Luigi Dell'Olio 11/06/2025
L’inflazione Usa è ancora “sticky” e frena la Fed sui tagli dei tassi
A maggio l’inflazione negli Stati Uniti si è attestata al 2,4% nel confronto con lo stesso mese del 2024. Un dato in crescita di un decimale rispetto ad aprile e in linea con le previsioni, che non sembra in grado di modificare l’approccio della Fed nella riunione del 16-17 giugno, per quanto l’atteggiamento attendista della Banca centrale Usa stia diventando sempre più difficile da sostenere.
Analisti concordi: non è ancora il momento dei tagli
A guardare il Fed Watch, indicatore che raccoglie in tempo reale le aspettative degli operatori di mercato, nemmeno questa volta la Fed taglierà il costo del denaro, allontanandosi ancora dalla Bce che invece è reduce da sette sforbiciate consecutive, tutte da un quarto di punto. “Il Sig. Troppo tardi alla Fed è un disastro! L’Europa ha già fatto dieci tagli, noi nessuno. Nonostante lui, il nostro Paese, va alla grande. Andate per un taglio pieno di un punto, carburante per razzi!”, ha tuonato nei giorni scorsi sui social Donald Trump. Il presidente degli Stati Uniti da tempo fa pressione su Powell (definito “Il sig.Troppo tardi” perché accusato di eccessivo attendismo in materia di politica monetaria) affinché riduca il costo del denaro, in modo da offrire una bocca d’ossigeno al costo del debito americano che diventa ogni giorno più gravoso (ne abbiamo parlato qui). Anche se fin qui non si spinto a revocarne l’incarico, come ha più volte minacciato di fare, perché evidentemente teme che gli investitori possano leggere l’eventuale mossa come una grave ingerenza rispetto all’autonomia della Fed.
Il nodo dell’inflazione “sticky”
Al di là dei numeri, che non sono molto distanti dall’obiettivo statutario affidato alla Banca centrale (costo della vita in prossimità del 2%), il timore è la natura dell’inflazione, più volte definita da banchieri centrali e analisti “sticky” (appiccicosa) perché, nonostante il calo dei prezzi di beni volatili come benzina ed energia, i prezzi di molti servizi e beni di consumo tendono a rimanere elevati più a lungo e non scendono rapidamente. Questo fenomeno è dovuto a fattori come i costi salariali, i contratti a lungo termine e le aspettative di inflazione che si autoalimentano, rendendo più difficile per la Fed riportare l’inflazione a livelli più bassi in tempi brevi. Inoltre, l’effetto dei dazi e delle tensioni commerciali può contribuire a mantenere alti i prezzi delle importazioni, aggiungendo ulteriore pressione inflazionistica persistente. In sintesi, l’inflazione Usa è in discesa ma ancora sopra l’obiettivo Fed, e la sua natura sticky implica che la riduzione sarà graduale e richiederà una politica monetaria prudente.
I dati sul mercato del lavoro frenano Powell
Il presidente Powell ha ribadito che la Fed non si farà influenzare dalle pressioni politiche e adotterà un approccio guidato dai dati, monitorando attentamente l’evoluzione dell’economia e dell’inflazione prima di modificare i tassi. Di certo, non “aiuta” l’andamento del mercato del lavoro, ricordando che la Fed – al contrario della Bce – non è chiamata solo a guardare ai prezzi al consumo, ma anche a spendersi per la piena occupazione. A maggio, nel settore privato ) ha creato 139 mila posti, leggermente al di sopra delle aspettative, mentre il tasso di disoccupazione è rimasto stabile al 4,2%, un livello molto contenuto. Dunque non c’è urgenza di stimolare l’economia, considerato per altro che la piena occupazione spinge verso l’alto i salari, e quindi crea ulteriore inflazione.
Fed e Bce: strategie divergenti e impatti sui rendimenti
Mentre la Fed mantiene una posizione attendista, la Banca Centrale Europea ha avviato un ciclo di tagli dei tassi iniziato nel giugno 2024 e proseguito con riduzioni di 0,25 punti percentuali a ogni riunione, incluso un taglio recente che ha portato il tasso di deposito al 2% a partire dall’11 giugno 2025. La Bce agisce in un contesto di inflazione più contenuta e crescita economica debole, puntando a stimolare l’economia con una politica monetaria più accomodante.
Questa divergenza si riflette nei mercati obbligazionari: i rendimenti dei titoli di Stato Usa sono saliti, spinti da tassi reali più elevati e aspettative di inflazione ancorate, mentre i rendimenti europei restano più bassi per effetto dei tagli dell’Eurotower. Il che, se può essere positivo per chi investe nei Treasury, è invece un problema per il debito pubblico americano, che continua a crescere anche per il costo degli interessi. Ragion per cui la Fed potrebbe iniziare a tagliare i tassi dalla prossima riunione, in programma il 29-30 luglio.
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