Alessandro Cicognani 01/07/2026
Primo semestre 2026: cosa è successo sui mercati tra boom dei chip, petrolio, Fed, record e sell-off
Il primo semestre del 2026 è stato tutto tranne che lineare. I mercati globali hanno attraversato guerra, petrolio, banche centrali più nervose, sell off improvvisi sul tech e una nuova stagione di grandi quotazioni. Eppure, alla fine, il bilancio è stato sorprendentemente positivo. La parte più forte del mondo è arrivata dall’Asia, dove Corea del Sud (+97% il Kospi), Taiwan (+55%) e Giappone (+40% il Nikkei) hanno beneficiato ancora una volta del grande tema dei chip. La domanda legata all’intelligenza artificiale continua infatti a sostenere semiconduttori, memorie, data center e infrastrutture digitali. Non è un caso che tra i protagonisti dell’S&P 500 ci sia stata Micron: pur pesando appena lo 0,55% dell’indice, ha generato un contributo superiore a quello di giganti molto più grandi grazie a un rialzo da inizio anno superiore al 250%. In Europa, però, la sorpresa più evidente è stata Piazza Affari. Il Ftse Mib ha chiuso i primi sei mesi con un rialzo di circa il 15%, ha superato quota 50 mila punti, ha aggiornato i massimi storici oltre i livelli del 2000 e ha fatto meglio non solo delle principali Borse europee, ma anche di Wall Street, dove S&P 500 e Nasdaq sono saliti rispettivamente del 9% e del 12%. A spingere Milano sono stati soprattutto banche, risiko, utili solidi, tassi ancora favorevoli ai margini degli istituti e un contesto politico percepito come più stabile rispetto ad altri Paesi europei. L’altra faccia del semestre è stata l’oro. Dopo la grande corsa del 2025, il metallo prezioso ha perso il 14% nel secondo trimestre, segnando la peggior performance trimestrale dal 2013. Il motivo è semplice: quando il dollaro si rafforza e i mercati iniziano a temere tassi più alti, l’oro soffre, perché non paga interessi. La svolta più aggressiva della Fed di Kevin Warsh e il timore che l’inflazione resti alta per petrolio, chip e prezzi industriali hanno così cambiato improvvisamente il vento.
Gennaio: la Fed di Warsh e l’ultimo record dell’oro
Gennaio è stato il mese in cui i mercati hanno capito che il 2026 non sarebbe stato un anno di semplice normalizzazione. La nomina di Kevin Warsh alla guida della Federal Reserve, annunciata il 30 gennaio dalla Casa Bianca, ha subito cambiato il modo in cui gli investitori guardavano ai tassi americani. Warsh è stato letto come un presidente meno disposto a “coccolare” Wall Street e più attento al rischio inflazione. Per questo il dollaro è rimasto sostenuto e i rendimenti dei Treasury non sono scesi come molti speravano. La seconda grande forza del mese è stata ancora l’intelligenza artificiale. Non però nella forma più semplice vista nel 2023 e nel 2024, quando bastava comprare i grandi nomi del Nasdaq. Nel 2026 il mercato ha iniziato a premiare anche società meno appariscenti ma più vicine alla catena produttiva: memorie, chip, materiali, apparecchiature per semiconduttori. È qui che si è costruita la forza di Corea del Sud e Taiwan, con nomi come Samsung e Sk Hynix (salite da inizio anno del 144% la prima e addirittura del 278% la seconda). A livello geopolitico il 4 gennaio gli Stati Uniti hanno arrestato l’allora presidente del Venezuela Maduro e poco dopo Trump ha iniziato a parlare di una possibile invasione della Groenlandia per sfruttarne le terre rare (ipotesi poi non concretizzatasi). In Italia, intanto, gennaio ha confermato un tema destinato a dominare tutto il semestre: il risiko bancario. MPS, Mediobanca, Banco BPM, UniCredit e Intesa sono diventati non solo titoli da seguire, ma pezzi di una partita più grande. Sul tema delle materie prime, gennaio è poi stato l’ultimo mese di vera salita per l’oro, in particolare il 28 gennaio ha toccato il suo record di sempre a 5.600 dollari l’oncia. Poi, da lì, la caduta.
