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31/07/2026
La settimana più calda dei mercati: dalla guerra in Medio Oriente alla Fed, fino alla sorpresa del Pil europeo

La settimana più calda dei mercati: dalla guerra in Medio Oriente alla Fed, fino alla sorpresa del Pil europeo

Petrolio, trimestrali, intelligenza artificiale, banche centrali e crescita economica: nell’ultima settimana di luglio si sono concentrati tutti i temi destinati a muovere i mercati nei prossimi mesi.

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È stata la settimana in cui quasi tutti i grandi interrogativi dell’economia mondiale si sono dati appuntamento nello stesso momento. Tra lunedì 27 luglio e oggi (31 luglio) i mercati hanno dovuto seguire la guerra in Medio Oriente e le violente oscillazioni del petrolio, una raffica di trimestrali negli Stati Uniti, in Europa e a Piazza Affari, la riunione della Federal Reserve, i nuovi dati americani su Pil e inflazione e, infine, la prima stima della crescita dell’Eurozona. Il calendario racconta bene l’intensità di queste giornate. Lunedì 27 luglio il Brent è scivolato dell’8,7%, a 88,36 dollari al barile, dopo che nel weekend era arrivata la sospensione degli attacchi americani contro l’Iran, alimentando la speranza di una riapertura dello Stretto di Hormuz e una possibile pace tra Washington e Teheran. Martedì il greggio ha continuato a scendere, mercoledì 29 è rimbalzato nuovamente con la ripresa delle operazioni militari, mentre questa mattina è tornato a scendere a quota 85 dollari. Nello stesso giorno sono arrivati i conti di Microsoft e Meta, quelli delle grandi banche europee e di alcune protagoniste di Piazza Affari, mentre in serata la Fed ha deciso di lasciare invariati i tassi. Giovedì 30 è stata la volta del Pil dell’Eurozona e degli Stati Uniti, dell’indice Pce dell’inflazione americana e della Bank of England. Un autentico concentrato di informazioni, capace di cambiare più volte nel giro di poche ore la direzione di azioni, obbligazioni, valute e materie prime. 

 

I dubbi dal Medio Oriente

Il punto di partenza è stato ancora una volta il Medio Oriente. Il petrolio non è soltanto una materia prima scambiata sui mercati: è un costo che entra nei trasporti, nella produzione industriale, nella plastica, nei fertilizzanti e, indirettamente, nei prezzi di moltissimi beni. Quando sale rapidamente, le imprese spendono di più e possono trasferire parte degli aumenti sui consumatori. Per questo una crisi energetica rischia di riaccendere l’inflazione e di costringere le banche centrali a mantenere alti i tassi, anche se l’economia rallenta. Un dato, quello dell’inflazione, che dovrà fare i conti anche con i nuovi dazi Usa al 10 e 12,5% introdotti venerdì 24 luglio da Donald Trump a 60 Paesi del mondo, tra cui anche l’Europa (abbiamo descritto le nuove tariffe nei particolari qui). Il risultato finale dei listini è stato il seguente: in Asia la settimana si è chiusa in rosso per Tokyo (-0,55%), Corea del Sud (-1,4%) e Taiwan (-8,5%) appesantite dai ribassi sul tech, mentre ha chiuso in verde la sola Hong Kong del +3,5%. Per gli Stati Uniti manca ancora la seduta di oggi, ma al momento gli indici sono rimasti sostanzialmente invariati tra il +0,4% dell’S&P 500 e il +0,5% di Nasdaq e Dow Jones. In Europa svetta Francoforte con un +0,3%, seguita da Parigi a +2,3%, Londra +2,2% e Milano con un +1,5% settimanale (anche qui manca il risultato di oggi). 

 

L’esame dell’intelligenza artificiale

Dentro questa cornice geopolitica si è inserita una delle settimane più affollate della stagione dei bilanci societari. Negli Stati Uniti il confronto più significativo è stato quello tra Microsoft e Meta e quello tra Apple e Amazon, perché entrambi hanno mostrato come Wall Street abbia cambiato il proprio modo di giudicare la corsa all’intelligenza artificiale. Mercoledì Microsoft ha riportato ricavi trimestrali pari a 81,3 miliardi (+17%), trainati da una crescita del 43% per Azure, la piattaforma cloud attraverso la quale vende anche molti servizi legati all’AI. Il titolo è balzato del 15% dopo i conti, perché il mercato ha visto non soltanto investimenti giganteschi in data center e chip, ma anche un bilancio capace di crescere abbastanza velocemente da giustificarli. Meta ha invece registrato un tonfo del 91% del flusso di cassa disponibile, cioè del denaro che rimane dopo avere sostenuto le spese necessarie all’attività e agli investimenti, e l’utile trimestrale è sceso di un netto 14%. Le azioni hanno perso terreno, -8%, non perché il suo business pubblicitario si sia fermato, ma perché gli investitori temono che la costruzione dell’infrastruttura per l’AI assorba per troppo tempo una parte enorme delle risorse generate dal gruppo. Nella serata di ieri (giovedì 30) un altro confronto ha acceso i mercati. Amazon ha toccato i 200 miliardi di dollari di ricavi in un trimestre, Apple ha superato i 109 miliardi. Numeri da record per entrambe, ma mentre la società di Jeff Bezos si è concentrata sempre di più sull’AI, la Mela si è impegnata nel rendere sempre più redditizi i suoi prodotti e servizi. Le vendite del nuovo iPhone sono state stellari: +22% in un trimestre. 

