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04/10/2024
L’impennata delle commodity e le conseguenze su investimenti e inflazione

L’impennata delle commodity e le conseguenze su investimenti e inflazione

Dal petrolio ai metalli preziosi, fino alle materie prime agricole, le quotazioni sono in forte rialzo, con il rischio di svuotare le tasche dei consumatori e stoppare l’allentamento monetario

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Il petrolio cresciuto di oltre il 10% nel corso dell’ultima settimana, l’oro che continua a rinnovare il proprio record storico e ora anche le commodity agricole tornate brillanti dopo un periodo di appannamento. Le materie prime sono tornate con prepotenza protagoniste dei mercati finanziari e questo comporta una serie di conseguenze sia sul versante degli investimenti, sia su quelli dei consumi.

 

L’improvvisa risalita dell’oro nero

 

Nel corso degli ultimi mesi la narrazione è rimasta pressoché costante: nonostante le crescenti tensioni in Medio Oriente, il mercato ha continuato a concentrarsi sulla debolezza della domanda, conseguente soprattutto alla frenata dell’economia cinese. Tanto che il Brent e il Wti hanno ritracciato di oltre il 20% tra la prima settimana luglio e la terza di settembre, per poi riprendere leggermente quota nel momento in cui si sono diffuse le prime voci di stimoli monetari in arrivo dalle autorità di Pechino. È stata una breve fiammata, presto spenta dai rumors su un’Arabia Saudita pronta a scatenare una guerra dei prezzi. Fino alla ripresa recente, dopo che l’Iran ha invasa il Libano e l’Iran ha lanciato missili contro Tel Aviv e Gerusalemme.

 

“E’ plausibile una risposta di Israele anche con attacchi agli impianti petroliferi iraniani?”, ha chiesto un giornalista al presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, il quale ha sorpresa non ha escluso la possibilità: “Usa e Israele ne stanno discutendo”, le sue parole. Una prospettiva che fa tremare i polsi, considerato che l’Iran è il secondo produttore al mondo di petrolio e il terzo di gas naturale. Attualmente esporta tuttora 1,7 milioni di barili al giorno di greggio e, anche senza un attacco diretto, è verosimile che vi sarà un brusco calo in seguito all’inevitabile, maggiore vigilanza sulle sanzioni da parte degli Usa.

 

Per l’oro una corsa senza fine

 

Intanto l’oro si avvicina ai 2.700 dollari l’oncia, continuando nella corsa iniziata in estate, in concomitanza con l’avvicinarsi del primo taglio ai tassi di interesse da parte della Fed e proseguita quasi senza soste in questi mesi, sia che emergessero indicazioni di nuove tensioni a livello geopolitico, sia in presenza di dati rassicuranti sulla congiuntura economica. Da Goldman Sachs a Pepperstone, a VanEck, negli ultimi giorni tanti analisti hanno rinnovato fiducia nelle quotazioni dell’oro giallo anche nel futuro prossimo, evidenziando da una parte la necessità di proteggersi dal rischio di stagnazione in Occidente, dall’altro di tutelarsi da un’eventuale ripresa dell’inflazione. Il principale rischio di ribasso per l’oro è che la Fed e le altre principali banche centrali decidano di fermare l’allentamento monetario. Ipotesi poco probabile, secondo un report appena pubblicato da Union Bancaire Privée, considerato che sta tornando forte – dopo due anni di deflussi – la domanda di Etc (fondi passivi, che replicano indici di mercato) a tema, mentre in Asia stanno tornando con forza i consumi dell’oro fisico.

 

Se ne parla meno, ma l’argento corre anche più dell’oro e nel confronto a due anni segna un rialzo dell’80%. Pur essendo meno gettonato dalle Banche centrali come riserva, spiega in un report Chris Mahoney, gestore di Jupiter Am, l’argento è una una riserva di valore riconosciuta e inoltre è maggiormente usato a fini industriali. “Si tratta di un metallo al centro della transizione energetica. Con il passaggio dagli idrocarburi all’energia elettrica, cresce la domanda di circuiti, interruttori e motori, che utilizzano tutti l’argento”, aggiunge, prospettando nuovi rialzi nel prossimo futuro.

 

Dal caffè al burro, i record e le conseguenze per i consumatori

 

Burro, cacao e caffè sono tra i prodotti agricoli che negli ultimi tempi hanno fatto segnare i maggiori rialzi, seguiti da vicino da noci, noccioli e olio di palma, secondo le rilevazioni appena pubblicate da Areté e Unionfood. Con effetti che si fanno sentire sulle tasche dei consumatori. Il solo caffè ha visto crescere le quotazioni di quasi il 50% nel terzo trimestre e del 200% nel confronto a due anni.

 

La crescita coordinata delle commodity da una parte sta portando importanti benefici a chi ha investito in questa direzione, ma dall’altra costituisce un fattore di preoccupazione in ottica inflazionistica. Infatti, le parole pronunciate di recente dai governatori di Fed e Bce lasciano immaginare un’apertura a nuovi tagli al costo del denaro, ma sempre a patto che la crescita dei prezzi al consumo continui a rallentare. In caso contrario, si rischia uno stop all’allentamento monetario proprio mentre la congiuntura viaggia a ritmo sempre più lento.

 

Credits

Immagine: Pixabay

 

Tags:
Commoditymaterie primeoroPetrolio

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