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09/09/2026
Gas, petrolio e grano: le due guerre riaccendono i prezzi. Ma l’Europa oggi ha più difese?

Gas, petrolio e grano: le due guerre riaccendono i prezzi. Ma l’Europa oggi ha più difese?

Il perdurare dei conflitti in Iran e Ucraina spinge il Brent oltre i 100 dollari, il gas europeo sopra 75 euro e torna a impennarsi anche il grano.

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Due guerre, tre mercati e un’unica conseguenza: il ritorno del “premio geopolitico” sui prezzi. In Medio Oriente la nuova escalation tra Stati Uniti e Iran, accompagnata dagli attacchi degli Houthi contro obiettivi sauditi, ha riportato il Brent sopra i 100 dollari al barile, per la prima volta dal 24 luglio. Il punto più sensibile resta lo Stretto di Hormuz, da cui in condizioni normali passa circa un quinto dei flussi mondiali di petrolio e prodotti petroliferi e una quota analoga del Gnl, il gas naturale liquefatto trasportato via nave. Quando quella rotta diventa incerta non serve che il petrolio “finisca”: basta che aumenti il rischio che una nave non parta, arrivi tardi o debba pagare assicurazioni molto più care. Quel rischio viene immediatamente incorporato nei prezzi. Ed è ciò che sta accadendo. 

 

Gas, il vero nervo scoperto

Per l’Europa il problema più delicato è però il gas. Il Ttf di Amsterdam, il benchmark continentale, è salito a 76,6 euro per megawattora, massimo da tre anni e mezzo e circa il 160% in più rispetto all’inizio dell’anno. Le forniture di Gnl dal Golfo sono fortemente ridotte e il Qatar ha prolungato la forza maggiore su diversi carichi. Il rialzo arriva nel momento peggiore, mentre l’Europa deve riempire gli stoccaggi per l’inverno: la media Ue è intorno al 67%, contro livelli stagionali normalmente molto più elevati. L’Italia è messa meglio, anche grazie ai due rigassificatori installati a Ravenna e Piombino, con depositi attorno all’84%, ma continua comunque a pagare il gas più caro che in passato (ne abbiamo parlato qui), per via del fatto che prima del conflitto in Ucraina avevamo contratti pluriennali di approvvigionamento a prezzi contenuti, mentre con le sanzioni alla Russia l’Italia ha dovuto trovare nuove fonti, ma a prezzi di mercato divenuti più elevati. La Germania, a titolo di paragone, è poco sopra il 54%. Il caro-gas si trasferisce inoltre sull’elettricità: in Italia il prezzo all’ingrosso ha raggiunto 225 euro per megawattora, massimo dal dicembre 2022. È così che la geopolitica entra prima nelle bollette e poi nei costi delle imprese.

 

Dal barile alla pompa

Il petrolio a 100 dollari ha già rimesso pressione anche sui carburanti. In Italia la benzina è salita a 2,058 euro al litro, il livello più alto dal luglio 2022, mentre il gasolio ha raggiunto 2,169 euro, nonostante lo sconto di 17 centesimi sulle accise, che il governo valuta di prorogare ancora per 10-15 giorni. Il passaggio dal barile alla pompa, però, non è automatico né immediato. 

Innanzitutto, il petrolio viene comprato in dollari: se l’euro si indebolisce rispetto alla valuta americana, per un importatore europeo lo stesso barile diventa più caro anche a parità di quotazione; se invece l’euro si rafforza, una parte del rincaro del greggio viene assorbita dal cambio. Poi c’è la raffinazione: il petrolio deve essere trasformato in benzina e gasolio e il costo di questo processo varia in base alla capacità disponibile delle raffinerie, alla domanda e all’offerta dei singoli carburanti. Se, per esempio, il petrolio sale ma sul mercato c’è abbondanza di benzina, il rincaro alla pompa può essere più contenuto; al contrario, una carenza di capacità di raffinazione può far aumentare i carburanti anche più del greggio. A questo si aggiungono trasporto, stoccaggio e distribuzione, anch’essi sensibili ai costi energetici e alle tensioni geopolitiche. Infine ci sono le tasse: in Italia una parte rilevante del prezzo finale è composta da accise, che sono una cifra fissa per litro, e Iva, che invece è calcolata in percentuale sul prezzo. Per questo un aumento del petrolio del 10%, per esempio, non significa automaticamente un aumento del 10% della benzina: il greggio rappresenta solo una parte del prezzo finale. Ma se il greggio resta stabilmente sopra quota 100, una parte del rincaro finisce inevitabilmente nei listini. E non riguarda soltanto gli automobilisti: trasporti più costosi significano maggiori costi per quasi tutte le filiere, dai prodotti che arrivano nei supermercati alle merci industriali. È il classico meccanismo attraverso cui uno shock energetico può trasformarsi in inflazione più diffusa

 

Il grano torna a correre

L’altro fronte è il Mar Nero. Russia e Ucraina hanno intensificato gli attacchi contro porti, navi e infrastrutture di esportazione, riducendo la capacità di far uscire i cereali dalla regione. Il mercato non teme soltanto raccolti più scarsi: teme soprattutto che il grano esistente resti bloccato nei silos. Dall’inizio dell’anno, secondo gli ultimi dati, il grano tenero è salito del 50% e quello duro del 58%. A Chicago (la più grande borsa al mondo per le materie prime agricole) i future sul frumento hanno guadagnato circa il 35% dalla fine di giugno e l’8 settembre il contratto più scambiato viaggiava intorno a 7,5 dollari per bushel; a Parigi il future di dicembre era vicino a 247 euro a tonnellata. A complicare il quadro ci sono anche siccità e caldo in Europa e Nord America. 

 

Oggi l’Europa ha più difese

Eppure il 2022, almeno per ora, non si sta ripetendo. Il gas europeo resta lontanissimo dal picco di circa 350 euro al megawattora raggiunto quattro anni fa e soprattutto l’Europa è cambiata: ha più terminali per importare Gnl, fornitori più diversificati e una domanda di gas diminuita di circa il 17%. Anche sul grano esistono maggiori possibilità di sostituzione: Australia e Argentina stanno già prendendo il posto di parte dei carichi mancanti dal Mar Nero, mentre i prezzi internazionali rimangono ben sotto i massimi del 2022. La Commissione europea ritiene infatti che, nonostante gli stoccaggi ridotti, non vi sia oggi un rischio immediato per la sicurezza degli approvvigionamenti di gas. Il pericolo è un altro: non necessariamente un’esplosione improvvisa come quattro anni fa, ma una pressione più lunga e persistente. Se le due guerre continueranno a colpire contemporaneamente energia e cibo, l’inflazione potrebbe essere meno spettacolare di quella del 2022, ma molto più difficile da far scendere definitivamente. Lo sanno benne alla Banca centrale europea, da cui domani (10 settembre) ci si aspetta infatti un nuovo rialzo dei tassi di interesse. 

 

Credits: Foto Pexels



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gasgranoPetrolio

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