Alessandro Cicognani 05/08/2026
Piazza Affari cresce ma si svuota: 17 delisting e solo 6 Ipo da inizio anno
Piazza Affari vive un paradosso: gli indici salgono, ma il listino si svuota. Il Ftse Mib ha superato quota 53 mila punti il 19 giugno scorso, spinto da banche, assicurazioni e grandi gruppi, ma da inizio anno si contano già 17 delisting, cioè uscite dalla Borsa, contro appena sei nuove Ipo, di cui cinque sull’Euronext growth milan, il mercato dedicato alle piccole e medie imprese, e una sola sul listino principale, quella di Gens Aurea. In altre parole, ci sono più aziende che se ne vanno di quante ne arrivino. Il caso Trevi di fine giugno è l’ultimo segnale. Icop ha lanciato un’offerta pubblica di scambio con l’obiettivo di ritirare la società dal listino. L’operazione ha una logica industriale: creare un gruppo delle infrastrutture con oltre un miliardo di ricavi. Ma per Piazza Affari significa dover mettere in calendario un’altra uscita eccellente.
La Borsa non è solo per chi investe
Stefano Caselli, direttore della Sda Bocconi e professore di finanza all’Università Bocconi, parte da un punto netto: “Della Borsa abbiamo maledettamente bisogno, per troppi motivi”. La Borsa non serve solo a comprare e vendere azioni. “Serve alle imprese per raccogliere capitale e crescere. Serve ai fondi pensione e alle assicurazioni, che devono investire in strumenti liquidi, cioè facili da comprare e vendere. Serve anche al private equity, perché i fondi che comprano aziende non quotate prima o poi devono rivenderle, e la quotazione può essere una via d’uscita”. Per questo, sempre secondo Caselli, raccontare soltanto il declino è rischioso: “La narrativa nell’ottica dei soli delisting è pericolosissima, perché senza una Borsa non funzionano tutte le altre cose”. Il punto non è solo fermare le uscite, ma rendere il mercato più utile, più profondo e più interessante per imprese e investitori.
Il risparmio italiano deve arrivare alle imprese
L’Italia non è povera di ricchezza. Tra patrimonio finanziario e immobiliare, ricorda Caselli, il Paese vale circa 14 trilioni di euro. Il problema è che una parte troppo piccola di questa ricchezza arriva alle aziende attraverso il mercato dei capitali. Nel flottante delle società quotate italiane, cioè nella parte di capitale liberamente scambiabile in Borsa, gli investitori domestici pesano appena l’11%. “In Francia e Germania la proporzione è 25 domestico e 75 internazionale. In Italia è 89 internazionale e 11 domestico”, osserva Caselli. Non è patriottismo finanziario. È liquidità. Se pochi italiani investono nelle società italiane, il mercato resta meno profondo. E un mercato poco profondo è meno attraente anche per gli investitori esteri. Per cambiare passo, servono strumenti semplici. “I Pir sono stati un primo timido tentativo”, dice Caselli, ma sono rimasti complessi. Si tratta dei Piani individuali di risparmio: una sorta di “contenitore” fiscale in cui si possono inserire fondi, azioni o obbligazioni, e il cui vantaggio è quello di consentire la completa detassazione dei profitti nel caso in cui l’investimento venga mantenuto per almeno cinque anni. Si tratta di una strada buona per Caselli, ma che da sola non basta. Per il professore anche gli Etf possono aiutare. Un Etf è un fondo quotato che replica un paniere di titoli: permette al risparmiatore di investire su molte aziende insieme, senza scegliere una singola azione. Per questo Caselli ha accolto con favore il lancio di un Etf Italia da parte di Banca Generali: “Mi si è aperto il cuore, era ora”.
Pmi e mercato europeo
L’altro nodo riguarda le imprese. Molte Pmi italiane sono cresciute parlando soprattutto con le banche, mentre la Borsa è stata vista come qualcosa di lontano. “L’Italia è stata pensata con banche che dialogano con le imprese e il mercato dei capitali come un terzo attore che non c’entra nulla” spiega Caselli. Oggi però questo modello non basta più. Per avvicinare le aziende alla quotazione, secondo Caselli, non servono “bonus, regalini e incentivi”, ma “una fiscalità che premi in modo strutturale le aziende che aprono il capitale e decidono di quotarsi”. La Borsa può essere utile anche per il passaggio generazionale: “Essere quotati è il modo più forte per dare continuità a un’azienda, a prescindere dai cicli biologici delle famiglie”. Infine c’è l’Europa. Oggi il continente resta diviso in tanti mercati nazionali, con regole e fiscalità diverse. Per il direttore della Sda Bocconi, un mercato unico dei capitali non è un sogno astratto: “L’Europa ne ha bisogno perché diventerebbe uno dei mercati finanziari più importanti al mondo”. Servirebbero regole comuni almeno tra i grandi Paesi e più integrazione tra le Borse. “Se Italia, Francia e Germania cominciassero a dire che le regole per la quotazione e la fiscalità sulle quotazioni sono esattamente le stesse, daremmo un colpo molto forte alla creazione di un mercato unico”. La scelta di Bending Spoons di guardare a Wall Street non va quindi letta solo come una fuga (dell’ipo di Bending Spoons ne abbiamo parlato qui). “Da italiano sono ben felice”, dice Caselli, perché è un’azienda milanese che mantiene il cuore produttivo in Italia e prova a competere sul mercato più difficile. La sfida è fare in modo che, un giorno, anche Milano e l’Europa possano offrire alle imprese una vera alternativa.
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