Febbraio: prima crisi del tech e le banche italiane
Febbraio è stato il mese in cui la geopolitica ha iniziato a pesare davvero sui portafogli. Le tensioni tra Stati Uniti, Israele e Iran hanno riportato il petrolio al centro dei mercati. Tutto è iniziato verso la metà del mese, quando Usa e Iran il 16 febbraio hanno avviato i primi colloqui sul nucleare a Teheran. La mancanza di un’intesa ha scatenato la reazione del presidente degli Stati Uniti, che il 28 febbraio ha ordinato il primo attacco sull’Iran, facendo esplodere un conflitto che sta trovando soluzione solo in questi giorni. Il prezzo del petrolio è stato io primo a reagire, visto che dallo Stretto di Hormuz passa il 25% del petrolio mondiale, salendo subito a 80 dollari al barile. Quando il greggio sale, il problema non riguarda solo chi fa benzina: riguarda l’inflazione, i margini delle imprese, le decisioni delle banche centrali e perfino il potere d’acquisto delle famiglie. Per questo ogni movimento del Brent è diventato un segnale da leggere con attenzione. Sui listini, però, l’azionario ha continuato a reggere. Il motivo è che gli investitori vedevano ancora utili solidi e una domanda molto forte nei settori legati all’intelligenza artificiale. In Asia, Corea e Taiwan sono rimaste tra le aree più brillanti, mentre Wall Street ha iniziato a rivivere i primi scivoloni del tech (era accaduto lo stesso verso la fine del 2025). Amazon il 5 febbraio ha perso in un solo giorno l’11% in borsa, il giorno prima Ibm aveva fatto meno 10%. A Milano il mese è stato dominato dalle banche. Il 17 febbraio MPS ha annunciato il piano per prendere pieno controllo di Mediobanca e arrivare al delisting, mantenendone però il marchio. È stato uno dei passaggi chiave della cosiddetta fase due del risiko italiano. Non si trattava più soltanto di scalate possibili o quote azionarie comprate sul mercato: il sistema bancario stava ridisegnando i propri equilibri. E il Ftse Mib, ricco di titoli finanziari, ne ha beneficiato più degli altri listini europei. Da segnalare anche la sentenza della Corte Suprema Usa del 20 febbraio, che ha bocciato i dazi imposti da Trump al mondo nell’aprile del 2025. Decisione che, però, non ha influito più di tanto sui listini.
Marzo: La guerra in Iran scuote i mercati
Marzo è stato senza dubbio il mese più difficile del semestre. L’escalation militare in Medio Oriente ha colpito i mercati nel punto più sensibile: il petrolio e, di conseguenza, l’energia. Il rischio (poi concretizzatosi) non era soltanto un aumento del prezzo del barile, ma una possibile crisi nello Stretto di Hormuz, da cui passa una parte fondamentale del commercio mondiale di greggio e gas naturale liquefatto. Quando gli investitori hanno iniziato a temere interruzioni nelle forniture, il premio al rischio è salito rapidamente. Le Borse globali hanno corretto con forza. Il minimo dell’anno è arrivato il 30 marzo. Alla fine del mese questo era il bilancio: -3,4% per l’S&P500 a Wall Street, -4,5% per il Dow Jones e -4,8% per il Nasdaq. Anche i listini europei – visto che l’Eurozona è tra i contenenti più esposti al tema dell’energia – hanno ceduto complessivamente il 4,7%. Il petrolio nel frattempo ha continuato a vivere di alti e bassi, tra annunci di Trump di una “guerra breve” in Iran e la realtà dei fatti, ossia che le bombe continuavano a cadere. Alla fine è stato coniato il meme Nacho Trade, ossia “Not A Chance Hormuz Opens”, dunque nessuna speranza che Hormuz potesse riaprire in tempi brevi. E così il 19 marzo il prezzo del greggio è schizzato a 114 dollari al barile, facendo infiammare l’inflazione globale. In Europa, marzo ha rafforzato il ruolo relativo di Piazza Affari. Il listino milanese ha sofferto come gli altri nella fase più acuta della crisi, ma la presenza di banche, energia e titoli ad alto dividendo lo ha reso più resistente rispetto ai mercati più esposti alla tecnologia pura. Anche l’obbligazionario ha vissuto settimane nervose: i rendimenti si sono mossi al rialzo quando il petrolio alimentava il timore inflazione, ma hanno poi iniziato a stabilizzarsi quando sono emersi i primi segnali diplomatici.
