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07/07/2026
Petrolio, la crisi che non è arrivata: perché ora c’è troppa offerta e poca domanda

Petrolio, la crisi che non è arrivata: perché ora c’è troppa offerta e poca domanda

Solo poche settimane fa si temeva uno shock sulle forniture, oggi gli operatori guardano al problema opposto: un mercato in cui il petrolio disponibile cresce più rapidamente degli acquisti.

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Solo poche settimane fa il mercato temeva una nuova crisi energetica globale. La guerra in Medio Oriente aveva alimentato lo scenario peggiore possibile: il blocco dello Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più importanti al mondo per il trasporto di petrolio, sembrava poter mettere a rischio una parte significativa delle forniture mondiali e spingere i prezzi verso livelli difficili da sostenere per consumatori e imprese. Oggi, invece, il quadro è quasi opposto. Il petrolio è tornato sui livelli precedenti al conflitto e gli operatori si trovano davanti a un problema inatteso: non una carenza di greggio, ma un eccesso di offerta rispetto alla domanda. In altre parole, sul mercato è arrivato più petrolio di quanto gli acquirenti siano disposti a comprare. Il prezzo del Brent, uno dei principali indicatori utilizzati a livello internazionale per misurare il valore del petrolio, era a 71,9 dollari al barile il 27 febbraio, un giorno prima dell’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran. Lunedì scorso si trovava a 71,8 dollari, praticamente sugli stessi livelli. Un movimento sorprendente se si considera che il 30 aprile il Brent aveva raggiunto un picco di 126 dollari al barile, il massimo dalla crisi energetica del 2022.

 

Dalla paura della scarsità al petrolio che nessuno vuole comprare

La ragione di questo improvviso cambio di scenario è legata soprattutto al rapporto tra offerta e domanda, due elementi che determinano il prezzo di qualsiasi mercato. L’offerta indica la quantità di petrolio disponibile per essere venduta dai Paesi produttori, mentre la domanda rappresenta quanto greggio viene richiesto da consumatori, industrie e Paesi importatori. Quando la quantità di petrolio disponibile cresce più rapidamente della richiesta, i prezzi tendono a scendere. È esattamente quello che sta accadendo oggi. Dopo la riapertura dello Stretto di Hormuz, che aveva rappresentato il principale punto di tensione della crisi, molte forniture rimaste bloccate sono tornate disponibili contemporaneamente. Secondo Bloomberg, l’offerta di petrolio ha addirittura “travolto” la domanda, creando una situazione in cui alcuni carichi di greggio faticano a trovare compratori. Il paradosso è che solo poche settimane prima molti analisti temevano lo scenario opposto. La chiusura dello Stretto di Hormuz era stata definita dall’Agenzia internazionale dell’energia come la peggiore crisi mai affrontata dal mercato petrolifero globale. Le previsioni più pessimistiche ipotizzavano conseguenze pesanti sull’economia mondiale, con un nuovo aumento dell’inflazione e un’impennata dei costi energetici. Alcune delle conseguenze previste si sono effettivamente manifestate, soprattutto nei Paesi asiatici più dipendenti dalle importazioni energetiche dal Golfo Persico. Ma la crisi internazionale si è rivelata molto meno devastante del previsto. Anche l’Economist, uno dei più autorevoli settimanali economici internazionali, ha riconosciuto di aver sbagliato le previsioni sulla carenza di petrolio, arrivando a pubblicare un articolo ironico in cui ha ammesso: “siamo stati battuti dal mercato”, riferendosi alla capacità del sistema energetico globale di adattarsi più rapidamente del previsto.

