Alessandro Cicognani 22/09/2025
Fed: l’indipendenza della banca centrale americana è davvero a rischio?
Dopo 112 anni di storia, l’indipendenza della Federal Reserve è in gioco? Il ritorno allo studio ovale di Donald Trump ha messo in discussione gli Stati Uniti, scuotendo i suoi valori economici e sociali nelle fondamenta. I dazi hanno ristretto l’apertura commerciale del Paese, le cause intentate contro giornali ed emittenti televisive parlano di un governo che non vuole essere contraddetto, il licenziamento di Erika McEntarfer, ex capo dell’ufficio di statistica Usa, definisce i contorni di un capo al comando che non accetta dati negativi, l’ipotetica tassa da 100 mila dollari sui visti ai professionisti specializzati (notizia di sabato, 20 settembre) dice no all’immigrazione.
Una questione ancora più urgente è però quella contenuta nella domanda iniziale. E riguarda appunto il “come” e con quali pressioni la banca centrale americana stia prendendo le sue decisioni di politica monetaria. Mercoledì scorso l’istituto retto da Jerome Powell ha tagliato i tassi di interesse Usa di un quarto di punto percentuale. Il mercato se lo aspettava, il mondo intero lo aveva già dato per scontato. Ma la domanda è: perché? L’economia a stelle e strisce ne aveva davvero bisogno, oppure le pressioni della Casa Bianca erano diventate talmente insostenibili, da non consentire altrimenti?
La sfida della Fed tra inflazione e occupazione
Certo la Fed si sta trovando davanti a una sfida enorme. Da una parte c’è l’inflazione, che nel Paese continua a rimanere ben oltre il target del 2% fissato dalla banca centrale. Venerdì ci sarà la nuova lettura, ma attualmente il dato la dà intorno al 3%. Dall’altra c’è il mercato del lavoro, che sta mostrando crepe prima impensabili. Le ultime revisioni dell’ufficio di statistica dicono chiaramente che gli Stati Uniti non stanno creando nuovi posti di lavoro e per questo McEntarfer ha perso il lavoro. Come se fosse colpa sua.
Il doppio mandato della Federal Reserve, ossia la stabilità dei prezzi e la massima occupazione, sta mettendo i membri del board a dura prova. E il problema è che “una strada priva di rischi non esiste” come sostiene Eric Winograd, analista del leader mondiale degli investimenti AllianceBernstein. “Una risposta troppo aggressiva ai dati sull’occupazione potrebbe peggiorare il quadro dell’inflazione, mentre concentrarsi troppo sull’inflazione potrebbe causare il collasso del mercato del lavoro”.
L’esperto fa però anche notare come a bloccare l’occupazione Usa sia in larga parte l’incertezza che domina le aziende, prese tra mille incognite per l’umorale politica del Tycoon. In un contesto come questo, dare altra linfa al mercato (tagliando i tassi) potrebbe rischiare di trasmutarsi in un boomerang, andando ad ingrassare listini già ampiamente oltre i loro massimi storici, col rischio di scatenare una bolla.
Da Powell a Miran, la “trumpizzazione” della Fed
Tuttavia, il dubbio non sembra sfiorare larga parte dei governatori della Fed, che nelle previsioni dei mesi a venire sembrano suggerire ulteriori tagli dei tassi. Due dei quali, probabilmente, già entro la fine dell’anno. Da qui il dubbio che l’indipendenza della banca centrale sia a rischio, messa sotto scacco da un presidente degli Stati Uniti che muove pedine in modo aggressivo. Senza lasciare adito a dubbi su quali siano i suoi interessi.
Ha ingaggiato uno scontro con Jerome Powell, minacciando di licenziarlo se non avesse ammorbidito la politica monetaria. Ha mandato a casa la governatrice Lisa Cook perché sospettata di aver orchestrato una truffa sui mutui, ma se questo è un sospetto che nel caso andrà provato, un fatto è che la Cook sia tra le fila di coloro che non vogliono tagliare i tassi dentro la Fed. L’ultimo atto lo ha porta a compimento giusto lunedì scorso, con l’approvazione in corsa del suo fedelissimo Stephen Miran all’interno del board della Fed, dove ora può fare da megafono per le politiche che piacciono alla Casa Bianca.
Se perde l’indipendenza, aumenterà l’inflazione
Le incursioni dall’esterno di The Donald oramai non si contano nemmeno più. Martedì 16 settembre, il giorno prima che la Fed decidesse sui tassi, ha pronunciato queste parole: “i funzionari faranno la loro scelta, ma dovrebbero ascoltare persone intelligenti come me”. L’invito era a prevedere una sforbiciata di addirittura tre punti percentuali.
Alla fine, l’istituto ha deciso per il taglio, come noto di 25 punti base (ne abbiamo parlato qui), giustificati da Powell come “strategia di gestione del rischio”, considerando il delicato equilibrio tra inflazione e mondo del lavoro. Miran avrebbe preferito un taglio di 50 punti, lo ha detto pubblicamente non votando la proposta di Powell, che però a retto senza registrare ulteriori voltafaccia. Tuttavia, ad avviso di Winograd “non possiamo più ignorare il lato politico della questione. La minaccia senza precedenti all’indipendenza della Fed, rappresentata dai tentativi dell’Amministrazione di licenziare il governatore Cook e riempire il Consiglio dei governatori con membri fedeli, è molto più importante di qualsiasi cosa la Fed faccia o non faccia con i tassi nei prossimi mesi”.
Una banca centrale autonoma è infatti un pilastro fondamentale del sistema economico e finanziario. Al momento l’indipendenza non è ancora andata perduta, ma la Fed si sta avvicinando a Trump e se dovesse concretizzarsi in pieno, “l’aumento dell’inflazione sarebbe solo una questione di tempo”.
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