 

In Europa svettano le banche

Anche in Europa i conti sono stati al centro della scena. Deutsche Bank e Ubs hanno superato le attese grazie al trading e alla tenuta dell’attività bancaria, confermando una fase favorevole per il settore: tassi ancora elevati permettono infatti agli istituti di incassare maggiori interessi sui prestiti. In Italia, Intesa Sanpaolo ha chiuso il miglior semestre della propria storia con 5,6 miliardi di utile, di cui 2,8 miliardi nel secondo trimestre, e ha portato sopra i 10 miliardi l’obiettivo per il 2026. Eni ha più che raddoppiato l’utile netto rettificato trimestrale a 2,3 miliardi, aumentando da 2,8 a 3,4 miliardi il programma di acquisto di azioni proprie. Sono risultati che spiegano perché banche ed energia abbiano continuato a sostenere Piazza Affari, pur in un mercato molto nervoso.

 

Fed, BoE e BoJ: tutti fermi

Nel mezzo della stagione delle trimestrali è arrivato il passaggio più delicato: mercoledì la Federal Reserve ha lasciato il costo del denaro tra il 3,50% e il 3,75%. Una settimana prima, il 23 luglio, anche la Banca centrale europea aveva mantenuto invariato al 2,25% il tasso sui depositi. Le due decisioni possono sembrare identiche, ma nascondono situazioni differenti. La Bce sta osservando se l’aumento dell’energia finirà per trasferirsi stabilmente sui prezzi europei. La Fed deve invece affrontare un’inflazione già più elevata e un’economia che, sotto la superficie, continua a mostrare una domanda robusta. La decisione americana è stata approvata con nove voti favorevoli e tre contrari: i dissenzienti avrebbero preferito aumentare subito i tassi di un quarto di punto. È stata una divisione insolitamente ampia, interpretata dal mercato come il segnale che un nuovo rialzo nei prossimi mesi non possa essere escluso (di quanto accaduto nella riunione della Fed ne abbiamo parlato qui). 

 

La reazione delle obbligazioni

La reazione più forte si è vista sulle obbligazioni a lunga scadenza. Il rendimento del Treasury trentennale ha raggiunto il livello più alto da 19 anni. Quando gli investitori temono inflazione e tassi elevati per molto tempo, vendono i titoli già in circolazione, che offrono cedole meno interessanti rispetto a quelle che potranno offrire i titoli di nuova emissione in un contesto di tassi più alti. Di conseguenza, il prezzo dei titoli di Stato già in circolazione scende per effetto delle vendite e il rendimento sale, perché si ottiene la medesima cedola di prima ma a un prezzo inferiore (del perché crescono i rendimenti ne abbiamo scritto qui). Ieri è toccato alla Bank of England, che ha deciso di seguire la Fed lasciando anche lei i tassi fermi, con 6 voti favorevoli e 3 contrari. Questa mattina è arrivata infine la decisione della Bank of Japan, che si è accodata al resto del mondo lasciando i tassi invariati all’1%. 

 

Cresce il Pil negli Stati Uniti

A chiudere la settimana ci hanno pensato i dati macro sulle prospettive di crescita di Usa e Vecchio Continente. Nel secondo trimestre il Pil degli Stati Uniti è cresciuto dell’1,5%, meno del 2,1% atteso. Il dato generale è stato frenato dal commercio estero e dalla riduzione delle scorte, ma la domanda interna privata è aumentata del 3,9% e i consumi del 3,2%. In altre parole, l’economia americana ha rallentato, ma famiglie e imprese hanno continuato a spendere, anche negli impianti necessari per l’intelligenza artificiale. L’indice Pce, la misura dell’inflazione preferita dalla Fed, è sceso dal 4,1% al 3,7% su base annua; resta però molto lontano dall’obiettivo del 2% e rischia di risalire se il petrolio dovesse continuare a rimanere sopra i livelli precedenti alla guerra. 

 

L’Europa sorprende, ma l’inflazione fa paura

La sorpresa positiva è arrivata dall’Eurozona, dove il Pil è cresciuto dello 0,4% rispetto al primo trimestre, il doppio dello 0,2% previsto. La Spagna ha guidato il gruppo con un progresso dello 0,7%, mentre Germania, Francia e Italia sono avanzate dello 0,2%. A sostenere il nostro Paese sono stati servizi e domanda interna, mentre industria, agricoltura e commercio con l’estero hanno frenato. Gli analisti hanno così rivisto le loro stime per il 2026: Intesa Sanpaolo ha evidenziato che “l’economia europea si sta dimostrando più resistente del previsto allo shock geopolitico ed energetico”. Ing segnala che ora le previsioni sono di “+0,8% del Pil per l’anno in corso”. Non significa però che il pericolo sia superato. Anzi, proprio questa mattina a riaccendere i timori nell’Eurozona ci hanno pensato le stime sull’inflazione di luglio. In Francia l’indice è risalito al 2,1% dall’1,8% del mese precedente. In Italia il dato si è fermato a un +2,8%, inferiore al +3% di giugno ma comunque oltre la soglia del 2% voluta dalla Bce. È l’eredità di un contesto ancora denso di incognite, che porta con sé una domanda. Se la crescita tiene ma l’inflazione resta, quando potranno davvero diminuire i tassi?

 

Credits: Foto Pexels



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fedluglioPiltrimestrali

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