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24/01/2025
Mps alla conquista di Mediobanca: i perché di questa scalata e quali le conseguenze

Mps alla conquista di Mediobanca: i perché di questa scalata e quali le conseguenze

Caltagirone, Del Vecchio, Generali, azionisti piccoli e grandi e sistema Paese: ecco tutte le ricadute di una partita che non è solo finanziaria, ma anche politica

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Mps punta a conquistare Mediobanca. Una mossa che potrebbe rivoluzionare il settore bancario, del risparmio e degli investimenti. cerchiamo di capire come.

In cosa consiste l’offerta? 

Monte dei Paschi di Siena ha presentato un’offerta pubblica di scambio totalitaria. Dunque non mette mano al portafoglio, bensì propone agli azionisti di Mediobanca di ricevere 23 titoli di Mps ogni dieci azioni che decideranno di consegnare. L’offerta valorizza Mediobanca 13,3 miliardi di euro, con un premio del 5,03% sul prezzo di chiusura di Borsa di ieri. Se l’operazione andrà in porto, l’istituto di Siena diventerà l’azionista di controllo della banca milanese. Tra le condizioni poste dall’offerente per considerare riuscita l’operazione vi è il raggiungimento del 66,67% del capitale.

Come è possibile che una società più piccola acquisti una più grande e come si spiega la reazione del mercato?

Il fatto che l’offerta sia carta contro carta spiega anche perché una banca a minore capitalizzazione possa provare a comprare una più grande (8,2 miliardi contro 13). A Piazza Affari la notizia è stata accolta con forti vendite su Mps (quindi il titolo è in forte calo rispetto a ieri) e acquisti su Mediobanca (in crescita): si tratta di una reazione frequente in Borsa, considerato che l’offerente si imbarca in un’acquisizione, mentre la società oggetto dell’offerta viene valorizzata più di quanto più di quanto valesse sul mercato fino al giorno prima.

Quali le ragioni dell’acquisizione?

Dall’unione tra Mps e Mediobanca “nasce un nuovo campione nazionale nel settore bancario italiano, che si posiziona al terzo posto nei segmenti chiave, con una forte complementarità di prodotti e servizi e caratterizzato da un business mix altamente diversificato e resiliente, con rilevanti sinergie industriali”, sottolinea una nota di Siena. Quindi vengono dettagliati i benefici attesi: un ritorno sul capitale tangibile di circa il 14%, un indicatore di solidità patrimoniale pro-forma di circa il 16% e circa 700 milioni di sinergie ante imposte all’anno, di cui 300 milioni da ricavo, 300 milioni di costo e 100 milioni di funding. In sostanza, l’aggregazione consentirà al nuovo gruppo di generare economie di scala, che in soldoni significa: risparmiare eliminando funzioni e (probabilmente) lavoratori che svolgono attività simili, proporre agli attuali clienti di Mps, anche i prodotti di Mediobanca e viceversa; avere maggiore forza contrattuale con tutte le controparti con le quali si interfaccia una banca per far valere le proprie posizioni.

Chi ci guadagna da un’operazione simile?

Mps è una banca che fa attività tradizionale, quindi principalmente impieghi alla clientela e gestione degli investimenti. Mediobanca, invece, è leader nel mercato italiano dell’investment banking, cioè l’attività che abbraccia l’emissione, la sottoscrizione e il collocamento di titoli sul mercato. Ad esempio affianca un’impresa (o un ente pubblico) che vuole emettere un’obbligazione, che vuole effettuare un’acquisizione o che è alla ricerca di risorse finanziarie per crescere. Inoltre è presente nel business del credito al consumo e incassa lauti dividendi dalla partecipazione in Generali. Dunque, dall’integrazione può nascere una realtà con un doppio profilo.

 

Attualmente i principali azionisti di Mps sono il ministero del Tesoro – che deteneva la maggioranza assoluta al momento del salvataggio e ora è all’11,7%, quota destinata a essere progressivamente dismessa – Francesco Gaetano Caltagirone, che ha oltre il 5%, e la Delfin, la cassaforte della famiglia Del Vecchio, che ha annunciato di possedere il 9,9%. Delfin e Caltagirone sono anche azionisti forti di Mediobanca, da tempo in rotta di collisione con il ceo Alberto Nagel, che finora ha respinto gli attacchi grazie al supporto dei fondi azionari azionisti. L’operazione Mps-Mediobanca dovrebbe spostare gli equilibri in favore di Caltagirone e Delfin. Questi ultimi sono anche azionisti di peso di Generali, dove pure sono all’opposizione rispetto alle scelte del ceo, Philippe Donnet, supportato da Nagel (Mediobanca è il primo azionista di Generali con il 13%) e dai fondi internazionali azionisti. A detta di diversi operatori, le mire di Caltagirone e Delfin sono proprio sul Leone (Generali) , polmone finanziario italiano in quanto primo sottoscrittore di titoli di Stato. Un ruolo che attribuisce a chi controlla Generali un potere enorme, anche in termini politici.

 

Se l’operazione andrà in porto, ci guadagneranno qualcosa anche gli attuali azionisti di Mediobanca, visto il piccolo premio offerto rispetto ai prezzi di Borsa, e potranno guadagnarci gli azionisti del gruppo nascente se l’integrazione dimostrerà di funzionare. E ci guadagnerà il sistema Paese se potrà contare su un gruppo solido e con le spalle larghe, al servizio delle imprese e delle famiglie.

Chi perderebbe da una simile aggregazione?

Mps-Mediobanca darebbe vita al terzo polo bancario italiano dopo Intesa e UniCredit. Proprio quest’ultima potrebbe vedere minacciata la piazza d’onore se al tentativo di aggregazione appena annunciato si aggiungesse Banco Bpm, che ha il 5% di Mps e sta provando a crescere nel risparmio gestito con l’Opa su Anima (la quale ha da poco acquisito il 4% di Mps, ne abbiamo parlato qui). Evidentemente fiutando i preparativi dell’operazione appena venuta alla luce, il ceo di UniCredit nelle scorse settimane è partito all’attacco sia in Italia, con l’Offerta pubblica di acquisto e scambio sullo stesso Banbo Bpm, sia oltrefrontiera con la crescita nel capitale di Commerzbank. Entrambe le partite non appaiono, tuttavia, di facile riuscita per l’opposizione dei governi italiano e tedesco (ne abbiamo parlato qui).

 

 

Credits

Immagine: Pixabay

Tags:
generalimediobancampsrisiko bancario

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