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27/06/2025

L’accordo Nato e i costi per l’Italia: cosa è successo al vertice di “Daddy”

Su pressione di Trump, il vertice dell’Aja ha portato alla decisione condivisa di portare la spesa militare al 5%. Sfide e opportunità per il nostro Paese

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In certi contesti come i summit internazionali, la forma è sostanza. Così quel “daddy” (“paparino”) pronunciato dal segretario generale Nato, Mark Rutte, all’indirizzo di Donald Trump è destinato a fare la storia.

Al di là dell’adulazione, il vertice dell’Alleanza Atlantica all’Aja ha segnato una svolta nelle politiche comuni della difesa. Con il presidente degli Stati Uniti assoluto protagonisti con le pressioni sugli alleati europei affinché aumentassero la spesa militare, è stato al centro della scena, tra tensioni e sorrisi diplomatici.

Cosa prevede il nuovo accordo: il 5% del Pil per la difesa

 

Il cuore dell’accordo raggiunto è l’impegno, da parte di tutti i Paesi membri, a portare la spesa annuale per la difesa e la sicurezza al 5% del proprio Prodotto interno lordo (in soldoni, la ricchezza generata nel corso di un anno) entro il 2035. Il che rappresenta più del doppio rispetto al precedente obiettivo del 2%, fissato nel 2014.

 

Ma cosa significa “spesa per la difesa e la sicurezza”? Il 5% si divide in:

3,5% del Pil destinato a spese militari tradizionali, come acquisto di armi, mezzi, munizioni, stipendi e pensioni del personale delle forze armate, missioni internazionali e – novità – sostegno militare all’Ucraina; 1,5% per la sicurezza nazionale in n senso lato: investimenti in cybersicurezza, infrastrutture critiche (come centrali elettriche, reti di telecomunicazione, trasporti strategici), difesa delle frontiere, protezione contro minacce chimiche, batteriologiche e nucleari e innovazione industriale nel settore difesa.

Come si è arrivati all’accordo

 

All’accordo si è arrivati in un contesto di crescenti tensioni internazionali: la guerra in Ucraina, i conflitti armati in Medio Oriente e la percezione di una minaccia costante da parte della Russia. Gli Stati Uniti, con Trump in prima linea, hanno chiesto agli alleati europei di “fare la loro parte”, cioè di investire di più nella difesa comune e non lasciare tutto il peso sulle spalle americane. La nuova soglia del 5% è stata quindi presentata come necessaria per garantire la sicurezza collettiva, la cosiddetta “difesa integrata” prevista dall’articolo 5 del Trattato Nato (quello che stabilisce che un attacco a uno è un attacco a tutti).

Cosa cambia per l’Italia: i numeri e le voci di spesa

 

Per l’Italia, l’impegno è molto rilevante. Attualmente la spesa per difesa e sicurezza si aggira intorno ai 45 miliardi di euro l’anno (circa il 2% del Pil). Con il nuovo accordo, entro dieci anni si dovrà arrivare a circa 145 miliardi annui, con un aumento di 100 miliardi rispetto alla situazione attuale. In dieci anni, la spesa cumulativa potrebbe sfiorare i 700 miliardi di euro, circa 220 miliardi in più rispetto agli impegni già previsti.

Le voci di spesa principali saranno: acquisto e ammodernamento di armamenti e mezzi militari; stipendi, formazione e pensioni del personale delle forze armate; sostegno alle missioni internazionali, compreso l’aiuto militare all’Ucraina; investimenti in cybersicurezza e protezione delle infrastrutture critiche; innovazione tecnologica e rafforzamento dell’industria nazionale della difesa.

Cosa significa “flessibilità” e quali sono le critiche

 

Il percorso verso il 5% sarà graduale: i Paesi avranno tempo fino al 2035 per adeguarsi, con la possibilità di presentare piani annuali che mostrino progressi credibili e sostenibili. Questa “flessibilità” è stata fondamentale per convincere i Paesi più riluttanti, come la Spagna, che temevano l’impatto troppo pesante sul bilancio statale.

Non sono mancate le critiche. Alcuni osservatori hanno sottolineato che raggiungere il 5% potrebbe richiedere tagli ad altri settori chiave come sanità, istruzione e welfare. Altri hanno rilevato che la definizione ampia di “spesa per la sicurezza” possa portare a una corsa al riarmo e a una militarizzazione eccessiva delle economie europee.

 

La premier italiana Giorgia Meloni ha definito l’accordo “necessario e sostenibile”, sottolineando che l’aumento degli investimenti in difesa potrebbe diventare un circolo virtuoso per l’economia italiana, a patto di saper indirizzare le risorse verso settori strategici come l’innovazione, la cybersicurezza e l’industria nazionale. In sostanza, se la spesa sarà ben pianificata, potrebbe generare nuovi posti di lavoro e rafforzare la competitività delle imprese italiane nel settore della difesa.

L’aneddoto su Rutte e Trump

Il tono usato da Rutte nei confronti di Trump non è stato un episodio isolato. Già alla vigilia del vertice Nato, il numero uno dell’Alleanza aveva inviato un sms privato al presidente del Usa, che esordiva con un “Signor Presidente, caro Donald” e parlava delle azioni condotte in Iran come “davvero straordinarie e qualcosa che nessun altro ha osato fare. Ci rende tutti più sicuri”. Un messaggio che lo stesso Trump non ha esitato a postare sul social network Truth. Segno dei tempi.

 

Credits

Immagine: Pixabay

Tags:
Natospesa militaretrump

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