Alessandro Cicognani 31/08/2026
Kevin Warsh a Jackson Hole riapre il caso rialzo dei tassi: perché il simposio della Fed è importante
La Federal Reserve potrebbe non avere ancora finito di aumentare i tassi di interesse. È questo il messaggio che i mercati hanno tratto dal discorso pronunciato venerdì 28 agosto dal presidente della Fed Kevin Warsh, molto più duro sull’inflazione di quanto gli investitori si aspettassero. Warsh non ha annunciato esplicitamente un aumento del costo del denaro, ma è arrivato molto vicino a far capire che potrebbe diventare necessario: “se la Fed non avrà sufficiente fiducia nel ritorno dell’inflazione verso l’obiettivo del 2% – ha spiegato –, avremo ancora del lavoro da fare”. Una frase apparentemente prudente, ma sufficiente a cambiare le aspettative degli operatori. Dopo il discorso, la probabilità attribuita dal mercato a un rialzo di 25 punti base già nella riunione del prossimo 16 settembre è salita intorno al 60%. Deutsche Bank continua a prevedere due aumenti quest’anno, a settembre e dicembre, mentre Barclays, che prima delle parole di venerdì del presidente della Fed non si aspettava ulteriori strette nel 2026, ora prevede anch’essa due rialzi da 25 punti base.
Perché un discorso nel Wyoming conta così tanto
Quelle parole hanno avuto ancora più risonanza perché sono state pronunciate a Jackson Hole, località del Wyoming che ogni estate diventa per qualche giorno una sorta di capitale mondiale delle banche centrali. Qui la Federal Reserve Bank di Kansas City organizza un simposio al quale partecipano governatori, economisti e rappresentanti delle principali istituzioni finanziarie. Non è una riunione nella quale vengono decisi i tassi, ma negli anni Jackson Hole è diventato il luogo nel quale i presidenti della Fed spesso spiegano come vedono l’economia e, soprattutto, preparano i mercati ai cambiamenti di politica monetaria. Il debutto di Warsh da presidente della Fed – avendo assunto l’incarico il 22 maggio di quest’anno (ne abbiamo parlato qui) – era quindi attesissimo. E il tono scelto ha sorpreso: Deutsche Bank ha parlato di un’impostazione “decisamente restrittiva” (da “falco” come si dice in gergo finanziario, ossia incline verso possibili rialzi dei tassi), mentre altri analisti hanno sottolineato quanto Warsh abbia insistito sulla necessità di difendere con credibilità l’obiettivo di inflazione del 2%.
Perché la Fed dovrebbe aumentare i tassi?
Per comprendere il perché l’ipotesi di un rialzo si stia facendo sempre più largo bisogna partire dall’inflazione. Negli Stati Uniti i prezzi continuano a crescere più rapidamente di quanto la Fed vorrebbe: il Pce, l’indicatore che la banca centrale segue con maggiore attenzione, a luglio è aumentato del 3,7% rispetto a un anno prima, contro un obiettivo del 2%. Il ragionamento di Warsh è relativamente semplice. Se l’inflazione rimane troppo alta e contemporaneamente l’economia continua a reggere, la Fed ha spazio per rendere la politica monetaria ancora più severa. Alzare i tassi significa rendere più costosi mutui, prestiti e finanziamenti, riducendo gradualmente la disponibilità di denaro nell’economia e frenando consumi e investimenti. Meno domanda significa, almeno in teoria, minori possibilità per le imprese di continuare ad aumentare i prezzi. La Fed non può naturalmente far scendere direttamente il petrolio o cancellare gli effetti di uno shock geopolitico, ma attraverso le decisioni di politica monetaria (come appena spiegato) può evitare che quei rincari si trasferiscano progressivamente su salari, servizi e altri prezzi. È questa la preoccupazione di Warsh: non tanto un singolo dato negativo, quanto il rischio che un’inflazione sopra il 2% diventi persistente. La decisione definitiva potrebbe arrivare alla fine di questa settimana, visto che tra domani, 1° settembre, e venerdì 4 usciranno i dati sulle offerte di lavoro e sulle buste paga non agricole (Nonfarm payroll). Due dati fondamentali per capire come gli choc economici stanne agendo sul mercato del lavoro americano.
Dollaro su, oro giù: perché i mercati hanno reagito così
Tornando dunque alle parole di Warsh, la conseguenza è stata immediata. Al termine del suo discorso sono saliti soprattutto i rendimenti dei Treasury, tra i prodotti finanziari più sensibili alle decisioni della Fed (del rialzo dei titoli obbligazionari governativi americani ne abbiamo parlato anche qui). Questo perché in caso di rialzo dei tassi, i nuovi titoli di Stato emessi sul mercato pagherebbero interessi maggiori a chi li detiene, rendendo quelli già in circolazione meno appetibili e, dunque, oggetto di vendite (le cedole pagate dai titoli obbligazionari sono però fisse, di conseguenza se il prezzo scende il rendimento del titolo aumenta, in quanto si paga un prezzo minore per ottenere un interesse identico a quello precedente).
L’oro, al contrario, ha invece perso oltre il 3% nella seduta di oggi (31 agosto). Il meccanismo è intuitivo: se la Fed aumenta i tassi, i titoli di Stato americani offrono rendimenti più elevati e diventano relativamente più interessanti. Il lingotto, non pagando invece interessi, subisce l’effetto opposto, finendo così per soffrire quando salgono i rendimenti delle alternative considerate sicure. Il risultato sei vede nei numeri: se fino a venerdì scorso il prezzo dell’oro superava i 4.600 dollari l’oncia, questa mattina è sceso intorno ai 4.300 dollari. Anche le azioni possono risentirne, perché tassi più alti aumentano il costo del credito per le imprese e riducono il valore degli utili futuri. Jackson Hole ha quindi cambiato soprattutto una cosa: fino a pochi giorni fa una stretta monetaria della Fed era una possibilità, oggi è diventato lo scenario centrale per una parte importante del mercato.
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