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29/06/2026
Annabella D'Argento
L'AI farà salire i prezzi o li farà scendere? Ecco perché inflazione e disinflazione possono verificarsi entrambe

L’AI farà salire i prezzi o li farà scendere? Ecco perché inflazione e disinflazione possono verificarsi entrambe

L'intelligenza artificiale promette più produttività, ma oggi sta facendo salire i costi di hardware ed energia. E gli effetti arrivano fino ai consumatori

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Apple ha deciso di aumentare i listini dei suoi Mac, iPad e di altri dispositivi. E questo aumento ha riacceso una domanda molto concreta: l’intelligenza artificiale aiuterà a ridurre l’inflazione, come molti sostengono, oppure nel breve periodo sta creando una nuova fonte di pressione sui prezzi? In altre parole, l’AI sarà deflazionistica o rischia prima di diventare inflazionistica? Perché se i prodotti diventano più cari, il motivo non è necessariamente che il consumatore sia diventato più ricco o disposto a spendere di più. Il punto è che alcuni componenti stanno costando di più. Dentro questa notizia si nasconde tema ancora più grande. Quello che fa bene ai produttori di memoria e semiconduttori potrebbe non fare bene a tutti gli altri. Perché la memoria non serve solo ai server che fanno girare l’intelligenza artificiale. Serve anche a computer, tablet, smartphone, console, automobili, dispositivi medici, difesa ed elettronica di consumo. Se una quota crescente della produzione viene assorbita dai data center AI, il rischio è che il prezzo salga per tutta la filiera.

 

È qui che entra in gioco anche Micron, la multinazionale americana dei chip. Il suo ottimo trimestre è stato accolto dal mercato come l’ennesima conferma del boom dell’intelligenza artificiale. E in parte lo è. Se un grande produttore di memorie riesce a registrare numeri così forti – 41,6 miliardi di dollari in un trimestre (+346% rispetto all’anno precedente) –, utili così elevati (pari a 28,5 miliardi) e una domanda ancora molto visibile, significa che la corsa ai data center è tutt’altro che finita (ne abbiamo parlato qui). Ma proprio il caso Micron racconta il paradosso. Quello che per Micron è una grande notizia può diventare un problema per Apple, Microsoft e per molte altre aziende che usano gli stessi componenti nei prodotti finali. Dunque la domanda iniziale: più inflazione o no?

 

Più produttività, quindi prezzi più stabili

La risposta più onesta è che entrambe le cose possono essere vere, ma in tempi diversi. Nel lungo periodo l’intelligenza artificiale potrebbe davvero aiutare a contenere i prezzi. Se un’azienda riesce a produrre meglio, più velocemente e con meno sprechi, il costo per realizzare un bene o offrire un servizio diminuisce. E se la concorrenza funziona, una parte di quel risparmio può arrivare anche ai consumatori. È questo il motivo per cui molti economisti considerano l’AI una possibile forza disinflazionistica. Disinflazione non significa che i prezzi scendono, ma che aumentano più lentamente. La deflazione, invece, è il calo vero e proprio dei prezzi. L’inflazione è l’opposto: il loro aumento generalizzato, cioè il motivo per cui con gli stessi soldi compriamo meno cose rispetto a prima. L’AI, almeno in teoria, può frenare questo processo perché rende il sistema economico più efficiente. Il problema è che questa è la parte finale della storia. Prima di arrivare ai benefici bisogna costruire l’infrastruttura che permette all’AI di esistere. E qui la tecnologia più immateriale del mondo diventa improvvisamente molto concreta. L’intelligenza artificiale non vive davvero nel “cloud”. Vive in fabbriche, chip, memorie, server, data center, reti elettriche e sistemi di raffreddamento.

 

Costa meno usare l’AI, ma costa di più costruirla

Il punto più interessante è proprio questo. Da una parte i costi per far funzionare e usare i modelli AI stanno scendendo. È la narrativa che abbiamo sentito per mesi: più efficienza, più produttività, meno costi. Ed è un ragionamento corretto. Dall’altra parte, però, i prezzi della memoria e di alcuni componenti fisici continuano a salire. Secondo l’osservatorio TrendForce, nel primo trimestre del 2026 i costi delle memorie sono saliti del 98% e nel secondo trimestre dovrebbero essere cresciuti di un altro 60% almeno. Questo significa che il costo dell’AI non sta sparendo. Sta semplicemente cambiando forma. Costa meno generare una risposta, ma costa di più costruire l’infrastruttura che rende possibile quella risposta. Meno costo visibile nel software, più costo nascosto nell’hardware. Meno costo nell’utilizzo finale, più costo nei data center, nei chip, nello storage e nella capacità produttiva. Non è un caso che Apple giovedì scorso (25 giugno) abbia annunciato un rincaro dei listini di tutti suoi prodotti, proprio a causa dei maggiori costi legati alla componente hardware. 

 

Per aziende come Apple, Microsoft o altri produttori di dispositivi consumer, il problema è immediato. Se i componenti costano di più, le strade sono due: accettare margini più bassi oppure alzare i prezzi. E quando aumentano i prezzi di computer, tablet, console o altri prodotti usati da milioni di persone, il tema smette di essere solo tecnologico e diventa macroeconomico. Lo stesso vale per l’energia. I data center consumano moltissima elettricità, perché devono far funzionare migliaia di server giorno e notte e mantenerli a una temperatura sicura. Se in una zona vengono costruiti molti data center insieme, la rete elettrica può finire sotto pressione. Servono nuovi investimenti in produzione, trasmissione e distribuzione. E anche questi costi, prima o poi, qualcuno li paga.

 

Il conto prima dei benefici

Per questo la domanda sull’AI e l’inflazione va posta in modo meno automatico. Non basta dire che l’intelligenza artificiale renderà tutto più efficiente. Bisogna chiedersi cosa succede nella fase di costruzione. Perché prima dei benefici arrivano i cantieri. Nel lungo periodo l’AI potrebbe ancora essere una forza capace di frenare l’aumento dei prezzi. La tecnologia, nella storia, è spesso stata uno dei grandi motori della riduzione dei costi. Ma nel breve periodo la corsa all’intelligenza artificiale rischia di fare l’opposto: creare scarsità in alcuni settori e spingere verso l’alto i prezzi di componenti, energia e prodotti finali. Oggi il mercato festeggia Micron, e ha buone ragioni per farlo. Ma il successo dei produttori di memoria racconta anche un’altra storia. L’intelligenza artificiale non è solo software. È una grande macchina fisica fatta di fabbriche, server, chip e reti elettriche. E quando tutto questo diventa scarso, qualcuno paga il conto: le aziende, i consumatori e forse anche le banche centrali, che potrebbero trovarsi davanti a un’inflazione più difficile da riportare sotto controllo.

 

 

Credits: Foto Pexels



Tags:
AIinflazionemicron

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