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Finanza in Page

15/05/2026
In collaborazione con Annabella D’Argento
Perché il petrolio non arriva a 200 dollari: la distruzione della domanda sta salvando il mercato

Perché il petrolio non arriva a 200 dollari: la distruzione della domanda sta salvando il mercato

Secondo l’AIE le scorte mondiali di petrolio si stanno riducendo a ritmi record. Intanto il greggio resta intorno i 100 dollari grazie al calo forzato della domanda globale.

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C’è un’apparente contraddizione nel mercato del petrolio di queste settimane. Da una parte il mondo continua a convivere con una delle più pesanti crisi energetiche degli ultimi anni, con tensioni geopolitiche che hanno messo sotto pressione i flussi dal Medio Oriente.   

 

Dall’altra, però, il prezzo del greggio non ha ancora mostrato l’impennata estrema che molti temevano. Con le tensioni in Medio Oriente e il rischio di interruzioni nei flussi energetici, diversi analisti avevano iniziato a considerare plausibile perfino uno scenario da 150-200 dollari al barile. Il petrolio è invece rimasto poco sopra i 100 dollari. Ma questo non significa affatto normalità: mantenersi così a lungo su livelli già estremamente elevati continua a rappresentare un problema serio per inflazione, trasporti e crescita economica globale.

I dati delle scorte, infatti, raccontano una situazione tutt’altro che rassicurante. L’Agenzia internazionale dell’energia ha lanciato un avvertimento molto chiaro: le scorte mondiali di petrolio si stanno riducendo a un ritmo record. 

 

Le scorte si riducono a ritmo record mentre i governi liberano riserve

Solo ad aprile le riserve di greggio e carburanti raffinati sono diminuite di quasi 4 milioni di barili al giorno, (l’equivalente di oltre il consumo combinato di Regno Unito e Germania ). L’Aie parla apertamente di rischio di ulteriori rialzi dei prezzi del petrolio e sottolinea che “la rapida riduzione delle riserve a fronte di continue interruzioni dovute alla guerra in Iran potrebbe preannunciare futuri picchi di prezzo”. Dall’inizio della guerra con l’Iran le scorte globali sarebbero diminuite di circa 250 milioni di barili mentre i governi hanno avviato il più grande rilascio di riserve strategiche della storia dell’agenzia.

Già 164 milioni di barili sono stati immessi sul mercato nell’ambito di un piano di emergenza da 400 milioni. Nel frattempo, però, l’equilibrio si sta reggendo anche su un altro fattore. Secondo l’IEA, le perdite di approvvigionamento dal Golfo sono state in parte compensate da un calo dei consumi, diminuiti in modo particolarmente marcato in alcuni Paesi asiatici, che ricevono la maggior parte del petrolio dal Medio Oriente, ma anche nelle economie avanzate. Si prevede che l’Europa riduca i consumi quest’anno a livelli simili a quelli registrati dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, con un calo stimato di 140.000 barili al giorno, circa l’1% del consumo dello scorso anno. Questa previsione si basa sull’ipotesi che la guerra in Iran si concluda entro l’inizio di giugno, ha dichiarato l’IEA, aggiungendo che sarebbero necessari ulteriori tagli se il conflitto dovesse protrarsi più a lungo.

La diminuzione delle forniture provenienti dal Medio Oriente è stata parzialmente bilanciata dall’aumento delle esportazioni dal Nord America, soprattutto dagli Stati Uniti, che nell’ultimo anno hanno incrementato le spedizioni di diesel di circa 430.000 barili al giorno, con l’Europa come principale destinazione.

Secondo l’IEA, anche nel caso di una riapertura del traffico nello Stretto di Hormuz, sarebbero necessari almeno due o tre mesi per riportare il commercio alla normalità e consentire ai produttori mediorientali di recuperare i livelli produttivi precedenti al conflitto. Ad aprile, infatti, la produzione dei Paesi del Golfo interessati dalla chiusura risultava ancora inferiore di 14,4 milioni di barili al giorno rispetto al periodo prebellico.

