Alessandro Cicognani 15/09/2026
Petrolio sopra 108 dollari, Treasury oltre il 5%: perché ora si muovono insieme e cosa c’entra la Fed
Petrolio e Treasury stanno facendo qualcosa di insolito: si muovono quasi all’unisono. Il prezzo del greggio è salito sopra 108 dollari al barile, mentre il rendimento del Treasury americano a dieci anni ha superato la soglia del 5%, raggiungendo i livelli più alti dal 2007. Il motore comune è il nuovo shock energetico. La crisi non riguarda più soltanto lo Stretto di Hormuz, attraverso cui in condizioni normali passa circa un quinto del petrolio mondiale. Il problema è che adesso sono sotto pressione anche le alternative. L’Arabia Saudita aveva aggirato Hormuz spostando parte del greggio attraverso l’East-West Pipeline, che collega i giacimenti orientali con Yanbu, sul Mar Rosso. Gli ultimi attacchi hanno però fermato anche questa infrastruttura, attraverso la quale erano transitati fino a 4-5 milioni di barili al giorno. E sull’altra estremità del Mar Rosso l’avanzata degli Houthi rende più rischioso anche il passaggio attraverso lo stretto di Bab el-Mandeb. Non è quindi più vulnerabile una sola “porta” del petrolio, ma una parte crescente del sistema utilizzato per portare il greggio del Golfo sui mercati mondiali.
Il cuscinetto si assottiglia
Lo shock arriva inoltre in un momento in cui il mercato ha meno strumenti per assorbirlo. Dall’inizio del conflitto le scorte petrolifere mondiali osservate sono diminuite di oltre 500 milioni di barili, mentre la produzione saudita è scesa a livelli che non si vedevano da oltre trent’anni. Anche la Russia produce meno, complice l’intensificarsi degli attacchi ucraini contro raffinerie, depositi e terminal di esportazione. Arabia Saudita e Russia, secondo gli ultimi dati, hanno perso insieme oltre 5 milioni di barili al giorno rispetto all’inizio dell’anno. Una parte viene compensata dalla maggiore produzione di Stati Uniti, Canada, Brasile, Guyana e Argentina e dal rallentamento della domanda, mentre la Cina ha ridotto le importazioni e probabilmente utilizzato parte delle proprie scorte. Ma il cuscinetto resta più sottile: quando le riserve diminuiscono, ogni nuovo attacco, guasto o blocco logistico acquista molto più peso sul prezzo.
Dal barile al Treasury
È qui che il petrolio entra direttamente nel mercato obbligazionario. Secondo Bmo Capital Markets, la correlazione tra prezzo del petrolio e rendimento dei titoli di Stato americani è oggi fortissima. Detta in altre parole: dove va una va anche l’altra. Non perché il petrolio determini automaticamente i Treasury, ma perché entrambi stanno reagendo allo stesso problema: l’inflazione. Se il greggio sale, aumentano benzina, trasporti, logistica e costi di produzione. Se il rincaro dura, può propagarsi a molti altri prezzi. Per chi ha prestato denaro allo Stato americano è una cattiva notizia: più inflazione significa infatti andare incontro a possibili rialzi dei tassi federali che, come effetto, avranno quello di far innalzare i rendimenti dei titoli governativi che lo Stato statunitense immetterà nel sistema. Gli investitori cominciano quindi a vendere quelli attualmente detenuti, il cui prezzo di conseguenza scende facendone aumenta il rendimento (visto che la cedola pagata rimane la stessa a parità di prezzo d’acquisto). La situazione è talmente tesa che CreditSights ritiene possibile persino un rialzo del decennale Usa fino al 5,5%.
Domani il test della Fed
Il risultato è un doppio colpo. Il petrolio più caro aumenta direttamente la spesa per carburanti e indirettamente quella per beni e servizi; Treasury più redditizi fanno invece salire il costo di mutui, prestiti auto e finanziamenti alle imprese. Questo perché il rendimento dei Treasury è, di fatto, il prezzo base del denaro negli Stati Uniti. Banche, società finanziarie e imprese non fissano i tassi nel vuoto: partono da un rendimento considerato privo di rischio, quello dei titoli del Tesoro appunto, e vi aggiungono un margine che remunera rischio di credito, costi operativi e profitto. Anche le Borse ne risentono: un titolo di Stato che rende intorno al 5% diventa più competitivo rispetto alle azioni. Domani, 16 settembre, toccherà alla Federal Reserve decidere quanto questo nuovo scenario debba incidere sulla politica monetaria: i mercati attribuiscono ormai oltre il 90% di probabilità a un rialzo di 25 punti base (esattamente come fatto giovedì scorso, 10 settembre, dalla Bce, ne abbiamo parlato qui). Il legame petrolio-Treasury, però, non è destinato necessariamente a durare: se la tensione geopolitica diminuisse o prevalesse il timore di una recessione, gli investitori potrebbero tornare a comprare Treasury come bene rifugio, facendone scendere i rendimenti. Per ora accade il contrario: più sale il petrolio, più aumenta il timore che anche il prezzo del denaro debba restare alto.
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