Bucks 03/09/2026
Rendimenti dei bond in salita: governi, imprese e famiglie, chi rischia di pagare il conto?
La corsa dei rendimenti dei titoli di Stato sta rendendo più costoso indebitarsi in gran parte del mondo. Il Bund tedesco a dieci anni ha raggiunto i massimi dal 2011, quello giapponese resta sopra il 3%, il Treasury americano decennale ha toccato i livelli più alti da novembre 2023 e il Gilt britannico quelli più elevati dal 2008. A spingere i rendimenti sono soprattutto tre fattori: i governi devono emettere molto debito, il petrolio più caro rischia di alimentare l’inflazione e le banche centrali potrebbero mantenere i tassi elevati più a lungo. Quando cresce il rendimento di un bond, il suo prezzo scende: i vecchi titoli devono infatti diventare meno costosi per competere con quelli nuovi che offrono interessi maggiori. Secondo Robin Brooks della Brookings Institution, non si tratta necessariamente di una fiammata temporanea: “È la continuazione di una tendenza di medio periodo che proseguirà per molti anni”. Anche Natalia Lojevsky di CIFC Asset Management ritiene possibile un ulteriore aumento dei rendimenti.
Governi: cresce il conto degli interessi
I primi a pagare sono i governi. Quando un titolo di Stato arriva a scadenza, lo Stato deve restituire il denaro agli investitori e spesso lo fa emettendo nuovo debito. Se il vecchio bond pagava interessi del 2% e quello nuovo deve offrirne il 5%, rifinanziare lo stesso debito diventa molto più costoso. I Paesi più vulnerabili sono quindi quelli che hanno già molto debito e continuano a spendere più di quanto incassano con tasse e altre entrate. Masahiko Loo di State Street Investment Management indica tra i mercati sviluppati soprattutto la Francia, a causa dei conti pubblici deteriorati e delle difficoltà politiche nel ridurre il deficit. Di come Parigi abbia sostituito Roma come principale fonte di preoccupazione degli investitori obbligazionari europei, ne abbiamo parlato qui.
La situazione è delicata anche per alcuni Paesi emergenti che, oltre ad avere conti pubblici in rosso, dipendono molto dai capitali provenienti dall’estero. Se gli investitori possono ottenere rendimenti elevati comprando titoli americani o europei considerati più sicuri, questi Paesi possono essere costretti a offrire interessi ancora maggiori per convincerli a prestare loro denaro. Il caso più evidente è il Giappone, dove il debito pubblico supera il 200% del Pil, cioè vale più del doppio di tutto ciò che l’economia produce in un anno. Nel 2026 oltre un quarto della spesa pubblica dovrebbe essere destinato al pagamento degli interessi e al rimborso del debito.
Imprese: un freno ai piani di crescita
Lo stesso problema riguarda le aziende. Un’impresa che deve rinnovare un prestito o emettere nuove obbligazioni per costruire una fabbrica, comprare un concorrente o finanziare un data center rischia di dover pagare interessi molto più elevati. Sono particolarmente esposte le società molto indebitate e quelle con debiti a tasso variabile, cioè prestiti il cui interesse aumenta quando salgono i tassi di mercato. Thomas Browne di Keeley Teton Advisors sottolinea che questa forma di debito è più diffusa tra le aziende di piccole dimensioni rispetto ai grandi gruppi. “I punti di maggiore pressione sono le aziende più indebitate che si erano abituate al denaro gratuito”, osserva Loo. Tra i settori più vulnerabili indica l’immobiliare commerciale, alcune società controllate dai fondi di private equity e le aziende software finanziariamente più fragili. A questo si aggiunge la corsa all’intelligenza artificiale. Le aziende tecnologiche stanno emettendo enormi quantità di bond per finanziare data center e altre infrastrutture (delle Big Tech americane che fanno il pieno di bond, anche in euro, abbiamo parlato qui). Devono quindi convincere gli investitori a comprare il loro debito mentre anche i governi stanno cercando compratori per quantità molto elevate di titoli di Stato. Secondo Larry Holzenthaler di Catalyst Funds, chi finanzia i grandi progetti legati all’AI è disposto a raccogliere denaro anche a costi elevati. Ma se gli interessi continuano a salire, alcuni data center, acquisizioni o altri investimenti potrebbero non essere più abbastanza redditizi da giustificare il costo del finanziamento.
Consumatori: una pressione a forma di K
Anche le famiglie possono pagare il conto. Rendimenti elevati sui titoli a lunga scadenza tendono a tradursi in mutui, prestiti per l’auto e altri finanziamenti più costosi. L’effetto non è però uguale per tutti. Le famiglie con redditi più bassi utilizzano generalmente una quota maggiore dello stipendio per pagare rate e beni essenziali e hanno quindi meno margine per assorbire un aumento degli interessi. Le famiglie più ricche, invece, possono anche beneficiare dei rendimenti maggiori ottenuti sui propri risparmi. Holzenthaler parla per questo di una dinamica “a K”: una parte delle famiglie viene penalizzata maggiormente, mentre un’altra riesce a sopportare meglio i tassi elevati o persino a beneficiarne attraverso gli investimenti. L’effetto può essere graduale. Chi ha già un mutuo a tasso fisso, per esempio, non vede aumentare la rata soltanto perché salgono i rendimenti. Il problema emerge soprattutto per chi deve accendere un nuovo finanziamento o rinnovarne uno vecchio. Se le famiglie più in difficoltà iniziano a ridurre gli acquisti, però, le conseguenze possono arrivare anche alle aziende e alla crescita economica.
Investitori azionari: sotto pressione per i rendimenti
La corsa dei rendimenti riguarda infine anche chi possiede azioni (di cosa cambia per gli investitori con il rally dei rendimenti abbiamo parlato anche qui). Finora le Borse hanno resistito grazie agli utili delle aziende e all’ottimismo sull’intelligenza artificiale, ma un titolo di Stato che offre interessi elevati diventa un concorrente delle azioni. Il motivo è semplice. Se un investitore può ottenere un buon rendimento prestando denaro a uno Stato considerato affidabile, per scegliere un’azione, che comporta un rischio maggiore, vorrà la possibilità di guadagnare di più. Altrimenti può preferire il bond. C’è anche un effetto sul prezzo delle azioni, soprattutto di società tecnologiche dalle valutazioni elevate. Una parte del loro valore deriva dagli utili che si pensa produrranno tra molti anni. Se oggi gli investimenti più sicuri rendono di più, gli investitori sono disposti a pagare meno per guadagni che arriveranno soltanto in futuro. È per questo che rendimenti obbligazionari elevati possono far scendere le valutazioni di Borsa. “A un certo punto, rendimenti più elevati diventano dolorosi per le azioni”, avverte Lojevsky, secondo cui le Borse sono riuscite finora a resistere alla corsa dei bond, ma potrebbero iniziare a risentirne. C’è però anche chi beneficia del nuovo scenario: chi compra obbligazioni oggi può incassare interessi molto più elevati rispetto a pochi anni fa. Deutsche Bank calcola che, nell’arco di un anno, il rendimento del Treasury decennale dovrebbe salire fino a circa il 5,5% prima che la perdita di prezzo del titolo superi gli interessi incassati. Su due anni, la soglia salirebbe a circa il 6,4%. In altre parole, se dopo l’acquisto i rendimenti salgono ancora, il prezzo del bond scende. Ma l’investitore continua a incassare gli interessi: finché questi compensano la perdita di prezzo, il risultato complessivo dell’investimento rimane positivo. È questo il piccolo vantaggio che il ritorno a rendimenti elevati offre oggi a chi entra nel mercato obbligazionario.
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