 

Il ritorno del petrolio iraniano cambia gli equilibri

Uno dei fattori che ha contribuito all’aumento dell’offerta è il ritorno sul mercato del petrolio iraniano. Dopo la sospensione delle restrizioni alle esportazioni, Teheran ha potuto aumentare le proprie vendite all’estero, ma si è trovata davanti a un problema: trovare abbastanza acquirenti in un mercato già abbondantemente rifornito. Il principale cliente storico dell’Iran, la Cina, non sembra infatti intenzionato ad aumentare significativamente gli acquisti. Pechino è il maggiore importatore mondiale di greggio, ma negli ultimi mesi ha ridotto la domanda. Secondo Wind Information, a maggio le importazioni cinesi di petrolio sono scese del 29% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, a 7,82 milioni di barili al giorno, il livello più basso dal febbraio 2018. Anche gli acquisti di petrolio iraniano hanno subito un forte calo: a giugno le importazioni cinesi sono scese a circa 654.000 barili al giorno, più che dimezzandosi rispetto al mese precedente. “In realtà, i cinesi non sembrano particolarmente interessati ad acquistare molto petrolio da nessuno”, ha spiegato alla Cnbc Fereidun Fesharaki, presidente emerito di Fge NexantEca, società specializzata nell’analisi dei mercati energetici. Secondo l’esperto, la Cina sta modificando la propria strategia energetica anche per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili. L’Institute for Security and Development Policy ha sottolineato come la crisi in Medio Oriente abbia rafforzato l’attenzione di Pechino verso la transizione energetica e lo sviluppo di fonti non fossili.

 

Più produzione anche dagli altri Paesi

L’aumento dell’offerta non dipende però soltanto dall’Iran. Dopo la riapertura delle rotte commerciali, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Kuwait hanno rapidamente riportato la produzione vicino ai livelli precedenti alla guerra. L’Arabia Saudita, per esempio, ha recuperato circa il 90% della capacità precedente al conflitto. Anche altri produttori hanno contribuito ad aumentare la quantità di petrolio disponibile. Gli Stati Uniti, il Canada e il Brasile hanno incrementato la produzione, mentre gli Usa hanno raggiunto nuovi record estrattivi. A questo si aggiunge la decisione dell’Opec+, il gruppo che riunisce i principali Paesi produttori di petrolio, di aumentare ulteriormente la produzione. Per agosto il gruppo ha previsto un incremento dell’obiettivo produttivo di 188.000 barili al giorno, portando a 940.000 barili al giorno l’aumento complessivo delle quote dall’inizio della guerra. “L’aumento dell’offerta è reale”, ha spiegato Tiago Lacerda, analista di mercato di Axi, sottolineando anche il forte accumulo di petrolio trasportato via mare. Secondo l’esperto, l’Iran avrebbe spedito oltre 40 milioni di barili da quando gli Stati Uniti hanno revocato il blocco navale, mentre anche le esportazioni russe sono salite a livelli record.

 

Quanto può durare il petrolio a basso prezzo

Per il momento gli analisti non prevedono necessariamente un crollo dei prezzi. La banca d’affari Morgan Stanley stima che il petrolio possa stabilizzarsi intorno ai 75 dollari al barile almeno fino alla fine dell’anno, mentre Citi ritiene possibile una discesa fino a 60 dollari entro dicembre. Le previsioni, però, restano incerte (del calo del petrolio e del rischio volatilità abbiamo parlato anche qui). Il mercato petrolifero è fortemente influenzato dagli eventi geopolitici e un nuovo peggioramento della situazione in Medio Oriente potrebbe cambiare rapidamente lo scenario. Resta inoltre il nodo dello Stretto di Hormuz. Sebbene il traffico sia ripreso, Fesharaki ha avvertito che l’Iran ha indicato una garanzia di libero transito soltanto per 60 giorni, lasciando aperta la possibilità di nuove tensioni. Anche un eventuale ritorno della domanda cinese potrebbe modificare gli equilibri. Pechino potrebbe infatti ricominciare gradualmente ad acquistare greggio per ricostituire le proprie riserve strategiche approfittando dei prezzi più bassi. Tuttavia, storicamente queste operazioni vengono effettuate con gradualità per evitare di spingere nuovamente verso l’alto le quotazioni.



 

Credits: immagine da Magnific

Tags:
BrentIranPetrolioStretto di Hormuz

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