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16/09/2026
Petrolio, Italia: 90 giorni di riserve strategiche. Quanto è davvero al sicuro da uno shock energetico?

Petrolio, Italia: 90 giorni di riserve strategiche. Quanto è davvero al sicuro da uno shock energetico?

Le scorte strategiche italiane tornano al centro dell’attenzione dopo i nuovi shock in Medio Oriente. Ecco cosa significa quel margine di 90 giorni.

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Novanta giorni. È questo il numero che torna a misurare il margine di sicurezza dell’Italia in caso di una grave interruzione delle forniture di petrolio. Ma va capito bene: non significa che, se domani si fermassero le petroliere, dopo tre mesi il Paese rimarrebbe improvvisamente a secco. È il parametro con cui viene dimensionata la riserva strategica obbligatoria, calcolata sulle importazioni nette medie. Per l’anno-scorta 2026 il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica ha fissato il fabbisogno in 9,99 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio, pari appunto a 90 giorni delle importazioni nette medie italiane. L’altro parametro previsto dalla normativa, 61 giorni di consumi interni, vale 8,26 milioni di tonnellate: si utilizza il maggiore dei due. Una parte delle scorte è detenuta direttamente dall’Ocsit, l’Organismo centrale di stoccaggio italiano, sotto forma soprattutto di gasolio, benzina e carburante per aerei, quindi prodotti già raffinati e rapidamente utilizzabili. Il punto fondamentale è che queste riserve servono a comprare tempo, non a rendere il Paese autosufficiente. In una crisi reale non verrebbero necessariamente liberate tutte insieme: potrebbero integrare importazioni ridotte, tamponare carenze di determinati carburanti e accompagnarsi a misure di contenimento dei consumi.

 

Perché oggi quelle riserve contano di più

La particolarità del 2026 è che una parte del “cuscinetto” è già stata utilizzata. A marzo, dopo le pesanti interruzioni provocate dalla crisi mediorientale e dalla forte riduzione dei flussi attraverso lo Stretto di Hormuz, l’Agenzia internazionale dell’energia ha coordinato un importante rilascio di riserve per aumentare temporaneamente l’offerta sul mercato. L’Italia ha partecipato all’operazione e, per il primo semestre dell’anno-scorta, gli obblighi sono stati ridotti complessivamente di circa 1,6 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio, pari a una decina di milioni di barili. Ed è qui che il problema torna di attualità. Gli ultimi attacchi in Medio Oriente hanno colpito l’oleodotto saudita East-West, la grande arteria che consente di trasferire greggio verso il porto di Yanbu sul Mar Rosso evitando Hormuz. Le operazioni di carico sono state sospese e l’Arabia Saudita ha ridotto alcune spedizioni verso l’Europa. Allo stesso tempo i passaggi attraverso Hormuz restano molto inferiori alla normalità. Il mercato reagisce di conseguenza. Dopo due sedute di forte rialzo, il Brent è tornato oggi verso area 107-108 dollari al barile. A frenarlo sono state soprattutto le scorte statunitensi: nell’ultima settimana sono aumentate di 7,1 milioni di barili, contro attese per un calo di circa 1,6 milioni. È un buon esempio di come si forma il prezzo: più scorte negli Stati Uniti significano maggiore disponibilità e quindi una pressione al ribasso; ma se contemporaneamente si teme che dal Medio Oriente arrivi meno petrolio, il rischio geopolitico impedisce ai prezzi di scendere troppo.

 

Dal barile al diesel, e dal gas alla bolletta

Il vero rischio non riguarda soltanto il prezzo del greggio. Se arriva meno petrolio alle raffinerie europee, diventano più costosi anche gasolio, benzina e jet fuel. È proprio il diesel a mostrare particolare tensione in questa fase, perché le interruzioni delle forniture e dei prodotti raffinati stanno restringendo la disponibilità fisica sul mercato europeo. Accanto al petrolio c’è poi il gas. L’Italia arriva verso l’autunno con gli stoccaggi pieni per circa l’84,5%, oltre 17 miliardi di metri cubi. È una posizione migliore rispetto al resto d’Europa, dove il riempimento medio si ferma attorno al 68%. Considerando solo il gas stoccato e ipotizzando che non arrivasse più nulla dall’estero, nei mesi di massimo consumo invernale l’autonomia teorica italiana sarebbe di circa 45-60 giorni. Ma è un esercizio puramente aritmetico: nella realtà continuano ad arrivare forniture via gasdotto e Gnl, e negli ultimi anni l’Italia ha diversificato molto di più le proprie fonti. Il problema europeo è anche economico. Per accumulare meno gas rispetto a un anno fa, l’Europa ha dovuto spendere di più: secondo le indicazioni richiamate nei documenti, la spesa è salita di circa 4,5 miliardi, il 26% in più, pur con volumi inferiori del 15%. Questo rende evidente un altro legame importante: quando l’energia costa di più, non aumenta soltanto la bolletta finale, ma diventa più costoso anche costruire le riserve di sicurezza.

 

Il rischio energia e le banche centrali

Petrolio e gas sono mercati diversi, ma alla fine si incontrano nello stesso punto: l’inflazione. Un barile più caro aumenta il costo dei carburanti e dei trasporti; gas più costoso significa maggiore pressione su elettricità, riscaldamento e produzioni industriali energivore. Le imprese cercano poi di trasferire almeno una parte di questi rincari sui prezzi finali. Da qui parte un’altra catena. Se l’inflazione torna a salire, le banche centrali hanno meno spazio per abbassare i tassi. E se il mercato si aspetta tassi più alti più a lungo, salgono i rendimenti dei titoli di Stato, con effetti sul costo del credito per famiglie e imprese. Nelle ultime sedute il Treasury americano a dieci anni è tornato sopra il 5%, prima di arretrare leggermente insieme al petrolio (degli effetti del prezzo del petrolio sui titoli di Stato Usa ne abbiamo parlato qui). Per questo i 90 giorni italiani non sono tanto il segnale di un’emergenza imminente quanto la misura di quanto sia tornata preziosa la sicurezza energetica. Le scorte possono assorbire uno shock, distribuendone nel tempo gli effetti. Non possono però sostituire per mesi un sistema mondiale di approvvigionamenti che smette di funzionare. Ed è proprio questa, più ancora del livello raggiunto oggi dal Brent, la variabile che i mercati stanno cercando di prezzare.

 

Credits: Foto Pexels



Tags:
gasItaliaPetrolio

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