Luigi Dell'Olio 06/11/2024
Piazza Affari e elezioni Usa: le azioni più esposte alla Maganomics di Trump
Più di ogni altra considerazione, oggi il mercato oggi guarda al venir meno dell’incertezza. Il successo di Donald Trump alle presidenziali americane è apparso evidente sin dall’inizio dello spoglio, dopo che nelle ultime settimane i sondaggi davano il candidato repubblicano e la democratica Kamala Harris sostanzialmente appaiati. Il rischio di riconteggio delle schede, così come di eventuali contestazioni del voto non si è palesato e l’affermazione dei moderati anche al Congresso lascia mano libera alle politiche trumpiane.
L’ora della Maganomics: cosa attendersi
La ricetta economica di Trump viene identificata dagli analisti come Maganomics, con riferimento allo slogan tanto amato dal magnate, “Make America Great Again”. È composta da un mix tra tagli (alle tasse, alle regolamentazioni e ai costi dell’energia, ma soprattutto alla spesa pubblica, con la promessa di istituire una commissione per la spending review, affidandone il coordinamento al suo grande sostenitore Elon Musk) e dazi su tutti prodotti in arrivo da oltrefrontiera, a partire dal 10%, per arrivare al 60% sulle merci cinesi. Trump ha inoltre annunciato la possibile introduzione di una “tariffa punitiva” del 100% sulle importazioni per quei Paesi che proveranno ad abbandonare il dollaro come valuta di riserva.
Aziende italiane favorite se producono in America
Se il neopresidente darà seguito alle promesse, le aziende del made in Italy che esportano negli Stati Uniti rischiano di essere fortemente penalizzate. Secondo uno studio realizzato da Intermonte, Stellantis, Tenaris e Prysmian sono tra le aziende italiane con una presenza più radicata in America. Se davvero Trump ridurrà la tassazione sulle società dal 21% attuale (era il 35%, poi fu la prima presidenza Trump a tagliare) al 15%, potranno trarre enormi benefici in termini di profittabilità.
Export penalizzato
Altre società con un’esposizione rilevante si trovano nei settori consumers, come Campari e De’ Longhi, automotive, come Brembo e Pirelli, e lusso, come Moncler, Brunello Cucinelli e Ferragamo. In questi casi i rischi sono elevati, in quanto potrebbero essere impattate dai dazi, sempre se verranno introdotti. Il protezionismo è mediamente negativo per gli utili aziendali in quasi tutte le sue forme, ricordano da Intermonte. Attenzione, però: si tratta anche di realtà che generano una quota di ricavi in dollari, anche se i rispettivi bilanci vengono poi compilati in euro. Questo sta a significare che trarrebbero beneficio da un eventuale rafforzamento del dollaro rispetto all’euro. Secondo un’analisi condotta da JP Morgan, la combinazione tra dazi e tagli fiscali potrebbe far salire l’inflazione di circa il 2,5%, limitando gli spazi decisionali per la Federal Reserve, che a settembre ha avviato l’allentamento monetario tagliando i tassi ufficiali di mezzo punto e che si appresta a una nuova sforbiciata domani, questa volta nell’ordine dello 0,25%. Goldman Sachsprevede che le politiche proposte da Trump possano spingere l’inflazione di fondo oltre il 3% nel 2025, superando l’obiettivo del 2% della Fed. Se l’inflazione accelera, occorrerà cambiare rotta e adottare una politica monetaria più restrittiva.
A rischio l’indipendenza della Fed
La globalizzazione è considerata dalla stragrande maggioranza degli analisti uno dei principali motori della crescita azionaria nel corso degli ultimi 30 anni. I capitali vanno dove ci sono le migliori opportunità di rendimento. Il protezionismo professato da Trump rischia di produrre l’effetto opposto e inoltre il neopresidente non ha nascosto mire di controllo sulla Banca centrale americana, la cui indipendenza è da sempre un pilastro del sistema istituzionale Usa. È essenziale per mantenere il controllo sull’inflazione e sostenere la fiducia del pubblico. L’attuale governatore Jerome Powell, che tra le altre cose domani dovrebbe tagliare i tassi ufficiali (su cosa aspettarsi da Fed e Powell questa settimana ne abbiamo scritto qui), è in scadenza nel 2026 e un eventuale veto alla sua riconferma da parte di Trump risulterebbe decisivo. A parte questo, c’è il rischio che il nuovo inquilino della Casa Bianca cerchi di influenzare le mosse della Fed con le dichiarazioni pubbliche, il che potrebbe causare una generale instabilità. Una di quelle prospettive viste come il fumo negli occhi dagli investitori di ogni angolo del mondo, che pertanto potrebbe avere effetti destabilizzanti anche sui mercati finanziari europei, Italia compresa.
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Immagine: Pixabay






