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26/08/2026
Piazza Affari corre ma l'economia italiana no: perché la Borsa non fa crescere il Pil

Piazza Affari corre ma l’economia italiana no: perché la Borsa non fa crescere il Pil

Il Ftse Mib e l'economia reale raccontano due storie diverse: ecco da dove nasce la distanza tra la performance delle società quotate e la crescita del Paese.

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A guardare Piazza Affari si potrebbe pensare che l’economia italiana stia vivendo una piccola età dell’oro. Il Ftse Mib ha guadagnato circa il 17,5% dall’inizio del 2026, arrivando oltre quota 52.700 punti e confermandosi tra i grandi indici occidentali più performanti. Il problema è che basta uscire dal palazzo della Borsa di Milano per trovare una fotografia decisamente meno brillante. Nel secondo trimestre il Pil italiano è aumentato appena dello 0,2% rispetto ai tre mesi precedenti: meglio delle attese, certo, ma con l’industria in contrazione e una crescita annua che resta modesta. A giugno, inoltre, la produzione industriale è scesa dell’1% in un mese e dello 0,6% rispetto a un anno prima. Non è una contraddizione. La Borsa non è il Pil e il Ftse Mib non è una fotografia dell’azienda Italia: racconta soprattutto che cosa accade a quaranta grandi società, molte delle quali vendono in tutto il mondo. Il punto interessante è semmai capire chi stia trascinando il listino. E qui emergono tre protagonisti: banche, energia e tecnologia.

 

Banche: utili record, ma il credito resta caro

La prima gamba del rally è finanziaria. Il mercato azionario italiano è fortemente sbilanciato verso banche e assicurazioni: UniCredit, Intesa Sanpaolo, Generali, Mps, Banco Bpm e Bper sono tutti fra i nomi che contano di più sul listino. E nel 2026 hanno continuato a correre: Mediobanca guadagna oltre il 57%, Mps circa il 28%, Banco Bpm il 25%, Bper il 23%, UniCredit quasi il 20% e Intesa circa il 16%. Dietro ci sono bilanci molto forti, capitale abbondante, lauti dividendi, oltre alla febbre delle fusioni che sta ridisegnando il sistema bancario italiano. Le prime due banche del Paese, Intesa e UniCredit, hanno prodotto insieme quasi 12 miliardi di utili nel solo primo semestre, tanto che la redditività del settore è tornata anche al centro del dibattito politico. Ma ciò che è positivo per l’azionista non coincide necessariamente con ciò che è positivo per chi chiede un prestito. Banca d’Italia segnala che in primavera i tassi sui nuovi finanziamenti alle imprese sono tornati a salire e, in misura minore, anche quelli sui nuovi mutui. Con l’inflazione che si mantiene elevata, tra l’altro, si fa sempre più probabile un rialzo dei tassi Bce anche a settembre. In altre parole, margini bancari robusti possono convivere perfettamente con un costo del denaro ancora pesante per famiglie e aziende.

 

Eni e Saipem volano mentre le bollette salgono

Il secondo motore è ancora più evidente. Saipem guadagna circa l’84% da gennaio, Eni oltre il 42% e Tenaris più del 40%. Le tensioni geopolitiche e il rialzo delle materie prime hanno sostenuto petrolio, gas e prospettive di redditività delle società energetiche. È un vantaggio per chi possiede quelle azioni, ma può trasformarsi nel suo opposto per chi l’energia deve comprarla. A luglio, mentre i titoli petroliferi festeggiavano in Borsa, l’Istat registrava infatti un aumento su base annua del 14,8% dei prezzi energetici regolamentati e dell’11,4% di quelli non regolamentati. L’inflazione italiana era al 2,9% e proprio l’energia continuava a rappresentare una delle principali pressioni sui prezzi. Per un’azienda manifatturiera una bolletta più alta significa margini più bassi; per una famiglia significa meno reddito disponibile da destinare ad altri consumi. Lo stesso fattore che può gonfiare gli utili di una società quotata può quindi sottrarre risorse al resto dell’economia.

 

Tecnologia, il grande valore che occupa pochi

Poi c’è la tecnologia. Il caso più spettacolare è STMicroelectronics, salita di oltre il 90% dall’inizio dell’anno, mentre Prysmian, protagonista della corsa mondiale alle reti elettriche e ai data center, guadagna più del 40%. Ma proprio STMicroelectronics aiuta a capire perché un boom di Borsa non si trasferisca automaticamente nelle buste paga. I semiconduttori sono un’industria ad altissima intensità di capitale: per crescere servono fabbriche che costano miliardi, macchinari estremamente sofisticati, ricerca e brevetti. Si può quindi creare moltissimo valore aggiuntivo senza aumentare nella stessa proporzione il numero dei dipendenti o i loro salari. ST impiega circa 12.600 persone in Italia: una presenza industriale importante, ma pari a una frazione minima dei circa 24 milioni di occupati del Paese. Se il titolo raddoppia, insomma, la ricchezza degli azionisti può crescere di miliardi senza che questo produca automaticamente un aumento apprezzabile dei redditi complessivi degli italiani. Che le cose possano funzionare diversamente lo dimostra un altro Paese protagonista del boom dei semiconduttori, la Corea del Sud. Qui la corsa dell’intelligenza artificiale non ha fatto salire soltanto le quotazioni di Samsung Electronics e SK Hynix, ma ha aperto una vera battaglia sulla distribuzione dei profitti ai lavoratori. In Samsung, dopo un accordo tra azienda e sindacati, il 10,5% dei risultati della divisione semiconduttori viene destinato ai bonus: per i circa 78 mila dipendenti del comparto significa premi molto consistenti e, per i lavoratori delle memorie, le stime sono arrivate intorno ai 400 mila dollari medi a testa. Ancora più clamoroso il caso di SK Hynix, dove l’accordo prevede di destinare ai dipendenti il 10% dell’utile operativo annuale: per il 2026 Reuters ha calcolato un bonus medio teorico di circa 547 mila dollari per lavoratore. L’intesa sulle modalità di pagamento è ancora oggetto di confronto con il sindacato, ma il principio della partecipazione dei dipendenti agli utili resta.

 

Molti rendimenti finiscono all’estero

C’è infine una questione di distribuzione. Le famiglie italiane investono relativamente poco direttamente in Borsa: secondo Consob, le azioni quotate rappresentano appena il 3% delle loro attività finanziarie, contro il 5% dell’area euro e addirittura il 31% negli Stati Uniti. Allo stesso tempo Piazza Affari è profondamente inserita nei mercati globali e gli investitori istituzionali esteri restano presenze importanti nell’azionariato delle società quotate (tradotto: ampia parte dei rendimenti finanziari finiscono fuori dai nostri confini, arricchendo altre economie). Ecco perché il record del Ftse Mib è una buona notizia, ma non necessariamente la buona notizia che sembra. Significa che le grandi imprese italiane – o quotate in Italia – stanno creando valore per i loro azionisti. Non significa automaticamente che gli italiani stiano diventando più ricchi. In questo 2026 Piazza Affari e l’economia reale stanno semplicemente raccontando due storie diverse: la prima parla di utili, dividendi e capitalizzazioni; la seconda, molto più lentamente, di salari, investimenti, consumi e posti di lavoro.

 

Credits: Foto Pexels



Tags:
bancheenergiapiazzaaffari

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