Bucks 09/04/2026
Fine dei “Trump trades”? i mercati rivedono le scommesse legate a Trump
Negli ultimi anni, molti investitori hanno osservato i movimenti di Donald Trump come se fossero segnali da interpretare: ogni sua decisione politica, dai dazi alle mosse sui settori energetici e difensivi, poteva trasformarsi in un’opportunità di profitto. Un’epoca in cui la politica e i mercati sembravano danzare insieme: seguire Trump significava in qualche modo prevedere i flussi di denaro, i rialzi o i ribassi di interi settori, e persino la direzione dei titoli di Stato americani. Ma oggi, con i dati alla mano e le performance osservate, appare chiaro che molte di queste strategie “Trump trade” hanno perso il loro slancio: la relazione tra politica e mercati non è mai stata così complessa e mutevole.
Cosa sono i “Trump trades”
Nel linguaggio finanziario si parla di “Trump trades” per identificare le strategie di investimento costruite sulle attese delle politiche di Trump (ne avevamo parlato anche qui). Parte di queste aspettative erano legate alla crescita economica, all’espansione di settori come energia e difesa, o alla riforma di istituzioni come Fannie Mae e Freddie Mac, società che forniscono liquidità al mercato dei mutui statunitensi. Una strategia complementare era quella definita “long Trump, short Biden”. In termini più semplici, si trattava di comprare titoli che, secondo gli investitori, avrebbero beneficiato delle scelte di Trump e, allo stesso tempo, vendere titoli che si pensava avrebbero sofferto sotto un’amministrazione guidata da Biden. Nel primo periodo post-elettorale queste scommesse sembravano avere senso: molte società legate ai settori chiave citati sono salite di valore. Ma con il passare del tempo, la performance generale di questi portafogli si è indebolita, e ora appare evidente che la relazione tra politica e mercati è più complessa di quanto molti pensassero.
I settori che hanno continuato a performare
Alcuni comparti strettamente collegati alle mosse politiche di Trump hanno continuato a rendere bene. La difesa, per esempio, ha beneficiato dell’aumento delle spese militari in Europa e altrove. Allo stesso modo, il settore energetico statunitense ha tratto vantaggio dall’aumento dei prezzi del petrolio causato dalle tensioni in Medio Oriente: Brent e West Texas Intermediate, i due benchmark principali del petrolio, sono spesso tornati oltre i 110 dollari al barile in risposta alle pause negoziali o alle recrudescenze del conflitto. Questi rialzi hanno sostenuto profitti e valutazioni delle società energetiche, alimentando alcune delle scommesse legate al cosiddetto Trump trade.
Dove le aspettative non si sono realizzate
Non tutti i titoli associati alle aspettative politiche hanno avuto performance brillanti. Le aziende manifatturiere americane non hanno tratto un vantaggio duraturo dai dazi perché le politiche sono state percepite come incoerenti e difficili da applicare, riducendo l’effetto protettivo sulla concorrenza estera. Anche settori come le carceri private, che avrebbero dovuto beneficiare di politiche sui flussi migratori, hanno visto minori ricavi del previsto, perché molte risorse sono state assorbite da organismi governativi invece di arrivare alle imprese private. Aziende tecnologiche e mediatiche legate alla narrativa politica, come Trump Media & Technology Group, hanno visto ridimensionarsi drasticamente il loro valore rispetto ai picchi pre-elettorali.
Il legame complesso con i Treasury Usa
Una parte importante dei cosiddetti “Trump trades” riguarda i Treasury, cioè i titoli di Stato degli Stati Uniti. In pratica sono prestiti che gli investitori fanno al governo americano, considerati tra i più sicuri al mondo. Chi li compra riceve degli interessi nel tempo e riottiene il capitale alla scadenza, che può arrivare fino a 30 anni.
Per capire come si muovono questi titoli, bisogna tenere presente una regola fondamentale: prezzo e rendimento si muovono in direzioni opposte. Se il prezzo sale, il rendimento scende; se il prezzo scende, il rendimento sale. Questo accade perché i titoli non restano fermi nelle mani di chi li compra all’inizio, ma vengono continuamente scambiati sul mercato. Se un titolo viene venduto a un prezzo più basso rispetto al suo valore iniziale, chi lo acquista ottiene un rendimento più alto; se invece lo paga di più, il rendimento effettivo diminuisce.
Dopo le elezioni, molti investitori si aspettavano che le politiche di Donald Trump — come i tagli alle tasse e l’aumento della spesa pubblica — avrebbero fatto crescere l’economia. Una crescita più forte, però, tende a portare anche più inflazione e tassi di interesse più alti decisi, in questo caso, dalla Federal Reserve, la banca centrale americana. Quando ci si aspetta un aumento dei tassi, i titoli già esistenti diventano meno convenienti, perché offrono interessi ( cioè rendimenti) più bassi rispetto a quelli che verranno emessi in futuro. Per questo motivo, il loro prezzo scende, e proprio questo calo fa aumentare il rendimento per chi li compra.
In teoria, quindi, lo scenario post-elettorale avrebbe dovuto portare a prezzi più bassi e rendimenti più alti, soprattutto per i titoli a lunga scadenza, come quelli a 30 anni, che restano più a lungo legati a tassi ormai meno competitivi.
Nella realtà, però, il quadro si è rivelato più complesso. Le tensioni in Medio Oriente e le incertezze legate al petrolio hanno fatto aumentare le aspettative di inflazione e reso più instabile il contesto globale. Di conseguenza, i rendimenti dei titoli a lungo termine sono effettivamente saliti, anche perché i mercati hanno iniziato a ritenere meno probabili eventuali tagli dei tassi da parte della Federal Reserve. Questo perché le banche centrali tendono a ridurre i tassi solo quando l’inflazione è sotto controllo o l’economia rallenta, mentre con prezzi in aumento preferiscono mantenerli alti per evitare che l’inflazione sfugga di mano. In uno scenario di questo tipo, gli investitori chiedono rendimenti più elevati per prestare denaro allo Stato, e quindi i prezzi dei titoli scendono.
Nel complesso, quindi, i Treasury non si sono mossi seguendo una sola logica. L’aumento dei rendimenti — e quindi la discesa dei prezzi — non è stato determinato solo dalle aspettative sulle politiche di Trump, ma da un insieme di fattori più ampio, che include l’inflazione, i rischi geopolitici e le decisioni delle banche centrali.
Credits: Immagine generata con Sora






