Alessandro Cicognani 16/01/2026
Rimbalzo del tech dopo i conti Tsmc: l’euforia dei mercati ma AI sotto esame in Borsa
È bastata una seduta, una di quelle che fanno rumore, per riportare entusiasmo sui mercati tecnologici. I conti migliori delle attese della taiwanese Tsmc, il più grande produttore di chip al mondo, hanno innescato un effetto domino che ha attraversato l’Atlantico. Wall Street ha risposto con acquisti diffusi sui semiconduttori, mentre in Europa i titoli più esposti alla catena dei chip, a partire da Asml ad Amsterdam, hanno vissuto una giornata di rally. A rendere il quadro ancora più euforico ci ha pensato l’accordo siglato tra Washington e Taipei sui semiconduttori, letto dai mercati come un ulteriore tassello nella messa in sicurezza della filiera tecnologica occidentale. La Casa Bianca si è impegnata a ridurre i dazi su Taiwan dal 20 al 15%, ricevendo in cambio la promessa di 250 miliardi di dollari di investimenti sui chip negli Stati Uniti.
Il messaggio arrivato dai numeri di Tsmc è stato chiaro: la domanda legata all’intelligenza artificiale continua a sostenere i ricavi e gli investimenti restano massicci. Questo è bastato per ridare slancio al comparto tech, spesso considerato un termometro dell’economia futura. A New York gli indici hanno beneficiato della spinta dei chip, mentre in Europa il settore tecnologico ha sovraperformato il resto del mercato. Una fotografia che, per un giorno, ha ricordato agli investitori perché negli ultimi anni il tech è stato il motore dei listini.
Come cambia il quadro da inizio anno
Il problema è che l’euforia di un giorno rischia di far dimenticare un dato scomodo: da inizio anno il settore tecnologico, nel suo complesso, è ancora in affanno. Basta guardare alle cosiddette Magnifiche Sette per rendersene conto. Solo Alphabet e Amazon mostrano una crescita solida, rispettivamente dell’8,39% e del 6,68%. Alphabet ha persino superato i 4mila miliardi di dollari di capitalizzazione, diventando la seconda società a Wall Street dietro Nvidia. Ma qui arriva il paradosso: Nvidia, simbolo stesso del boom dell’AI, è positiva appena per un soffio, con un +0,46%. Tesla fa ancora peggio, +0,13%. Apple è in calo del 3,56%, Meta perde il 2,77% zavorrata dall’aver creduto troppo nel metaverso (oggi sta facendo marcia indietro con migliaia di licenziamenti) e Microsoft il 2,26%. In altre parole, cinque colossi su sette faticano, nonostante la narrativa sull’intelligenza artificiale.
È qui che si apre la vera frattura. Da un lato c’è l’entusiasmo per l’AI, che ogni trimestrale positiva sembra riaccendere. Dall’altro c’è una tecnologia che, almeno per ora, non sta ancora generando profitti proporzionati alle valutazioni di Borsa. Gli investimenti sono enormi, i costi altrettanto, e i ricavi crescono ma non abbastanza da giustificare multipli sempre più tirati. È la differenza tra la promessa e la realtà dei fatti, tra il futuro immaginato e il presente dei bilanci.
Il cuore dell’AI batte nei data center
Non a caso molti analisti stanno cambiando prospettiva. Più che inseguire i grandi nomi del software e delle piattaforme, il mercato sembra orientarsi verso chi costruisce le fondamenta fisiche dell’intelligenza artificiale. Utilities, reti elettriche, società che realizzano e gestiscono data center. Perché l’AI, prima di essere algoritmi, è energia, raffreddamento, server, infrastrutture. Senza data center adeguati, l’intero castello rischia di crollare. Ecco dunque che tornano utili i numeri di Goldman Sachs, rendendo tangibile quanto il baricentro si stia spostando “a monte”, verso chi alimenta e ospita l’intelligenza artificiale. Secondo un report della banca, entro il 2030 la domanda elettrica dei data center è attesa crescere del 175% rispetto al 2023. Solo negli Stati Uniti vengono stimati 790 miliardi di dollari di investimenti nella rete. In Europa, qualora l’intera infrastruttura data inter ad oggi prospettata venisse effettivamente realizzata, la domanda di energia raddoppierebbe. È una dinamica semplice da capire: come l’elettrificazione ha preceduto il boom industriale, così l’infrastruttura digitale è la conditio sine qua non per una vera esplosione dell’AI.
L’avvertimento che arriva da lontano
Su questo punto insiste da mesi Michael Burry, l’investitore che per primo intuì la crisi dei subprime nel 2007. Tra le righe dei suoi interventi c’è sempre lo stesso messaggio: attenzione alle super valutazioni non sostenute da fondamentali solidi (ne abbiamo parlato qui). Un monito che trova eco anche nelle analisi di Goldman Sachs, secondo cui la crescita degli utili legati all’AI potrebbe richiedere più tempo del previsto, mentre i costi di capitale restano elevati.
Il rimbalzo innescato da Tsmc e dall’accordo tra Stati Uniti e Taiwan è reale e significativo. Segnala che il settore non è morto e che l’AI ha ancora spazio di crescita. Ma non è un via libera a cantare vittoria. I numeri di borsa raccontano un settore spaccato, dove pochi vincono e molti arrancano. Distinguere tra entusiasmo di breve periodo e tendenze strutturali di lungo termine è la vera lezione di questa fase di mercato. Perché l’intelligenza artificiale può cambiare tutto, ma solo se poggia su fondamenta solide, non su aspettative troppo fragili.
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