Aprile: Il rimbalzo delle borse mondiali
Aprile è stato il primo vero mese del sollievo, anche se con dati macro che sono tornati a segnare il rialzo dell’inflazione in Europa, salita dal 2 al 2,5% a marzo. Il 14 aprile il Fondo monetario internazionale ha tra l’altro iniziato a tagliare le stime di crescita del pil globale proprio a causa del conflitto in Iran. Dopo lo shock del mese precedente, però, i mercati finanziari hanno iniziato a recuperare perché il rischio di una crisi totale nello Stretto di Hormuz si stava piano piano ridimensionando. Il petrolio è rimasto alto per tutto il mese, ma ha smesso di salire in modo disordinato. Questo ha aiutato le Borse e anche i bond europei, perché meno petrolio significa meno paura di nuova inflazione. Il recupero è stato forte soprattutto dove la correzione era stata più violenta: tecnologia, semiconduttori e listini asiatici. Tokyo ha iniziato un trimestre eccezionale, poi chiuso con un rialzo di circa il 30%, il migliore da cinquant’anni. Nel solo mese di aprile il Nikkei è balzato del 13% toccando un nuovo massimo storico; lo stesso vale per il Kospi sudcoreano salito del 22%. Anche Wall Street è ripartita, ma con un mercato più selettivo: non tutte le big tech hanno corso allo stesso modo, perché gli investitori hanno guardato sempre di più quanto costano davvero data center, chip e infrastrutture AI. In ogni caso, sia S&P500 che Nasdaq hanno toccato nuovi massimi storici, il primo salendo del 10% in un mese e il secondo quasi del 12%, grazie anche alla spinta di Nvidia che il 26 aprile (prima nella storia, e per ora anche unica) ha superato i 5 mila miliardi di capitalizzazione in borsa. In Europa, il grande tema è rimasto bancario. Il 20 aprile UniCredit ha iniziato il suo personale risiko europeo muovendosi sulla tedesca Commerzbank, che ha inizialmente respinto le mire dell’istituto milanese. Per Piazza Affari è stato un segnale importante: il risiko non era più solo italiano, ma continentale. Milano, sostenuta da banche forti, dividendi generosi e attese di operazioni straordinarie, ha continuato a fare meglio delle altre grandi Borse europee. Il mese si è chiuso con la riunione della Bce, che ha deciso di lasciare invariati i tassi di interesse.
Maggio: i bond globali entrano in “zona pericolo”
Maggio è stato il mese della svolta monetaria americana. Il 22 maggio Kevin Warsh ha assunto ufficialmente la guida della Federal Reserve (ne abbiamo parlato qui). Il mercato si aspettava forse toni più concilianti, ma il nuovo presidente Fed ha mostrato un’impostazione più prudente, quasi da “falco”. Questo l’indirizzo dato dal governatore: prima di parlare di tagli dei tassi, bisogna essere sicuri che l’inflazione sia davvero sotto controllo. Questo ha avuto due effetti immediati. Il primo è stato il recupero del dollaro, che nel penultimo mese del semestre ha guadagnato oltre il 2% contro l’euro. Il secondo è stato il ritorno “in zona pericolo” dei bond mondiali. Il rendimento dei Treasury americani è salito 4,4% per il decennale, sopra il livello di fine marzo, quello a trent’anni è salito fino al 5,19% (massimo dal 2007, ne abbiamo parlato qui). Anche in Cina e Giappone i bond a lunga scadenza sono schizzati alle stelle a causa delle tensioni in Medio Oriente e dello spettro inflazione. Sui mercati azionari, maggio ha confermato una verità semplice: l’AI ha continuato a spingere, ma ha iniziato a costare molto. Le trimestrali dei grandi colossi americani hanno tutte testimoniato ricavi record, da Apple a Microsoft passando per Alphabet. In parallelo, il 5 maggio Samsung ha superato i 1.000 di capitalizzazione, seguita il 26 dall’altra coreana SK Hynix e dalla statunitense Micron (il cui titolo da inizio anno è salito del +265%). Le big tech hanno aumentato gli investimenti in data center, energia e chip, ma questi esborsi pesano sui bilanci – di è iniziato a parlare di 650 miliardi di dollari di investimenti entro la fine del 2026. Per questo il mercato ha preso a distinguere tra entusiasmo e sostenibilità. Le crypto, invece, sono rimaste ai margini: bitcoin è scivolato intorno ai 59mila dollari, in calo del 31% da inizio anno, con capitalizzazione del settore dimezzata rispetto a ottobre 2025. A livello geopolitico, da segnalare i due giorni di faccia a faccia tra Trump e il presidente cinese Xi – il 14 e 15 maggio – che hanno portato a un accordo sul petrolio tra le due potenze.
