Luigi Dell'Olio 02/05/2025
Generali, Mediobanca, Mps e UniCredit: cosa sta succedendo nella finanza italiana
Offerte di acquisto senza ricorso alla liquidità, manovre che godono o meno dell’appoggio politico, timori per l’occupazione e promesse di maggiore redditività sul fronte degli investimenti. Nelle ultime settimane il settore finanziario italiano è alle prese con una serie di movimenti che non hanno precedenti nella storia (ne abbiamo già parlato qui). E’ difficile stabilire oggi quali saranno gli sviluppi finali, ma c’è di certo che la questione non riguarda solo gli equilibri di potere, ma ha conseguenze anche per i lavoratori e i risparmiatori.
Le offerte in corso
La prima mossa l’ha fatta UniCredit, presentando un’offertapubblica di scambio (Ops) su Banco Bpm. In sostanza, l’istituto guidato da Andrea Orcel non mette mano al portafoglio, bensì propone di scambiare le proprie azioni con quelle del concorrente. L’obiettivo è crescere soprattutto nel Nord Italia, dove UniCredit è sensibilmente più debole del leader di mercato in Italia, Intesa Sanpaolo.
Successivamente, Monte dei Paschi di Siena ha presentato un’Ops su Mediobanca. Dopo aver risanato i conti, i vertici dell’istituto toscano hanno motivato la scelta con la volontà di rafforzare le quote di mercato nell’investment banking (l’attività bancaria che affianca le aziende nel raccogliere fondi attraverso i mercati dei capitali, oltre a fornire consulenza su operazioni finanziarie complesse come fusioni, acquisizioni e ristrutturazioni) e nel wealth management (la gestione dei grandi patrimoni, uno dei pochi business finanziari ancora con buoni margini).
Intanto, si è svolta l’assemblea annuale di Generali (ne abbiamo parlato qui), nella quale è stato confermato alla guida Philippe Donnet, con il supporto di Mediobanca, mentre è uscita sconfitta la lista presentata da Francesco Gaetano Caltagirone, con il sostegno di Delfin, la holding degli eredi Del Vecchio. Caltagirone e Delfin nei mesi scorsi hanno anche rastrellato azioni di Banca Mps (di cui abbiamo parlato sopra) e sono grandi azionisti di Mediobanca, ma sono all’opposizione del ceo Alberto Nagel, che ha un rapporto di ferro con il già citato Donnet. Questa precisazione è cruciale, in quanto l’ultimo passaggio in ordine di tempo è stata l’Ops lanciata da Mediobanca su Banca Generali, controllata al 50,1% dal gruppo Generali. Una mossa attraverso la quale Mediobanca punta a sfuggire all’offerta di Mps, la quale – almeno per il momento – ha comunque confermato di voler andare avanti.
Il perché del risiko e cosa c’entra la politica
La ragione economica alla base di queste operazioni è legata al fatto che i margini del settore finanziario sono tendenzialmente calanti sia per la concorrenza dei nuovi operatori, sia per la necessità di investimenti importanti sul fronte della tecnologia e della compliance (adeguamento all’evoluzione normativa). In tutto ciò, la politica è direttamente coinvolta nella partita. L’Ops di UniCredit su Banco Bpm si è vista porre dal governo nazionale una serie di vincoli (soprattutto in termini occupazionali e di filiali), mentre Caltagirone e Delfin godono di sponde importanti nell’esecutivo a fronte del loro progetto di creare un terzo gigante del credito in Italia, al fianco di Intesa Sanpaolo e UniCredit. C’è poi un aspetto di non poco conto: le banche italiane, e ancor più Generali, sono tra i principali sottoscrittori di titoli di Stato. Dunque, poter contare su manager attenti alle sorti del Paese può consentire alla politica di effettuare una moral suasion nelle fasi di particolare turbolenza sui mercati finanziari. Una prospettiva tutt’altro che da escludere alla luce delle tante incognite che incombono a livello macro.
In tutto ciò, cosa succede a lavoratori e risparmiatori/investitori? Sul primo fronte, detto che le aggregazioni si fanno in primo luogo per ridurre i costi, è inevitabile che il successo delle offerte porti a una riduzione degli organici. Quanto ai correntisti, poco cambia se muta la controparte titolare dei rapporti creditizi. Mentre, per chi chiede un finanziamento, poter contare su una banca più grande, e quindi tendenzialmente più solida, dovrebbe essere un vantaggio. E lo stesso vale per un investitore, fermo restando che in quest’ultimo caso a fare la differenza è sempre il prezzo dell’investimento, da rapportare alle prospettive di rivalutazione.






