Bucks 09/07/2025
Il “bluff” sui dazi di Trump riaccende il TACO trade sui mercati
Nelle ultime settimane, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha rilanciato la sua offensiva commerciale, annunciando nuove tariffe doganali che entreranno in vigore dal 1° agosto. Le misure più rilevanti riguardano il rame, per cui è stato stabilito un dazio del 50%, e il settore farmaceutico, che rischia di subire tariffe fino al 200% sulle esportazioni verso gli Stati Uniti. Trump ha concesso un periodo di transizione di circa un anno e mezzo per i farmaci, ma ha chiarito che l’epoca delle “proroghe infinite” è finita.
La reazione dei mercati globali
Nonostante l’aggressività delle nuove politiche commerciali, le borse internazionali hanno reagito in modo sorprendentemente calmo. I principali mercati asiatici come Tokyo e Seul hanno chiuso in rialzo nei giorni successivi agli annunci di Trump. Anche l’indice europeo Stoxx 600 ha mostrato una reazione positiva. Questa calma apparente si basa su una convinzione diffusa tra gli investitori: Trump minaccia, ma poi fa marcia indietro. Ed è qui che entra in gioco la logica del cosiddetto TACO Trade.
Cos’è il TACO Trade: “Trump Always Chickens Out”
TACO è un acronimo ironico che sta per “Trump Always Chickens Out”, ovvero “Trump alla fine si tira sempre indietro”. Si tratta di un’espressione che richiama il gioco del pollo, una sfida in cui due auto si dirigono l’una verso l’altra a tutta velocità: chi sterza per primo perde, ma se nessuno lo fa, si verifica uno scontro rovinoso. Secondo questa logica, i mercati stanno scommettendo che, come in passato, Trump non porterà fino in fondo la sua minaccia di imporre dazi generalizzati. In effetti, lo stesso presidente ha lasciato intendere che la data del 1° agosto è “ferma, ma non del tutto”, suggerendo la possibilità di esenzioni o modifiche per quei paesi disposti a negoziare.
Lettere, esenzioni e assenze strategiche
Trump ha inviato lettere ufficiali a quattordici Paesi, tra cui Giappone, Corea del Sud, Malesia, Bangladesh e Thailandia, annunciando dazi compresi tra il 25% e il 40%. Tuttavia, grandi partner commerciali come l’Unione Europea, l’India e Taiwan non hanno (ancora) ricevuto comunicazioni. Secondo alcuni osservatori, questa “assenza” potrebbe indicare negoziati in corso per accordi preliminari. In particolare, l’Unione Europea sembra ottimista: secondo fonti diplomatiche, sarebbe al lavoro per raggiungere un’intesa con la Casa Bianca che preveda una tariffa base del 10%, con eccezioni settoriali (come l’aeronautica e i liquori). Un recente colloquio tra Ursula von der Leyen e Trump sarebbe stato “positivo”, alimentando le speranze di una soluzione diplomatica.
Impatto su rame e farmaci: prezzi alle stelle
Tra i settori già colpiti si distingue quello del rame, materiale fondamentale per la transizione energetica e le tecnologie verdi. Dopo l’annuncio del dazio al 50%, i prezzi del rame negli Stati Uniti hanno toccato i massimi da oltre cinquant’anni, mentre le quotazioni a Londra e Shanghai sono diminuite leggermente, generando tensioni tra i mercati globali. Ancora più delicata è la questione dei prodotti farmaceutici. L’industria del farmaco è fortemente globalizzata e sensibile ai costi di produzione: una tariffa del 200% avrebbe effetti potenzialmente dirompenti su importazioni, catene di approvvigionamento e prezzi al consumo. Trump ha promesso una finestra di dodici-diciotto mesi, ma ha anche dichiarato che le aziende devono cominciare a “rilocalizzare” la produzione sul suolo americano.
Il Megabill e la fiducia degli investitori
Una delle ragioni per cui i mercati non stanno reagendo negativamente è l’approvazione del Republican Megabill, una legge che riutilizza i ricavi tariffari per finanziare tagli fiscali e investimenti pubblici. Questo meccanismo riduce l’impatto sui consumatori americani e attenua gli effetti sull’economia interna. Inoltre, fino a oggi, i dazi non hanno avuto un impatto significativo sull’inflazione negli Stati Uniti, aumentando la fiducia degli operatori. Secondo alcuni economisti, come Paul Ashworth di Capital Economics, il tasso tariffario medio degli Usa, attualmente al 15,5%, potrebbe salire al 17,3% senza nuovi accordi. Si tratterebbe comunque di un incremento gestibile.
Il rischio sottovalutato: fiducia e tempistiche
Non tutti, però, condividono questa visione ottimista. Alcuni analisti mettono in guardia dal rischio che i mercati stiano sottovalutando la portata delle nuove misure. Un’escalation tariffaria potrebbe generare incertezza e spingere famiglie e imprese a rimandare consumi e investimenti, proprio mentre si intravedono segnali di ripresa economica. Inoltre, il tempo a disposizione per negoziare è limitato. Il 1° agosto si avvicina e, subito dopo, gli Stati Uniti dovranno affrontare l’annoso problema del tetto al debito pubblico, con nuove tensioni tra Congresso e Casa Bianca. Il rischio è che questi due fattori, dazi e incertezza fiscale, si sommino, portando a una nuova fase di instabilità economica.
Chi sterzerà per primo?
In sintesi, i mercati continuano a puntare sul bluff di Trump, scommettendo che il presidente si tirerà indietro all’ultimo minuto, come spesso accaduto in passato. Ma ogni nuova minaccia, ogni annuncio di tariffe settoriali, aumenta la tensione. Se il gioco del pollo continua troppo a lungo, prima o poi qualcuno non sterzerà. E lo scontro potrebbe avere conseguenze ben più serie.
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Immagine: Pixabay