 

La distruzione della domanda. E qui entra in gioco soprattutto la Cina

La seconda grande forza che sta tenendo a bada i prezzi arriva, come dicevamo, dai consumi. In particolare da Pechino. La Cina, primo importatore mondiale di greggio e grande motore manifatturiero del pianeta, sta riducendo in modo significativo gli acquisti di petrolio. E questo sta contribuendo a compensare almeno in parte i problemi dell’offerta. La Cina ha tagliato 2,4 milioni di barili: è un numero enorme perché stiamo parlando di un pezzo intero della domanda globale che sparisce improvvisamente. C’è un concetto fondamentale: la cosiddetta distruzione della domanda. Il termine può sembrare estremo, ma descrive un meccanismo piuttosto semplice. Quando il petrolio sale troppo, famiglie e imprese iniziano a cambiare comportamento. Si viaggia meno, si riducono i voli, le aziende rallentano la produzione, alcuni governi introducono misure di risparmio energetico come lo smart working o l’incentivazione verso le rinnovabili. Non si tratta di un adattamento positivo o spontaneo. È una reazione obbligata. Significa che l’economia sta iniziando a consumare meno petrolio, ma è un adattamento forzato. Ed è proprio questo meccanismo che oggi sta evitando al mercato di vedere quotazioni ben oltre i 100 dollari al barile.

 

Trump e Xi non trovano la soluzione che i mercati speravano

Molti investitori speravano allora che una risposta potesse arrivare dalla politica internazionale. L’incontro tra Donald Trump e Xi Jinping conclusosi questa mattina (15 maggio) era stato osservato con particolare attenzione proprio perché Pechino è uno degli attori chiave di questa crisi: da un lato grande consumatore di energia, dall’altro interlocutore geopolitico centrale nei rapporti con il Medio Oriente e con l’Iran (ne abbiamo parlato qui). Tuttavia, alla fine non è uscito alcun “coniglio dal cilindro”. Nessun annuncio capace di cambiare gli equilibri energetici globali, nessuna iniziativa immediata per allentare la pressione sul mercato del greggio. E, in fondo, Alessio Garzone aveva già messo in guardia da aspettative troppo elevate, ricordando che: “i grandi vertici internazionali raramente risolvono tutto in tempo zero. A volte producono una tregua tattica o preparano il terreno per lo scontro successivo”. Per ora i mercati sembrano continuare a scommettere su una crisi temporanea e non strutturale. Ma è una scommessa che potrebbe diventare più fragile con il passare delle settimane.

 

Ora il collo di bottiglia è il carburante

C’è poi un altro elemento meno visibile ma forse ancora più importante. Gli investitori continuano a guardare il Brent come termometro della crisi. Ma nella vita reale nessuno compra Brent al distributore. Detto in altre parole: nessuno prende un aereo alimentato al Brent. Persone e aziende consumiamo benzina, diesel, jet fuel. Ed è qui che iniziano le tensioni più pericolose. Secondo l’Aie il carburante per aerei è tra i prodotti più sotto pressione: nel 2025 circa il 60% del jet fuel consumato in Europa proveniva dal Medio Oriente e le importazioni sono diminuite di quasi 100 mila barili al giorno. Le scorte nell’area Amsterdam-Rotterdam-Anversa sono scese ai minimi degli ultimi cinque anni. Il risultato si sta già vedendo. Le compagnie aeree iniziano a tagliare rotte, i prezzi dei biglietti diventano più instabili e cresce un fenomeno che ricorda il periodo Covid: il ritorno del turismo di prossimità. Perché il petrolio, alla fine, non è solo una questione di mercati finanziari. Si trasforma nei costi del trasporto, nei prezzi sugli scaffali e nelle scelte quotidiane delle famiglie. E oggi la vera domanda non è se il greggio salirà ancora. È capire quanto a lungo il sistema riuscirà a reggere questo equilibrio sempre più fragile.

 

 

Credits: Foto Pexels

Tags:
cinaPetroliotrump

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