Alessandro Cicognani 20/05/2026
Kevin Warsh arriva alla Federal Reserve con un primo problema: non può tagliare i tassi
Kevin Warsh arriva alla guida della Federal Reserve nel momento meno comodo per fare ciò che Donald Trump avrebbe voluto da lui: tagliare i tassi. Il nuovo presidente della banca centrale americana giurerà venerdì 22 maggio alla Casa Bianca, in una cerimonia dal forte valore politico, e prenderà il posto di Jerome Powell dopo anni di scontri tra la Fed e Trump. Ma la scena che lo aspetta non è quella di un’economia bisognosa, con urgenza, di denaro più facile. È piuttosto quella di un’economia ancora resistente, con l’inflazione tornata a preoccupare e i mercati obbligazionari in tensione. Il punto di partenza è semplice: la Fed ha un obiettivo di inflazione al 2%. Significa che, nel mondo ideale della banca centrale, i prezzi dovrebbero crescere lentamente, senza erodere troppo il potere d’acquisto delle famiglie. Ma ad aprile l’inflazione americana è salita al 3,8% annuo, mentre quella “core”, che esclude energia e alimentari perché più volatili, è arrivata al 2,8%. Sono numeri non drammatici come quelli visti dopo il Covid, ma abbastanza alti da rendere difficile parlare di tagli imminenti. La stessa Fed, nell’ultimo comunicato del comitato che decide la politica monetaria, ha riconosciuto che l’inflazione resta “elevata”, anche per effetto dell’aumento dei prezzi dell’energia. Il contesto è stato complicato dalla nuova fiammata del petrolio, legata alle tensioni in Medio Oriente e alle incertezze sullo Stretto di Hormuz. Pictet Wealth Management scrive che i mercati stanno rivalutando il rischio di uno shock inflazionistico più persistente, proprio perché l’energia più cara può entrare nei prezzi di trasporti, produzione industriale e beni finali.
Perché i mercati non scommettono più sui tagli
All’inizio dell’anno lo scenario sembrava diverso. Molti investitori ragionavano ancora su una Fed pronta a ridurre il costo del denaro. Tagliare i tassi significa rendere meno caro indebitarsi: mutui, prestiti alle imprese e finanziamenti diventano più leggeri. È una medicina utile quando l’economia rallenta. Ma se viene somministrata mentre l’inflazione è ancora alta, può diventare benzina sul fuoco: più credito, più domanda, più pressione sui prezzi. Per questo le aspettative sono cambiate. Secondo Reuters, le ipotesi di tagli dei tassi nel 2026 si sono progressivamente assottigliate fino quasi a sparire, mentre il mercato ha iniziato perfino a considerare la possibilità opposta: un rialzo più avanti, se l’inflazione non dovesse rientrare. I dati del Cme FedWatch – che misura cosa si aspettano gli investitori dalle prossime riunioni della Fed – indicano una probabilità molto elevata di tassi fermi nella prossima riunione del 17 giugno, la prima firmata Warsh, e una possibilità intorno al 60% di un rialzo entro gennaio. Anche Goldman Sachs ha spostato a non prima di fine anno un probabile taglio dei tassi, citando tre ragioni per non tagliare ancora: sorprese al rialzo sull’inflazione, dati migliori sul mercato del lavoro e una Fed diventata più prudente. La banca d’affari scrive anche che esiste una “ragionevole possibilità” che la Fed resti ferma a tempo indefinito. È probabilmente questa la strada più plausibile per Warsh all’inizio del mandato. Non una svolta immediata, ma una lunga pausa.
Il nodo dei bond: quando i tassi lunghi spaventano tutti
Il segnale più importante arriva dai bond, cioè dai titoli di Stato. Quando i rendimenti salgono come sta avvenendo in questi giorni (ne abbiamo parlato qui), significa che gli investitori chiedono un premio più alto per prestare soldi. Negli Stati Uniti il rendimento del Treasury trentennale è tornato sopra il 5%, sui livelli più alti dal 2007, prima della crisi finanziaria globale. Anche il decennale è risalito verso il 4,5%. Bank of America ha definito il 5% sul trentennale una sorta di “linea Maginot”: oltre quel livello, il costo del denaro di lungo periodo cambia natura e mette sotto pressione mutui, prestiti, carte di credito, Borsa e debito pubblico. Questo è il vero vincolo per Warsh, anche se Donald Trump si aspetterebbe da lui una politica monetaria più accomodante. C’è da dire che il neo presidente della Federal Reserve porta con sé idee non convenzionali. Ritiene che l’economia americana possa entrare in una fase nuova grazie all’intelligenza artificiale, con più produttività e quindi più crescita senza necessariamente più inflazione. Ma molti governatori della Fed potrebbero non seguirlo, soprattutto se percepissero il rischio di una banca centrale troppo vicina alla Casa Bianca.
L’eredità di Powell e la prova dell’indipendenza
Jerome Powell lascia una Fed segnata da anni estremi. Prima la pandemia, con tassi vicini allo zero e acquisti massicci di titoli per impedire il collasso dell’economia. Poi l’errore di sottovalutare l’inflazione definendola “transitoria”. Infine, la stretta più dura: rialzi rapidi dei tassi per riportare sotto controllo i prezzi. È stata una stagione contestata, ma Powell ha costruito la sua eredità anche difendendo l’indipendenza della banca centrale dalle pressioni politiche. Ora Warsh dovrà dimostrare di non essere semplicemente il presidente della Fed scelto da Trump per tagliare i tassi. Dovrà convincere mercati, famiglie e imprese che l’istituzione resta credibile e, soprattutto, indipendente.
Per una banca centrale, la fiducia è quasi importante quanto i tassi. Se cittadini e imprese credono che la Fed riuscirà a riportare l’inflazione sotto controllo, si comportano di conseguenza: i lavoratori chiedono aumenti di stipendio più contenuti e le aziende hanno meno bisogno di alzare continuamente i prezzi. Se invece si diffonde l’idea che l’inflazione resterà alta a lungo, accade il contrario: dipendenti e sindacati chiedono salari più alti per recuperare il potere d’acquisto perso, mentre le imprese aumentano i listini per coprire costi futuri più elevati. Ed è così che l’inflazione rischia di alimentarsi da sola.
Per questo il suo primo compito potrebbe essere meno spettacolare di quanto Trump sperasse: non tagliare subito, non promettere troppo, non spaventare il mercato dei bond. Restare fermo, almeno per ora, potrebbe essere la scelta più prudente. Warsh arriva alla Fed con l’immagine del riformatore. Ma la sua prima prova non sarà cambiare tutto. Sarà dimostrare che, anche nella nuova era, la banca centrale sa ancora aspettare.
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