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26/03/2026
Prezzi del petrolio in “backwardation”: cosa significa e come influisce sull’energia

Prezzi del petrolio in “backwardation”: cosa significa e come influisce sull’energia

Il petrolio costa oggi più del futuro: il mercato prezza il rischio immediato ma si aspetta normalizzazione, con effetti su gas, voli e industria.

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Da quasi quattro settimane il petrolio si muove in un mercato nervoso, sospeso tra le tensioni geopolitiche in Medio Oriente e il timore di interruzioni delle forniture. Ma più che il livello dei prezzi, in queste settimane gli operatori stanno guardando alla forma del mercato: il petrolio è entrato in backwardation, una configurazione che di solito segnala tensioni nell’immediato ma meno paura per il futuro. Spieghiamo meglio.

 

In pratica, il greggio con consegna subito costa più del greggio con consegna tra qualche mese. Non è un dettaglio tecnico: è il modo in cui il mercato scommette su ciò che accadrà. A comprare questi contratti non sono solo i trader, ma soprattutto compagnie aeree, raffinerie e grandi industrie che fissano oggi il prezzo a cui compreranno petrolio in futuro per proteggersi dalle oscillazioni. Se i contratti a breve sono più cari di quelli a lunga scadenza, significa che chi usa petrolio teme problemi adesso ,per esempio una crisi geopolitica, ma si aspetta che più avanti la situazione si normalizzi e i prezzi scendano.

 

Detto in altre parole, chi ha bisogno di petrolio subito, una raffineria per esempio deve produrre benzina oggi, una compagnia aerea deve far volare gli aerei questa settimana, e in un contesto di rischio ( guerre, sanzioni, trasporti in difficoltà) chi ha bisogno di forniture immediate è disposto a pagare di più pur di essere sicuro di averle. Questo sovrapprezzo è il premio per la consegna immediata.

 

Chi compra petrolio per i prossimi mesi ragiona invece in modo diverso: se la tensione è temporanea, le forniture si normalizzeranno e i prezzi potrebbero scendere. Per questo i cosiddetti contratti futures con consegna più avanti possono costare meno: incorporano l’idea che l’emergenza di oggi non durerà per sempre. È da questa differenza tra urgenza e attese che nasce la backwardation

 

La backwardation, insomma, racconta una storia precisa: il mercato ( l’insieme dei compratori e dei venditori )ha paura del presente, ma non crede a una vera scarsità di petrolio nel lungo periodo.

 

Due prezzi, un solo mercato

 

I due principali punti di riferimento del mercato petrolifero, il Brent e il West Texas Intermediate (WTI), restano su livelli elevati e molto sensibili alle notizie dal Medio Oriente. Il Brent,  il petrolio di riferimento per l’Europa, per consegna immediata si aggira ancora intorno ai 99 dollari al barile, circa il 36% in più rispetto a prima degli attacchi del 28 febbraio. Il WTI,  il benchmark statunitense , è a circa 87,76 dollari per il contratto di aprile, circa il 30% sopra i livelli pre-conflitto.

 

Brent e WTI non sono due tipi di petrolio completamente diversi, ma due prezzi di riferimento usati nei mercati finanziari: il Brent è il benchmark per l’Europa e gran parte del petrolio scambiato via mare, mentre il WTI è il riferimento per il mercato domestico americano. Quando si parla di prezzo del petrolio nel mondo, in genere si guarda a questi due contratti.

 

Il 25 marzo i prezzi sono scesi dopo la notizia che la Casa Bianca avrebbe inviato a Teheran un piano di pace in 15 punti, ma i messaggi contrastanti tra Washington e Teheran e i continui lanci missilistici hanno mantenuto il mercato in tensione. Come spiega Toni Meadows, responsabile investimenti di BRI Wealth Management, “la backwardation indica che il mercato vede l’attuale rialzo dei prezzi come un evento temporaneo. Se fosse un problema strutturale di scarsità, i contratti futuri costerebbero di più”.

 

L’incertezza e la fragilità del mercato

 

Meadows aggiunge che la situazione resta difficile da interpretare: “non conosciamo tutta la verità su quanto sta accadendo. Trump cerca una via d’uscita, mentre gli iraniani affermano di non negoziare. I mercati si muovono con cautela”. 

 

I prezzi europei del gas non hanno subito aumenti paragonabili all’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, ma il traffico nello Stretto di Hormuz resta congestionato. Eventuali interruzioni infrastrutturali possono cambiare rapidamente il mercato: un singolo missile può influire, e impianti di gas naturale liquefatto danneggiati richiedono anni per tornare operativi.

 

Cosa si aspettano davvero i mercati

 

Secondo Katy Stoves, investment manager di Mattioli Woods, una fase di backwardation è normale dopo uno shock geopolitico. “Segnala che il mercato si aspetta una riduzione delle ostilità, ma può anche indicare un calo della domanda futura”. In altre parole, i prezzi alti di oggi non dipendono solo dalla paura di interruzioni dell’offerta, ma anche dall’idea che nei prossimi mesi l’economia possa rallentare e quindi consumare meno energia.

 

Negli Stati Uniti, intanto, i prezzi del gas e dei voli sono già aumentati, segno che le tensioni sul petrolio si stanno trasferendo sull’economia reale. E anche in caso di cessate il fuoco, la riparazione di eventuali infrastrutture energetiche richiederà tempo: un fattore che i mercati potrebbero non aver ancora completamente incorporato nei prezzi.

 

Perché oggi il petrolio incorpora un “premio per il rischio”

 

Indrani De, responsabile della ricerca sugli investimenti globali di Ftse Russell, spiega che, anche se le previsioni indicano prezzi più bassi in futuro, il rischio e l’incertezza restano incorporati nei prezzi attuali. È quello che gli operatori chiamano “premio per il rischio”: in una situazione incerta, chi compra oggi paga di più.

 

Per capirlo basta guardare i prezzi del petrolio a seconda della data di consegna, la cosiddetta “curva dei futures” nota agli addetti ai lavori: il costo del barile con consegna immediata è il più caro, quello con consegna tra quattro mesi costa sensibilmente meno e quello tra dieci mesi scende ancora, tornando quasi ai livelli di prima della crisi. È questa sequenza di prezzi decrescenti nel tempo che gli operatori chiamano backwardation profonda.

 

Una struttura di questo tipo indica che il mercato sta prezzando soprattutto il rischio di breve periodo: oggi il petrolio costa di più perché c’è incertezza e tensione sulle forniture, ma gli operatori si aspettano un ritorno graduale alla normalità nei mesi successivi. Normalità, però, non significa necessariamente prezzi uguali a quelli di prima della crisi.

 

Per De, infatti, “anche nei mercati più colpiti, i prezzi anticipano una risoluzione rapida del conflitto, ma a fine anno il Brent resterà comunque più alto di 10-12 dollari rispetto a prima della crisi”. In altre parole, l’emergenza dovrebbe rientrare, ma una parte del rischio geopolitico resterà incorporata nei prezzi dell’energia, cioè già conteggiata nel costo del petrolio perché il mercato tiene conto che tensioni o sorprese future non sono del tutto escluse.



Credits: immagine generata con Sora

Tags:
guerraIranPetrolio

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