a livello mensile ad agosto e del 3,1% rispetto a un anno fa, mentre la disoccupazione è rimasta al 4,1%. L’amministrazione replica che investimenti e tagli alle tasse possono permettere alle aziende di produrre di più, facendo crescere l’economia senza creare necessariamente nuova inflazione. L’intelligenza artificiale, per esempio, potrebbe aumentare la produttività, cioè consentire di produrre più beni e servizi con le stesse risorse. Il problema è che questi benefici richiedono tempo, mentre oggi la corsa agli investimenti nell’AI sta aumentando la domanda e i prezzi delle apparecchiature necessarie per costruire data center e altre infrastrutture.

 

Ora decide l’inflazione

Il prossimo appuntamento decisivo sarà quindi il dato sull’inflazione americana atteso venerdì 11 settembre. Per la Fed servirà a capire se le pressioni sui prezzi stanno finalmente diminuendo oppure se restano abbastanza forti da giustificare un nuovo aumento del costo del denaro. La scelta del 15-16 settembre si presenta così particolarmente delicata: Warsh dovrà decidere tra il rischio di lasciare correre nuovamente l’inflazione e quello di frenare troppo l’economia, mentre dalla Casa Bianca arriva una pressione sempre più esplicita per scegliere la seconda strada. E finora nessun membro del Fomc ha pubblicamente indicato un taglio dei tassi come scenario per la prossima riunione.

 

 

 

Credits:  immagine da Pexels



Tags:
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