Bucks 07/08/2025
La Svizzera colpita da dazi USA del 39%: orologeria, cioccolato e skincare nel mirino. Cosa sta succedendo?
Il 7 agosto sono entrati in vigore nuovi dazi statunitensi del 39% su una vasta gamma di prodotti svizzeri, scatenando un terremoto nelle relazioni commerciali tra due Paesi da sempre considerati partner stabili. A lanciare la bomba è stata l’amministrazione Trump, attraverso una strategia ribattezzata “reciprocal tariff”, che punta a bilanciare gli scambi con Paesi che hanno un forte avanzo commerciale con gli Stati Uniti. La Svizzera, pur essendo un piccolo Paese, rientra pienamente in questa categoria, con un surplus commerciale di 38,3 miliardi di dollari solo nel 2024. Ma il dato è ingannevole: buona parte di questo squilibrio deriva dall’enorme volume di oro raffinato che transita dalla Svizzera, leader mondiale nel settore. Oro che, ironicamente, non è nemmeno di origine svizzera, ma solo “di passaggio”. Eppure, la Svizzera si ritrova oggi con una delle tariffe più alte al mondo.
Il legame profondo con l’economia americana
Secondo Maud Giese, investment specialist di Ubp, il legame economico tra Svizzera e Stati Uniti è molto più stretto di quanto si pensi: “la Svizzera è il settimo maggiore investitore negli Usa, con 500 aziende attive che danno lavoro a mezzo milione di persone”. Inoltre, molte multinazionali elvetiche, dalle farmaceutiche alle tecnologie mediche, hanno impianti produttivi direttamente sul suolo americano, il che offre un certo margine di protezione dai dazi. Infatti, circa il 55-65% delle vendite negli Usa da parte di imprese svizzere di piccole e medie dimensioni avviene grazie a produzioni locali, quindi non colpite direttamente dalla nuova tassa. Tuttavia, per le esportazioni dirette dalla Svizzera, soprattutto nei settori del lusso, cosmetica, alimentare e orologeria, l’impatto sarà evidente.
Orologi, gioielli e il paradosso del lusso
Il settore più iconico della Svizzera, quello degli orologi di lusso, rischia un colpo durissimo. Gli Stati Uniti rappresentano il primo mercato estero per i segnatempo svizzeri, con 4,37 miliardi di franchi di esportazioni nel 2024. Con un dazio del 39%, il prezzo di un classico Rolex Submariner potrebbe passare da 10.000 a quasi 14.000 dollari. Come spiega Jean-Philippe Bertschy, analista di Vontobel, “un nuovo rincaro dopo gli aumenti di primavera sarà difficile da digerire per il consumatore medio statunitense, soprattutto nel segmento di fascia media”. Le aziende di lusso, come Rolex, Patek Philippe o Audemars Piguet, potrebbero sopravvivere grazie a liste d’attesa lunghissime e clienti meno sensibili al prezzo, ma per brand più accessibili, come Swatch, il rischio di un calo delle vendite è reale.
Cioccolato amaro per i piccoli produttori
Un altro prodotto simbolo della Svizzera, il cioccolato, rischia grosso. Mentre i giganti come Lindt o Barry Callebaut hanno impianti negli Usa e saranno poco colpiti, i produttori più piccoli, come Camille Bloch o Läderach, esportano direttamente dalla Svizzera e quindi subiranno pienamente il dazio. Secondo Roger Wehrli, direttore dell’associazione Chocosuisse, “il prezzo effettivo potrebbe aumentare del 55% considerando anche il rafforzamento del franco”. Inoltre, produrre all’estero non è una vera soluzione: per essere venduto come “cioccolato svizzero”, il prodotto deve essere realizzato in Svizzera, altrimenti perde la sua aura di qualità. Un vero rompicapo.
Cosmetici e skincare: bellezza a caro prezzo
Anche il settore cosmetico svizzero rischia forti turbolenze. Marchi come La Prairie, Valmont e Mavala, noti per i loro prodotti anti-età e di skincare premium, potrebbero essere costretti a ritoccare i listini al rialzo. Secondo una nota di Lombard Odier, “una tariffa tra il 10 e il 15% è gestibile, ma 39% è una sfida ben più seria”. Alcune aziende, come Galderma, sono per ora escluse grazie allo status farmaceutico, ma nulla garantisce che resteranno immuni.
Caffè e beni di largo consumo: un impatto limitato
Le aziende svizzere di beni di consumo, come Nestlé, sembrano invece ben posizionate. Producono il 90% dei loro prodotti venduti negli Usa direttamente negli Stati Uniti, quindi il dazio avrà effetti limitati. Fa eccezione il celebre marchio Nespresso, prodotto esclusivamente in Svizzera. Come fa notare James Edwardes Jones di Rbc Capital Markets, “è probabile che Nespresso rientri tra i beni colpiti, anche se solo marginalmente”.
L’oro raffinato e l’anomalia svizzera
La Svizzera è il primo centro mondiale di raffinazione dell’oro, ma la maggior parte del metallo prezioso raffinato non appartiene a produttori elvetici, bensì a operatori globali che lo fanno solo “transitare” nel Paese. Questo rende i dazi sul settore un colpo simbolico, più che reale, poiché nessuna delle principali aziende quotate svizzere è fortemente esposta al business dell’oro. L’effetto sui mercati finanziari sarà quindi limitato, ma non nullo.
Mercati azionari e strategie future
Il mercato azionario svizzero non rimarrà indenne. Le prospettive di crescita degli utili (Eps) potrebbero calare, specie se i dazi verranno estesi anche al settore farmaceutico, ancora sotto indagine negli Usa. Ne abbiamo parlato qui. Alcune aziende potrebbero subire anche l’effetto della clausola del “paese più favorito” (Most Favoured Nation, regola utilizzata negli accordi commerciali internazionali che impone agli Stati di applicare la stessa tariffa a tutti i Paesi membri, salvo accordi specifici), che complica ulteriormente le cose. Tuttavia, come sottolinea Maud Giese, “le società svizzere con potere di determinazione dei prezzi e beni strategici, in particolare tra le small e mid cap, sono meglio posizionate per trasferire i costi ai clienti”. Ecco perché gli analisti consigliano un approccio selettivo: puntare su aziende con produzione locale negli Usa, o con bassa esposizione al mercato americano, e su produttori di farmaci generici più agili e meno colpiti dalle norme Mfn.
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