Giugno: Piazza Affari da record, oro in caduta e test per l’AI
Giugno ha chiuso il semestre con due immagini opposte. Da una parte le Borse sui massimi, dall’altra il ritorno degli scricchiolii nel settore della tecnologia e, in particolare, dell’intelligenza artificiale. Piazza Affari ha superato quota 50mila punti e ha chiuso i primi sei mesi con un rialzo vicino al 15%, migliore tra le grandi piazze europee e davanti anche a Wall Street. Il Ftse Mib ha beneficiato soprattutto delle banche, del ritorno del risiko e di utili ancora solidi. In particolare la notizia del mese a Milano è arrivata l’8 giugno, quando Intesa Sanpaolo ha formalizzato un’offerta da 31 miliardi di euro per acquisire Mps, dando così il via a una nuova fase delle aggregazioni bancarie italiane. Madrid ha seguito con un +12,2%, mentre Francoforte, Parigi e Londra sono rimaste molto più indietro. L’Europa ha poi dovuto fare i conti con un’inflazione che a maggio è risultata in salita fino al 3,2%, ragion per cui l’11 giugno la Bce è tornata ad alzare i tassi di interesse di 0,25 punti. Passando all’altra sponda dell’Atlantico, la prima riunione targata Warsh del 17 giugno si è conclusa senza rialzi né tagli dei tassi. La data spartiacque a Wall Street è però stata il 23 giugno, quando è arrivato un forte sell off sui titoli dell’AI. Alphabet ha perso quasi il 6% in un giorno, la neoquotata SpaceX oltre il 10%. Non è stato un giudizio negativo sull’intelligenza artificiale, ma un aggiustamento sulle valutazioni: gli investitori hanno iniziato a chiedersi quanto tempo servirà perché i maxi investimenti in AI diventino utili veri. A giugno le Magnifiche Sette hanno perso circa 2.300 miliardi di dollari di capitalizzazione, segnale che il mercato resta forte ma meno tranquillo. Le svendite hanno coinvolto anche l’Asia, dove le contrattazioni sul Kospi sono state sospese per due giorni di fila per eccesso di ribassi (sia il 23 che il 25 giugno). A giugno è tornata anche la geopolitica. La tregua tra Stati Uniti e Iran ha fatto scendere il petrolio, con il Brent in forte calo nel secondo trimestre, ma i negoziati sono rimasti fragili. L’oro, intanto, ha vissuto il peggior trimestre dal 2013: -14%, sotto i 4 mila dollari l’oncia, penalizzato da dollaro forte e timori di tassi Fed più alti. Sullo sfondo, il semestre si è chiuso con le grandi Ipo del tech e dell’AI, dalla quotazione di SpaceX il 12 giugno al debutto di Bending Spoons al Nasdaq di oggi (1 luglio), simboli di un mercato ancora disposto a scommettere sul futuro. Sono poi attese per fine anno le quotazioni di OpenAI e di Anthropic.
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