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25/06/2026
Qual è la situazione attuale nello Stretto di Hormuz dopo l'accordo tra Usa e Iran?

Qual è la situazione attuale nello Stretto di Hormuz dopo l’accordo tra Usa e Iran?

L'accordo di pace tra Stati Uniti e Iran avrebbe dovuto riaprire lo Stretto di Hormuz e alleviare una delle più gravi interruzioni dell'approvvigionamento degli ultimi decenni. Ma come stanno andando le cose?

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Per il mercato petrolifero mondiale esistono pochi punti strategici quanto lo Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo che collega il Golfo Persico all’Oceano Indiano e attraverso il quale transita una quota rilevantissima del greggio consumato nel mondo. Per questo motivo, ogni tensione nell’area viene osservata con estrema attenzione da governi, compagnie energetiche e investitori.L’accordo raggiunto tra Stati Uniti e Iran dovrebbe segnare l’inizio della normalizzazione dopo mesi di forti tensioni. Teheran si è impegnata a consentire nuovamente il passaggio delle navi commerciali, ma la situazione è ancora lontana da una piena riapertura. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, il traffico marittimo è effettivamente ripreso negli ultimi giorni, ma si colloca ancora intorno a un quarto dei livelli registrati prima della crisi. In altre parole, la valvola si è riaperta, ma il flusso non è ancora tornato normale. L’effetto si è visto immediatamente sul mercato petrolifero. Il Brent, il principale riferimento internazionale per il prezzo del greggio, è sceso verso i 70 dollari al barile, tornando vicino ai livelli precedenti all’escalation del conflitto tra Stati Uniti e Iran. Per gli operatori, il calo riflette la speranza che le forniture energetiche tornino progressivamente a fluire con maggiore regolarità. Tuttavia, molte compagnie di navigazione continuano a muoversi con cautela. L’Iran non ha ancora dichiarato formalmente conclusa la chiusura dello Stretto e restano interrogativi sulla presenza di mine marine e sulle procedure di coordinamento necessarie per attraversare l’area in sicurezza.

 

Quanto petrolio sta tornando a circolare nel Golfo Persico?

Per capire se la situazione stia davvero migliorando bisogna guardare ai numeri. Secondo Kpler, società specializzata nel monitoraggio delle rotte marittime e dei flussi energetici citata dal Wall Street Journal, lunedì 22 giugno hanno attraversato lo Stretto 27 petroliere che trasportavano petrolio, gas e prodotti energetici, mentre martedì ne sono transitate altre 14. Si tratta di un miglioramento rispetto ai livelli registrati nelle settimane precedenti. Tra sabato e domenica erano state registrate complessivamente 37 traversate, mentre durante la fase più difficile della crisi il traffico era sceso a circa 12 petroliere al giorno. I dati mostrano inoltre che il mercato sta ancora cercando di riorganizzarsi. Circa metà delle navi che hanno attraversato Hormuz nei primi giorni della settimana stavano lasciando il Golfo Persico cariche di greggio o prodotti energetici, mentre l’altra metà era diretta verso la regione per effettuare nuovi carichi. Sempre secondo Kpler, 14 delle 41 petroliere transitate nei primi due giorni della settimana appartengono alla cosiddetta shadow fleet, la “flotta ombra” composta da navi utilizzate spesso per aggirare sanzioni e restrizioni commerciali. Le stime sui volumi effettivi restano comunque divergenti. Donald Trump ha dichiarato che circa 19 milioni di barili di petrolio sono usciti dallo Stretto in una sola giornata, un livello vicino ai circa 20 milioni di barili giornalieri che transitavano prima della crisi. Più prudenti gli analisti della banca olandese Ing, che stimano flussi compresi tra 6 e 7 milioni di barili al giorno.

 

Quanto velocemente lo Stretto di Hormuz può tornare alla normalità?

È probabilmente la domanda più importante per i mercati. Secondo gli analisti di Kpler, se non si verificheranno nuovi incidenti o tensioni militari, il traffico potrebbe tornare a circa il 50% dei livelli precedenti alla guerra entro la metà di luglio. Questo significherebbe un ritorno a circa 50-60 navi al giorno. Il problema è che la geografia dei flussi energetici è cambiata profondamente durante la crisi. Molte navi sono state spostate su altre rotte e dovranno essere riposizionate prima di tornare a trasportare greggio dal Golfo Persico. Alcuni armatori dovranno inoltre sostituire gli equipaggi o attendere che determinati porti tornino a operare a pieno regime. Un altro nodo riguarda la sicurezza. Sheila Cameron, amministratrice delegata della Lloyd’s Market Association, l’organismo che rappresenta gli assicuratori del mercato londinese dei Lloyd’s, ha spiegato che gli equipaggi chiedono garanzie sulla rimozione delle mine e indicazioni chiare sulle modalità di pagamento dei pedaggi e sull’utilizzo delle rotte autorizzate. Si tratta di aspetti apparentemente tecnici, ma fondamentali. Senza adeguate coperture assicurative e senza la certezza che le rotte siano sicure, molte compagnie continueranno a evitare l’area (dell’incertezza sull’effettiva riapertura e degli effetti duraturi della crisi nello Stretto abbiamo parlato anche qui).

 

Quando il petrolio bloccato nel Golfo Persico arriverà sul mercato?

Anche nel caso di una piena riapertura dello Stretto, il sollievo per il mercato non sarà immediato. Michael Haigh, responsabile della ricerca sulle materie prime presso la banca francese Société Générale, ha spiegato che, anche ipotizzando una completa normalizzazione entro la fine di giugno, l’impatto concreto sulle forniture mondiali potrebbe non manifestarsi prima della fine di agosto. Secondo l’analista, una vera normalizzazione del mercato potrebbe arrivare soltanto a settembre. Nel frattempo, molti consumatori e governi continueranno a fare affidamento sulle scorte accumulate nei mesi precedenti.

 

Quando la produzione tornerà ai livelli precedenti?

Durante la crisi diversi produttori mediorientali hanno ridotto la produzione di petrolio. Secondo Francis Osborne, responsabile delle analisi petrolifere di Argus Media, riportare i giacimenti ai livelli precedenti potrebbe richiedere dai quattro ai sei mesi. Le maggiori difficoltà riguardano Iraq e Kuwait, dove molti lavoratori stranieri hanno lasciato temporaneamente la regione e alcuni impianti necessitano di interventi tecnici prima di tornare a pieno regime. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti sembrano invece in una posizione migliore grazie a una gestione più efficiente e moderna dei propri giacimenti.

 

Quanta domanda arriverà dalla ricostruzione delle scorte?

La riapertura di Hormuz non significa necessariamente prezzi più bassi. Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, tra marzo e maggio le scorte petrolifere mondiali si sono ridotte di circa 350 milioni di barili, l’equivalente di circa tre giorni e mezzo di consumi globali. Queste riserve dovranno essere ricostituite. E ricostituire le scorte significa acquistare nuovo petrolio sul mercato. È proprio questo il paradosso che gli investitori stanno osservando con attenzione: mentre il ritorno dei flussi dal Golfo Persico aumenta l’offerta disponibile, la necessità di ricostruire le riserve potrebbe sostenere la domanda e impedire un calo troppo rapido dei prezzi.



 

Credits: immagine da Magnific

Tags:
BrentIranPetrolioStretto di Hormuz

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