Alessandro Cicognani 24/06/2026
Guida al sell off dei tech: cosa sta cambiando nella corsa all’AI in Borsa
La caduta dei titoli tecnologici iniziata lunedì 22 giugno non nasce da una sola notizia. È più corretto dire che il mercato era già molto nervoso – tra dubbi sull’effettiva crescita dell’AI e l’enorme molte di investimenti previsti, oltre 650 miliardi di dollari solo nel 2026 –, e aspettava solo una scintilla. Quella scintilla è arrivata dalla Corea del Sud, cioè da uno dei cuori mondiali dell’industria dei semiconduttori. Il caso è quello di SK Hynix, uno dei grandi produttori globali di memorie usate nei sistemi di intelligenza artificiale. Secondo indiscrezioni di stampa locali, la società starebbe rallentando l’espansione dei chip di ultima generazione, per concentrarsi di più sulle memorie più comuni, usate per esempio in smartphone, computer e console. Per il mercato questo dettaglio ha avuto un significato molto preciso: forse la domanda di chip per l’intelligenza artificiale non crescerà sempre alla velocità immaginata finora. Forse, dopo la grande fase di costruzione dei data center e di acquisto massiccio di hardware, stiamo entrando in una fase più normale. E quando un settore è salito moltissimo, anche la parola “normalizzazione” può bastare a far partire le vendite.
Da lì il movimento si è allargato. Il Kospi coreano martedì è arrivato a perdere circa il 10% in una sola seduta, obbligando Seul a bloccare gli scambi per eccesso di ribassi. A Wall Street l’indice dei semiconduttori di Philadelphia ha lasciato sul terreno circa l’8%, mentre titoli come Micron hanno perso oltre il 13%, Arm più del 10%. In Europa il colpo si è visto su Asml e soprattutto su STMicroelectronics, che a Piazza Affari ha chiuso con un calo dell’8,44%.
Il problema non l’AI, ma quanto è stata pagata
Per capire davvero cosa è successo bisogna partire da un concetto semplice: non basta che una società sia forte, innovativa o ben posizionata. In Borsa conta anche il prezzo a cui viene comprata. E molti titoli legati all’intelligenza artificiale, negli ultimi mesi, erano stati comprati a prezzi molto alti, spesso dando quasi per scontato che la crescita futura sarebbe stata enorme e continua. È qui che nasce il punto centrale. Trattandosi di un comparto, quello della tecnologia, già molto affollato sotto il profilo degli investimenti, il prezzo a cui le azioni vengono scambiate riflette perfettamente già oggi l’entusiasmo attorno a grandi nomi come Nvidia, Alphabet o Microsoft. Stiamo parlando di aziende che in borsa valgono trilioni di dollari. Difficile pensare che possano crescere ancora come prezzo di quotazione.
Anche i produttori di chip scendono
L’altro aspetto interessante è che finora non sempre hanno guadagnato di più le società che spendono miliardi per costruire data center, ma quelle che vendono loro chip, memorie, server, infrastrutture. È la vecchia metafora della corsa all’oro: spesso durante una febbre speculativa guadagna chi vende gli strumenti ai cercatori d’oro. Ma adesso le vendite hanno colpito anche i produttori di chip (ne abbiamo parlato anche qui). E questo ha spaventato gli investitori, perché ha toccato proprio il cuore della narrazione AI. C’è poi il tema della monetizzazione. Le grandi aziende tecnologiche stanno investendo centinaia di miliardi di dollari nell’intelligenza artificiale. Il mercato però comincia a chiedersi quando e quanto questi investimenti torneranno indietro sotto forma di utili. Se un’azienda spende tanto oggi, ma i ricavi arriveranno forse tra anni, allora il margine di errore diventa molto elevato. La multinazionale dei servizi finanziari Cantor Fitzgerald ha sintetizzato così il nuovo atteggiamento degli investitori: “Il trend adesso è vendere chi spende”.
Tassi, dollaro e fine semestre: il cocktail perfetto
A rendere tutto più fragile è arrivato anche il cambio di scenario sui tassi americani. La Federal Reserve, sotto la nuova guida di Kevin Warsh, ha lasciato i tassi fermi (di cosa ha deciso la Fed e detto Warsh nella sua prima conferenza ne abbiamo parlato qui), ma il mercato ha iniziato a prezzare una banca centrale più prudente, se non più dura, contro l’inflazione. In altre parole: meno speranze di tagli e più timori che i tassi possano restare alti, o addirittura salire. Perché questo pesa sul tech? Perché le società tecnologiche sono spesso valutate sulla base degli utili futuri. Prendiamo l’esempio di una società tech in forte crescita, magari legata all’intelligenza artificiale. Oggi guadagna poco, oppure investe tantissimo, ma promette di guadagnare molto tra cinque o dieci anni. Quando i tassi sono bassi, gli investitori sono più disposti ad aspettare. Pensano: “Va bene, questa azienda non guadagna tantissimo oggi, ma tra qualche anno potrebbe fare profitti enormi”. Quindi pagano caro il titolo già adesso credendo che a tendere possa valere ancora di più. Quando invece i tassi salgono, cambia il ragionamento. Perché un investitore può ottenere rendimenti interessanti anche comprando strumenti più sicuri, come i titoli di Stato, che vengono emessi a rendimenti più elevati. A quel punto si chiede: “Perché devo pagare tantissimo oggi una promessa di guadagni futuri, se posso avere un rendimento più sicuro già adesso?”.
Il peso degli aspetti tecnici
A questo si sono aggiunti fattori tecnici. Siamo a fine semestre, periodo in cui molti grandi investitori ribilanciano i portafogli: vendono dunque una parte di ciò che è salito di più e comprano o rafforzano ciò che è rimasto indietro. Venerdì scorso (19 giugno) è poi stato il momento delle cosiddette “Quattro streghe”, scadenza trimestrale di borsa in cui scadono simultaneamente quattro tipologie di contratti derivati. Negli Stati Uniti ciò ha riguardato contratti per un valore di circa 8.300 miliardi di dollari. Finite quelle scadenze, il mercato è diventato più libero di muoversi. E si è mosso al ribasso. Il punto, quindi, non è che tutto il settore tecnologico sia improvvisamente diventato debole. Alcune grandi società hanno tenuto meglio, e anzi in una seduta difficile come quella di ieri (martedì 23 giugno) Ibm è salita del 5% e Microsoft ha chiuso positiva. Ma il segnale è chiaro: il mercato sta diventando più selettivo. Non compra più qualsiasi cosa abbia l’etichetta “AI”. Vuole capire chi guadagnerà davvero, non chi spenderà troppo, chi ha margini sostenibili e non chi invece vive soprattutto di aspettative.
Credits: Foto Magnific






