Alessandro Cicognani 17/06/2026
Oro torna protagonista: cosa sta spingendo il rialzo dei prezzi
L’oro è tornato a correre. Dopo alcuni mesi difficili, segnati dalle tensioni in Medio Oriente, dal rafforzamento del dollaro e dalla risalita dei rendimenti dei titoli di Stato americani, il metallo giallo ha recuperato terreno e si è riportato sopra quota 4.300 dollari l’oncia. Precisamente questa mattina è arrivato a 4.330 dollari, mettendo a segno una performance del 6,2% negli ultimi sette giorni. L’andamento mensile rimane in rosso di oltre il 5%, ma si tratta di un bel recupero per il bene rifugio per eccellenza. Il record storico toccato il 29 gennaio 2026 a 5.600 dollari l’oncia è ancora molto lontano, ma il lingotto sembra essere portatore di un nuovo messaggio: la fase di euforia si è raffreddata, ma l’interesse per l’oro non è sparito. Per capire cosa sta succedendo bisogna partire da una caratteristica molto semplice: l’oro non paga cedole, non distribuisce dividendi e non dà interessi. È un bene che si compra soprattutto perché mantiene valore nei momenti difficili, perché è riconosciuto ovunque e perché non dipende dalla promessa di pagamento di uno Stato o di una banca. Ma proprio perché non offre un rendimento, l’oro soffre quando i tassi salgono. Se un titolo di Stato americano rende molto, molti investitori preferiscono incassare gli interessi derivanti da quel titolo invece di tenere un lingotto fermo in cassaforte. Ecco perché il calo dei rendimenti è così importante. E quando questi scendono – come sta accadendo per i Treasury, il cui decennale è sceso di oltre il 2% nell’ultima settimana –, rinunciare agli interessi diventa meno doloroso. Se un’obbligazione rende meno, l’oro torna più competitivo.
Perché le banche centrali comprano lingotti
La vera novità, però, non è solo il movimento di prezzo. È il comportamento delle banche centrali. Il World gold council, nel suo sondaggio annuale, ha rilevato che il 45% degli istituti intervistati prevede di aumentare le proprie riserve auree nei prossimi dodici mesi. È la percentuale più alta da quando l’indagine viene condotta, che segna un netto cambio di narrativa da aprile, quando le banche centrali avevano preso a vendere in risposta al contesto di crisi economia e geopolitica in Medio Oriente che aveva riacceso il rischio inflazione (ne abbiamo parlato qui).
Il dato è ancora più significativo perché mostra che l’oro non è più soltanto un investimento per famiglie, fondi o operatori finanziari: è diventato sempre più uno strumento strategico per gli Stati. Le ragioni sono diverse. La prima è la protezione nei momenti di crisi. In un mondo attraversato da guerre, sanzioni, tensioni commerciali e debiti pubblici elevati, l’oro viene percepito come una riserva “neutrale”, non legata a una singola valuta. La seconda è la diversificazione. Molte banche centrali vogliono ridurre la dipendenza dal dollaro, che resta la principale valuta di riserva al mondo ma non viene più considerato l’unica ancora possibile. Il sondaggio del World Gold Council mostra infatti che il 74% degli intervistati si aspetta una riduzione, moderata o significativa, della quota del dollaro nelle riserve globali nei prossimi cinque anni. C’è poi un aspetto più politico. Dopo il congelamento di asset russi all’estero seguito all’invasione dell’Ucraina, diverse banche centrali hanno iniziato a ragionare anche su dove custodire l’oro. Non basta possederlo: bisogna poterlo usare quando serve. Per questo cresce la tendenza a riportare parte dei lingotti in patria o a diversificare i luoghi di deposito. Giovanni Staunovo, analista di Ubs, ha spiegato che “il timore di non poter accedere ai propri asset all’estero” sta spingendo alcune banche centrali a rimpatriare l’oro detenuto fuori dai confini nazionali.
Il legame con tassi, petrolio e dollaro
Il punto centrale per i mercati resta comunque la politica monetaria. Come detto in precedenza, quando i tassi di interesse salgono, il metallo giallo tende a soffrire. Quando scendono, tende a respirare. È quello che si è visto nelle ultime sedute: l’ipotesi di una distensione tra Stati Uniti e Iran ha fatto scendere il petrolio, riducendo il rischio di una nuova fiammata inflazionistica. Se l’inflazione attesa si calma, anche la Federal Reserve ha meno motivi per alzare ancora i tassi. E se i mercati vedono meno pressione sui tassi, l’oro recupera. Filippo Diodovich, senior market strategist di IG Italia, riassume bene il punto: il mercato sta premiando l’oro nonostante la pace riduca una parte della domanda da bene rifugio (se diminuiscono i rischi geopolitici, si riduce anche l’esigenza di acquistare beni che aiutano a coprirsi contro tali rischi), perché gli investitori guardano soprattutto al possibile calo dei rischi inflazionistici legati al petrolio. “Il punto chiave resta la Federal Reserve” aggiunge Diodovich: un tono troppo duro sui tassi potrebbe frenare il recupero, mentre un messaggio meno aggressivo lo rafforzerebbe. Questo spiega anche perché l’oro può salire persino quando le tensioni geopolitiche si attenuano. A prima vista sembra un controsenso: meno guerra dovrebbe significare meno bisogno di beni rifugio. Ma se la distensione fa scendere energia, inflazione attesa e rendimenti, l’effetto finale può diventare positivo per il metallo. In altre parole, oggi l’oro non vive solo di paura. Vive anche di aspettative sui tassi, sul dollaro e sulla stabilità del sistema finanziario.
Credits: Foto Pexels






