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23/06/2026

Perché il Regno Unito ha cambiato sei primi ministri dopo la Brexit: le cause della crisi britannica

Dal referendum del 2016 il Regno Unito vive una stagione di governi sempre più brevi e leadership fragili. Ecco perché la Brexit ha cambiato gli equilibri politici britannici.

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Nel giro di un decennio la Gran Bretagna è diventata un caso quasi unico tra le democrazie occidentali: governi che si succedono con una frequenza insolita, leadership che durano sempre meno e una sensazione diffusa di instabilità politica che attraversa Westminster come un filo continuo. Il dato più sorprendente è proprio questo: il prossimo primo ministro sarà il settimo in circa dieci anni, un ritmo di ricambio che il Paese non conosceva da quasi due secoli. Questa instabilità è tornata al centro della cronaca politica nelle ultime settimane con le dimissioni di Keir Starmer, travolto da pressioni interne e da una crescente difficoltà nel consolidare una leadership stabile. Nello stesso scenario si è aperta rapidamente la fase di transizione che vede emergere la figura di Andy Burnham, indicato da molti osservatori come il principale candidato a raccogliere il testimone. Un passaggio che conferma quanto oggi la politica britannica sembri muoversi in una logica di successioni rapide più che di cicli di governo consolidati. Dietro questa rotazione accelerata non c’è una sola causa, ma un intreccio di fattori politici, economici e sociali che si alimentano a vicenda. Il punto di svolta resta il referendum sulla Brexit del 2016, un evento che non solo ha ridefinito i rapporti del Regno Unito con l’Europa, ma ha anche riscritto gli equilibri interni della politica britannica.

 

Brexit come frattura sistemica

La scelta di uscire dall’Unione Europea, nata come risposta politica a un sentimento di distanza dalle istituzioni europee, ha innescato conseguenze molto più profonde di quanto previsto. L’obiettivo dichiarato era “riprendere il controllo” di confini, leggi e politiche economiche. Tuttavia, nel tempo, è emersa una realtà più complessa: la Brexit ha aperto una fase di incertezza strutturale, cioè una condizione in cui imprese, investitori e istituzioni faticano a pianificare il futuro perché le regole del gioco cambiano continuamente. Secondo diverse analisi economiche, tra cui quelle del professor Nicholas Bloom di Stanford, l’impatto complessivo sul prodotto interno lordo britannico potrebbe aver ridotto la crescita fino al 6-8% rispetto allo scenario precedente. Questa frenata non è stata improvvisa, ma progressiva. L’uscita dall’Ue ha generato nuovi costi commerciali, maggiore complessità normativa e una riallocazione delle risorse aziendali, cioè tempo e capitale sottratti all’innovazione per essere impiegati nella gestione dei cambiamenti burocratici.

 

Politica instabile e leadership sotto pressione

La Brexit non ha solo cambiato l’economia, ma ha trasformato anche il funzionamento della politica interna. Dal 2016, nessun primo ministro britannico è riuscito a completare un mandato “lungo” in modo tradizionale. Le dimissioni anticipate sono diventate frequenti e spesso legate non solo all’opposizione esterna, ma anche alla pressione interna dei propri stessi partiti.Questo fenomeno è legato a un cambiamento profondo nel rapporto tra leader e parlamentari. Durante gli anni della Brexit, molti deputati hanno iniziato a costruire alleanze trasversali su singoli temi, indebolendo la disciplina di partito. Questo ha reso più difficile per i primi ministri mantenere il controllo dell’agenda politica. A questo si aggiunge un elemento più sottile ma decisivo: la crescente percezione che la leadership sia “usa e getta”, cioè rapidamente sostituibile se non produce risultati immediati. In questo contesto, anche errori politici relativamente comuni possono accelerare la fine di un governo (del perché le elezioni locali possono diventare un indicatore della stabilità politica del Paese abbiamo parlato anche qui).


Un’economia che cresce poco e una ricchezza che non arriva

Se la politica appare instabile, l’economia non offre un contraltare rassicurante. Uno dei nodi centrali del post-Brexit è la stagnazione della crescita. Il Regno Unito ha subito gli effetti di shock globali come la pandemia e la crisi energetica, ma il quadro di fondo resta quello di una crescita debole già precedente. Un concetto chiave è quello di reddito disponibile, cioè la quantità di denaro che le famiglie hanno a disposizione dopo tasse e spese obbligatorie. In Gran Bretagna questo indicatore è cresciuto molto poco negli ultimi anni, alimentando una sensazione diffusa di perdita di benessere. A questo si aggiunge l’inflazione, cioè l’aumento generalizzato dei prezzi, che ha colpito in modo particolare il costo della vita dopo il 2022. Quando i prezzi crescono più velocemente dei salari, il potere d’acquisto si riduce, e le famiglie percepiscono un peggioramento immediato della propria condizione economica.

 

Debito, tasse e margini sempre più stretti

Un altro elemento cruciale è l’aumento del debito pubblico. Il debito è la somma di tutti i prestiti accumulati dallo Stato per finanziare la spesa pubblica. Nel Regno Unito è cresciuto sensibilmente rispetto al Pil negli ultimi anni, e una quota sempre maggiore delle entrate fiscali viene oggi utilizzata per pagare gli interessi su questo debito. Questo significa che una parte crescente delle tasse non finanzia nuovi servizi, ma serve a coprire impegni passati. In termini semplici, lo Stato ha meno spazio per investire in crescita, infrastrutture o politiche sociali espansive. Il risultato è un circolo difficile da interrompere: crescita debole, debito elevato, pressione fiscale alta e margini politici ridotti.


Mercati, sterlina e la nuova geografia economica

Gli effetti della Brexit si sono visti anche sui mercati finanziari. La sterlina, la valuta britannica, ha perso valore rispetto a euro e dollaro e non ha più recuperato i livelli precedenti al referendum. Una valuta più debole rende le importazioni più costose, incidendo direttamente su energia, alimentari e beni di consumo.Anche la Borsa racconta una storia divisa. L’indice delle grandi multinazionali britanniche ha tenuto meglio, grazie a ricavi globali, mentre le società più legate all’economia interna hanno sofferto maggiormente. Questo riflette una trasformazione importante: il Paese appare sempre più dipendente dalle proprie imprese globali e meno dinamico sul fronte domestico.

Una politica sempre più “personalizzata”

Un ultimo elemento che aiuta a comprendere l’instabilità attuale è la trasformazione del rapporto tra cittadini e politica. L’ascesa dei social media ha reso la comunicazione politica più diretta, ma anche più volatile. La leadership tende a essere valutata come una performance personale più che come un progetto collettivo.Questo ha favorito figure politiche molto riconoscibili, ma ha anche reso più difficile costruire consenso duraturo. In altre parole, è più facile emergere rapidamente, ma anche perdere rapidamente sostegno.

 

Credits: immagine da Magnific

Tags:
BrexitPilregno unitoStarmer

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