Bucks 17/09/2026
Fed, rialzo dei tassi dopo tre anni: un altro possibile nel 2026. Cosa ha detto Kevin Warsh e perché non è una cattiva notizia per la Borsa
La Federal Reserve ha rotto un tabù che durava da oltre tre anni. Per la prima volta dal luglio 2023 ha aumentato i tassi di interesse, con un rialzo di 25 punti base che porta il costo del denaro nella fascia del 3,75%-4%. Ma la vera sorpresa non è arrivata dalla decisione, ormai largamente prevista dagli investitori. È arrivata da ciò che potrebbe succedere dopo: le nuove proiezioni dei membri della Fed indicano almeno un altro rialzo entro la fine del 2026. Il presidente Kevin Warsh ha inoltre chiarito che l’inflazione rimane troppo alta e che l’economia americana è abbastanza forte da sopportare una politica monetaria più rigida. Il messaggio, quindi, è cambiato: il mercato non deve più chiedersi soltanto perché la Fed abbia alzato i tassi, ma quanto possa durare questa nuova fase restrittiva.
Perché la Fed ha deciso di intervenire
La decisione è stata presa all’unanimità, con 12 voti favorevoli e nessun contrario, un elemento importante dopo le divisioni emerse nelle precedenti riunioni. Alla base c’è soprattutto un’inflazione che continua a resistere ben al di sopra dell’obiettivo del 2%, aggravata negli ultimi mesi dal rincaro dell’energia. Ma c’è anche l’altra metà dell’equazione: l’economia americana non sta dando segnali di recessione. I consumi resistono, gli investimenti delle imprese rimangono robusti e il mercato del lavoro è vicino alla piena occupazione. La Fed ha addirittura rivisto al rialzo le stime sulla crescita del Pil al 2,3% nel 2026 e al 2,4% nel 2027, mentre prevede una disoccupazione al 4,1%. Questo consente alla banca centrale di concentrarsi maggiormente sui prezzi. In sostanza, Warsh ritiene di poter combattere l’inflazione senza provocare necessariamente una recessione o un forte aumento della disoccupazione. E sull’inflazione le nuove previsioni non concedono molto spazio all’ottimismo: la Fed ha portato la stima dell’indice core Pce per il 2026 al 3,4%. Si tratta della misura dei prezzi preferita dalla banca centrale, depurata da energia e alimentari, le componenti più volatili. Il fatto che rimanga così lontana dal 2% segnala che il problema non dipende soltanto dal petrolio.
Warsh: non è necessariamente un rialzo isolato
È stata soprattutto la conferenza stampa di Warsh a chiarire il cambio di passo. Il presidente della Fed ha ripetuto che l’inflazione è troppo elevata da troppo tempo e che troppe categorie di beni e servizi continuano a registrare aumenti superiori al 3%. Un passaggio particolarmente importante riguarda le condizioni finanziarie. Secondo Warsh non possono essere considerate realmente restrittive: nonostante il livello dei tassi, l’economia continua infatti a crescere, le imprese investono e il mercato del lavoro rimane solido. Anche il boom degli investimenti nell’intelligenza artificiale sta sostenendo la domanda di capitali. Warsh ha però evitato di promettere un’altra stretta in una data precisa. La Fed guarderà alla tendenza dell’inflazione e non a un singolo dato mensile, senza impegnarsi anticipatamente sulle prossime riunioni. Ed è qui che entra in gioco il cosiddetto dot plot, il grafico che raccoglie le previsioni dei singoli membri della Fed sul livello futuro dei tassi. La mediana indica un tasso del 4,1% a fine 2026, compatibile con un altro rialzo di 25 punti base. Non è una promessa, ma mostra chiaramente che per la maggioranza dei membri il rialzo di settembre potrebbe non essere l’ultimo.
Dicembre diventa la data da guardare
Gli analisti vedono proprio dicembre come la finestra più probabile per un secondo intervento. Kay Haigh, global head e cio Fixed Income and Liquidity Solutions di Goldman Sachs Asset Management, sottolinea che la Fed non sembra preparare un ciclo aggressivo di rialzi. Lo scenario di base resta però un’altra stretta a dicembre, subordinata all’andamento dell’inflazione e soprattutto dei prezzi energetici. Anche gli economisti di Commerzbank prevedono un nuovo rialzo a dicembre, mentre Ing mantiene una posizione leggermente più prudente. Secondo gli economisti della banca olandese, il mercato del lavoro avrebbe più capacità inutilizzata di quanto ritenga la Fed e l’inflazione potrebbe migliorare più rapidamente. Una ripresa dei flussi energetici dal Golfo Persico, facendo scendere il prezzo del petrolio, potrebbe quindi rendere sufficiente il solo aumento deciso ieri. Il punto è proprio questo: la traiettoria non è già scritta. Se petrolio e inflazione resteranno elevati mentre crescita e occupazione continueranno a reggere, un secondo rialzo diventerà molto più probabile. Un rapido raffreddamento dei prezzi potrebbe invece permettere alla Fed di fermarsi.
Trump contro la Fed: tassi all’1% o meno
Sul percorso di Warsh pesa anche una pressione politica sempre più evidente. Dopo la decisione, Donald Trump è tornato a chiedere tassi di interesse all’1% o addirittura inferiori, sostenendo che gli Stati Uniti, in quanto miglior debitore al mondo, dovrebbero poter finanziarsi a costi molto più bassi. È un passaggio delicato soprattutto perché Warsh è stato scelto proprio da Trump per succedere a Jerome Powell. Il presidente americano, tuttavia, ha evitato per ora uno scontro personale con il nuovo numero uno della Fed e ha ribadito di avere ancora fiducia in lui (delle pressioni di Trump su Warsh abbiamo parlato anche qui). Warsh, dal canto suo, continua a rivendicare l’indipendenza della banca centrale. E l’unanimità del voto rafforza la sua posizione: il rialzo non appare come la scelta personale del presidente della Fed, ma come la valutazione condivisa dell’intero Fomc.
Perché i mercati guardano già oltre il primo rialzo
La reazione dei mercati ha mostrato bene dove si concentra adesso l’attenzione. Il rendimento del Treasury a due anni, particolarmente sensibile alle aspettative sui tassi Fed, è salito fino al 4,72%. Il decennale è invece sceso intorno al 4,99% e il trentennale al 5,34%. È il cosiddetto appiattimento della curva: i rendimenti delle scadenze brevi salgono rispetto a quelli più lunghi. In questo caso significa che gli investitori stanno incorporando tassi più elevati nel breve periodo, ma senza aspettarsi che l’inflazione rimanga fuori controllo per molti anni. Ed è forse il punto più importante lasciato dalla riunione. Un rialzo dei tassi non è necessariamente una cattiva notizia per la Borsa se arriva insieme a un’economia che continua a crescere e a una Fed considerata credibile nella lotta all’inflazione. Il rischio maggiore sarebbe l’opposto: lasciare correre i prezzi oggi ed essere costretti a intervenire molto più duramente domani. Per questo il rialzo di 25 punti base di settembre potrebbe essere soltanto il primo capitolo. La prossima mossa dipenderà dai dati, ma la pausa durata tre anni è finita: la Fed ha riaperto la porta ai rialzi e, per ora, non sembra avere fretta di richiuderla.
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