Alessandro Cicognani 15/06/2026
Petrolio in calo dopo l’accordo Usa-Iran, ma la volatilità resta alta: cosa aspettarsi
I mercati energetici hanno reagito con sollievo alle ipotesi di un accordo tra Stati Uniti e Iran, con i prezzi del petrolio in forte ribasso del 5% circa nella seduta del 15 giugno, verso gli 80 dollari al barile rispetto ai 90 della scorsa settimana, ma gli analisti avvertono che la fase di volatilità del greggio non è affatto conclusa. Anche con un’intesa sul tavolo e la prospettiva di una riapertura dello Stretto di Hormuz, il quadro globale resta fragile e soggetto a nuovi shock, soprattutto sul fronte dell’offerta e delle scorte. Il punto centrale, spiegano gli operatori, è che il sistema energetico mondiale ha subito uno squilibrio profondo nelle ultime settimane. La chiusura prolungata dello Stretto ha ridotto i flussi di greggio e portato le scorte globali di petrolio su livelli bassi, una situazione che non può essere risolta rapidamente anche in caso di normalizzazione dei traffici.
Scorte basse e ripristino lento dell’offerta
Secondo gli analisti di Westpac, le scorte globali dovranno essere ricostituite nel tempo e potrebbero addirittura scendere ancora prima che le nuove forniture dal Golfo tornino a pieno regime. In altre parole, anche se i flussi commerciali dovessero ripartire subito, il mercato resterebbe comunque in una fase di offerta limitata, con effetti potenzialmente rialzisti sui prezzi. La banca sottolinea inoltre che, sebbene un allentamento delle tensioni geopolitiche sia certamente positivo per il sentiment, il livello di incertezza sui mercati energetici rimane elevato. Il motivo è che le dinamiche di breve periodo, come la velocità di ripristino delle esportazioni, sono difficili da prevedere e possono cambiare rapidamente.
Il nodo degli 800 milioni di barili
Un altro elemento chiave riguarda l’entità dello squilibrio accumulato durante la crisi. Secondo Bart Melek, responsabile globale della strategia sulle materie prime di TD Securities, anche nel caso in cui i flussi attraverso lo Stretto di Hormuz tornassero alla normalità già da oggi, il mercato avrebbe comunque “perso” circa 800 milioni di barili di scorte petrolifere entro novembre. Questa riduzione delle scorte, spiega l’analista, potrebbe continuare a esercitare pressione al rialzo sui prezzi nel medio periodo. In questo contesto, non è escluso che il petrolio torni a muoversi verso livelli più elevati, con conseguenti effetti anche sulle aspettative di inflazione globale. Melek sottolinea infatti che scenari di prezzi più alti del petrolio restano “assolutamente possibili”, insieme alle relative implicazioni sul costo della vita. Tuttavia, eventuali picchi estremi (del perché il petrolio non arriva a 200 dollari e della distruzione della domanda avevamo parlato anche qui) potrebbero essere attenuati nel caso in cui la Cina, uno dei principali consumatori globali, decidesse di ridurre il proprio utilizzo delle riserve strategiche.
Mercato sollevato, ma rischio non eliminato
Il sentiment degli investitori resta comunque più disteso rispetto ai giorni precedenti, con una reazione positiva alle prospettive di un accordo diplomatico. Ma, come osservano diversi analisti, il mercato non è ancora “fuori pericolo”. In questo senso, Willem Sels, Global Chief Investment Officer di Hsbc Private Bank e Premier Wealth, evidenzia come gli effetti economici del conflitto abbiano già iniziato a manifestarsi nelle aree più vulnerabili dell’economia globale. In particolare, alcune economie asiatiche starebbero già risentendo dell’instabilità energetica, con dati macroeconomici più deboli del previsto. Questo scenario potrebbe tradursi in una maggiore volatilità dei mercati finanziari, soprattutto se i dati economici dovessero riflettere in modo più evidente il rallentamento della crescita nelle economie emergenti più esposte.
Petrolio in calo, ma attenzione alla reazione dei mercati
Sul piano dei prezzi, la prospettiva di un accordo ha già spinto al ribasso le quotazioni del greggio. Il Brent, riferimento internazionale, ha registrato un calo significativo, così come il West Texas Intermediate, il benchmark statunitense. Il movimento riflette un classico passaggio verso il cosiddetto “risk-on sentiment”, cioè una fase in cui gli investitori tornano a investire su asset più rischiosi grazie al miglioramento delle condizioni geopolitiche. Tuttavia, gli analisti avvertono che questo equilibrio resta instabile e fortemente dipendente dagli sviluppi diplomatici. In sintesi, il mercato del petrolio sta reagendo con sollievo alla possibilità di una de-escalation tra Stati Uniti e Iran, ma le condizioni strutturali (scorte basse, incertezza sull’offerta e domanda globale ancora fragile) continuano a rendere il quadro tutt’altro che stabile.
Credits: Immagine generata con Chatgpt






